
La crisi climatica è arrivata allo Sziget
Complice la crisi energetica che sta colpendo l’Ungheria, il festival musicale più grande d’Europa è criticato dai media di destra per i suoi consumi energetici
In Ungheria l’estate del 2026 ha segnato la fine di un’illusione collettiva. Certo, è risaputo che alcuni laghi nel Paese stanno scomparendo, il livello di altri permette di camminare sull’alveo, mentre La Grande Pianura ungherese inizia a desertificarsi. Eppure, finora era mancato un evento simbolico tale da mettere i cittadini di fronte alla realtà della crisi climatica.
Tutto è cambiato il 30 luglio, quando il primo ministro ungherese Péter Magyar ha fatto un annuncio straordinario: a causa delle ondate di calore e la siccità degli ultimi mesi, il livello del Danubio aveva toccato i minimi storici. Poteva essere una questione di ore prima dello spegnimento completo della centrale nucleare di Paks, il cui sistema di raffreddamento dipende dal corso d’acqua. Intervistato dalla testata ungherese Telex, il direttore della comunicazione della centrale di Paks, Antal Kovács, ha spiegato che «La