
L’ultimo mese della campagna elettorale che potrebbe cambiare l’Ungheria per sempre
Orbán non è mai stato così vicino alla sconfitta elettorale. Per invertire la rotta si sta affidando alla psicosi di guerra, sfruttando propaganda digitale e sostegno russo
A metà febbraio un video generato con l’intelligenza artificiale e pubblicato su Facebook dalla pagina Fidesz Budapest ha suscitato grande scalpore. Nel filmato, una bambina chiede alla madre, impegnata in cucina, quando tornerà suo padre. La donna, con le lacrime agli occhi, risponde: «presto». La scena cambia e si vedono dei soldati ungheresi trasportati in elicottero verso il fronte. Nell’inquadratura successiva uno di loro, fatto prigioniero, viene giustiziato con un colpo alla testa da un ufficiale nemico. Dalle sue mani cade una foto della bambina. Il video si chiude con lo slogan: «Non correre rischi! Fidesz è la scelta sicura». Nel post che accompagna il video si legge: «Per ora è solo un incubo, ma Bruxelles si sta preparando a renderlo realtà». Negli anni il partito di Viktor Orbán ha spostato continuamente il confine del dicibile, ma per la sua crudezza questo video è stato considerato eccessivo perfino da molti ungheresi, normalmente abituati ai toni estremi e allarmistici della propaganda governativa.
Le proteste e le accuse di aver toccato un nuovo fondo non hanno comunque prodotto alcun effetto. Del resto, per Fidesz questa strategia comunicativa – creare una minaccia esterna e mostrarsi come l’unica forza politica in grado di proteggere il Paese – si era già rivelata vincente nelle elezioni precedenti. Se in passato il nemico erano i migranti, la “lobby LGBTQ”, George Soros e Bruxelles, questa volta per mobilitare i suoi elettori ha bisogno di convincerli che gli ungheresi verrebbero mandati a morire in Ucraina se Fidesz fosse sconfitto.
In parte la strategia sembra funzionare: secondo un sondaggio un quarto degli ungheresi è convinto che una vittoria dell’opposizione alle elezioni del prossimo 12 aprile porterebbe l’Ungheria nel conflitto. Ma che questa strategia riesca a convincere la maggioranza degli elettori è tutto da vedere. Un altro sondaggio diffuso a fine febbraio ha mostrato il partito di centrodestra Tisza in testa 55 a 35 tra gli elettori che hanno già deciso il proprio voto. Il fondatore del partito, Péter Magyar, è riuscito a riportare al centro del dibattito pubblico la difficile situazione economica del Paese, il peggioramento della qualità della vita e il pessimo stato dei servizi pubblici dopo sedici anni di governo Orbán, tutti temi su cui Fidesz ha ben pochi successi da rivendicare. Tisza si è distinta anche per un messaggio elettorale incentrato sulla necessità di superare l’estrema polarizzazione che caratterizza oggi il paese, e ha evitato di adottare i toni estremi e le strategie comunicative tipiche del suo avversario politico.
La rivoluzione colorata ungherese
Nella narrativa diffusa dal governo, l’Ucraina viene rappresentata come una minaccia non solo perché potrebbe trascinare l’Europa in un conflitto, ma anche per un presunto piano, elaborato insieme a Bruxelles, volto a scatenare in Ungheria una “una rivoluzione colorata”, ovvero un movimento di protesta democratica di massa simile a quelli che hanno interessato varie repubbliche post‑comuniste come Ucraina e Georgia, e che i governi autocratici descrivono abitualmente come operazioni di guerra ibrida finanziate dall’estero per spingerle nell’orbita occidentale e filo-europea. Senza presentare alcuna prova, Máté Kocsis, leader del gruppo parlamentare di Fidesz, ha affermato che il servizio di sicurezza ucraino, l’SBU, collaborerebbe con il partito Tisza. Mentre secondo il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó, è ovvio che Bruxelles stia supportando finanziariamente Tisza. La sua fonte? Un comunicato dell’intelligence russa.
Intanto Orbán, citando un presunto rapporto dei servizi di sicurezza ungheresi, ha denunciato un piano ucraino per sabotare le infrastrutture energetiche del Paese, e ha schierato l’esercito a protezione degli impianti. Da quel momento i canali social governativi si sono riempiti di immagini di carri armati davanti alle raffinerie e di motoscafi militari che sfrecciano sul Danubio a difesa della centrale nucleare di Paks. Anche in questo caso, non è stata presentata nessuna prova, né il governo ha ritenuto di dover informare la NATO, come farebbe ogni Paese membro con prove di un attacco imminente sul proprio territorio. Proprio per questo motivo gli esperti di sicurezza indipendenti hanno liquidato le accuse ungheresi come affermazioni propagandistiche prive di fondamento.
Nel tentativo di provocare uno scontro con Kiev e alimentare la propria propaganda anti-ucraina, all’inizio di marzo le forze antiterrorismo ungheresi hanno fermato due furgoni portavalori in transito dall’Austria verso l’Ucraina nell’ambito di un servizio regolare tra Raiffeisen Bank Austria e la banca statale ucraina Oschadbank. I veicoli trasportavano circa 40 milioni di dollari, 35 milioni di euro e 9 chilogrammi d’oro.
Sebbene trasferimenti simili fossero già avvenuti in passato seguendo le procedure previste, questa volta i sei dipendenti della banca nazionale ucraina che accompagnavano il convoglio sono stati arrestati e le immagini del contenuto dei furgoni diffuse ampiamente dai canali di propaganda ungherese. Nella narrativa ufficiale, un trasporto di routine è stato trasformato in uno «scandaloso convoglio d’oro ucraino», e presentato come potenziale rischio per la sicurezza nazionale, ma anche come prova dei loschi traffici finanziari ucraini. Dopo l’episodio, l’ambasciata ucraina a Budapest ha invitato i propri cittadini a evitare viaggi in Ungheria. I sei arrestati sono stati poi espulsi senza accuse formali, mentre il denaro e l’oro restano confiscati nella capitale ungherese.
La Russia non sta a guardare
Di fronte alle elezioni dello Stato che più di tutti ha contribuito a destabilizzare e paralizzare l’Unione europea dall’interno, e che pertanto rappresenta un importante asset per la Russia, Mosca non è rimasta a guardare.
Negli ultimi mesi sono emersi diversi segnali di operazioni di disinformazione e destabilizzazione riconducibili a Mosca. A fine gennaio, un sito oggi sospeso chiamato European Center for Investigative Journalism (ECIJ) ha pubblicato un articolo che accusava, senza fornire alcuna prova, Péter Magyar di essere coinvolto in un’operazione di contrabbando tra l’Ucraina al Regno Unito. Secondo questa “inchiesta”, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky avrebbe sottratto 16,7 milioni di dollari da fondi europei e li avrebbe affidati proprio al politico di Tisza, incaricandolo di trasferirli a Londra per metterli al sicuro. Il sito sosteneva di operare da Bruxelles dal 2019. Tuttavia, il registro del dominio mostrava che la pagina era stata creata solo alla fine di gennaio 2026. Inoltre, circa il 90 per cento dei contenuti pubblicati era generato tramite intelligenza artificiale.
Nel frattempo, il media regionale VSquare ha riportato che, secondo fonti di intelligence occidentali, un team russo sarebbe già stato dispiegato in Ungheria. L’operazione, supervisionata da Sergei Kiriyenko, figura chiave nelle campagne di influenza elettorale russe all’estero, inclusa quella recente in Moldova, avrebbe l’obiettivo di coordinarsi con il team elettorale di Fidesz durante le ultime settimane prima del voto.
Fidesz sta perdendo la guerra dei like
Durante le elezioni del 2022 Fidesz era arrivata a spendere 450 mila euro alla settimana per inserzioni pubblicitarie politiche su Facebook e YouTube, così da ottenere una diffusione capillare dei propri messaggi, targetizzata per interessi e gruppi demografici. Oggi però quella macchina si è inceppata: in seguito alla decisione delle principali piattaforme di vietare la pubblicità politica, Fidesz ha visto crollare l’engagement e si è vista obbligata a reinventare la propria strategia digitale.
Una delle soluzioni adottate è stata la creazione dei Fight Club, gruppi di attivisti digitali che, nelle intenzioni, dovrebbero riconquistare internet. Nella pratica, malgrado il nome belligerante, il compito è molto più banale: intervenire sotto i post dei politici di Fidesz sommersi dall’emoji che ride, e mettere like e cuori per riequilibrare il sentiment dei commenti. Quando gli attivisti non bastano, intervengono le troll farm. Il media ungherese 444 ha documentato l’esistenza di un’azienda con sede a Budapest, legata a contratti governativi, dietro la quale sono stati identificati centinaia di profili falsi utilizzati per gonfiare i commenti positivi sotto i post di Orbán e di altri esponenti di primo piano. In certi casi, fino a un terzo dei commenti proveniva da account fasulli.
Nel frattempo Lakmusz, la principale testata di fact-checking ungherese, ha scovato un’altra rete di profili fake ancora più elaborata: centinaia di account caratterizzati da passioni per il calcio, la pesca, hobby vari, e persino trame da fotoromanzo: si fidanzavano tra loro, denunciavano tradimenti, litigavano o si prendevano in giro sui social. Un vero e proprio ecosistema di identità inventate, progettato per apparire autentico e ingannare gli utenti con un’apparenza di normalità. A queste soluzioni si aggiunge un altro espediente: l’acquisto di vecchie pagine Facebook apolitiche o pagine di meme ormai inattive, ma ancora seguite da centinaia di migliaia di utenti, per trasformarle dall’oggi al domani in megafoni della propaganda governativa. In almeno un caso, l’acquisto sarebbe avvenuto per cifre intorno ai 10mila euro.
Nonostante questi tentativi la strategia digitale di Fidesz non sta funzionando: un’analisi di alcuni giorni di attività social da parte degli esperti polacchi di Res Futura mostra che Péter Magyar ha generato quasi 16 milioni di visualizzazioni con i suoi video sui social. Orbán, pur avendo 1,5 milioni di follower, è riuscito a ottenere 1 milione di like. Magyar ha raccolto 1,3 milioni di reazioni pur avendo una base di fan molto più piccola. Secondo il rapporto, con il 40 per cento di contenuti in meno, Magyar ha ottenuto un risultato migliore del 30 per cento rispetto al primo ministro.
La battaglia più importante, tuttavia, si è svolta sul fronte delle condivisioni: qui Magyar ha superato nettamente il suo rivale, con 93 mila condivisioni contro le 68mila di Orbán. Secondo gli analisti, costruendo una narrazione basata sull’entusiasmo e sulla partecipazione, Magyar ha mobilitato un’armata di distributori gratuiti di contenuti, e questa energia organica sta venendo premiata dall’algoritmo di Facebook. Orbán invece, nello spazio digitale, sembra ormai circondato quasi solo dai suoi fedelissimi. Il sentiment sotto i suoi post è pesantemente negativo, e la sua pagina è diventata più un terreno di scontro che una piattaforma di mobilitazione.
La sbobba artificiale arancione
Intervenendo a un convegno la scorsa estate, il commissario governativo per l’intelligenza artificiale László Palkovics, ha dichiarato che in vista delle elezioni gli sarebbe piaciuto introdurre un codice etico e una legge per limitare l’uso dell’intelligenza artificiale per fini politici. Un proposito singolare, considerando che il suo partito utilizza la “slopaganda” da tempo. Gli esempi non mancano: video di giovani che festeggiano la vittoria di Tisza per poi finire da soldati in una bara, oppure clip in cui la “lobby LGBTQ” si trasforma in una melma nera che esce dagli smartphone e infetta bambini terrorizzati, salvati solo rifugiandosi sotto un ombrello arancione, il colore di Fidesz.
Il bersaglio principale di questi contenuti è naturalmente Péter Magyar. Nei video diffusi da esponenti di primo piano di Fidesz, il rivale di Viktor Orbán appare mentre taglia con una cesoia la recinzione anti migranti al confine con la Serbia, per poi scoppiare in una risata alla Joker; in un altro naviga in una vasca da bagno insieme a Volodymyr Zelensky e a sacchi di dollari; in un altro ancora annuncia il taglio delle pensioni in un video condiviso dal direttore politico di Fidesz, Balázs Orbán (nessuna relazione col primo ministro).
La strategia comunicativa è duplice. Alcuni video cercano di sembrare credibili, tanto che Magyar ha denunciato Balázs Orbán per diffamazione, mentre altri descrivono un futuro cupo e pericoloso con l’opposizione al governo. Tuttavia, consapevole che i video generati con l’IA più virali sono proprio quelli che non si prendono troppo sul serio, negli ultimi mesi il partito ha puntato soprattutto su contenuti più simili a dei meme, chiaramente artificiali e volutamente poco sofisticati.
Un regalo inaspettato
Di una cosa gli ungheresi sono certi: le settimane che precedono il 12 aprile saranno lunghe, tossiche e piene di colpi di scena. L’ultimo, e forse il più inatteso, è arrivato da Volodymyr Zelensky. Esasperato dal veto di Viktor Orbán al prestito europeo da 90 miliardi di euro per l’Ucraina, veto che il governo ungherese giustifica con la mancata riparazione del gasdotto Druzhba, danneggiato il mese scorso in un attacco russo, il presidente ucraino ha fatto un grave errore: in un discorso ha dichiarato che, se i fondi non verranno sbloccati rapidamente, fornirà «l’indirizzo di una certa persona» alle proprie forze armate, un chiaro riferimento a Orbán.
La frase, probabilmente pensata per mostrare fermezza al pubblico ucraino, ha avuto in Ungheria una risonanza enorme. Fidesz l’ha trasformata in poche ore in un’arma politica, presentandola come una minaccia diretta alla vita del primo ministro e come la prova che l’Ucraina rappresenta un pericolo per la sovranità del Paese. Secondo alcuni analisti, questa uscita potrebbe perfino aver riaperto la partita elettorale. Pochi avrebbero immaginato che, nell’elezione ungherese più importante e incerta degli ultimi quindici anni, il più prezioso assist per Fidesz potesse arrivare proprio dal presidente ucraino.
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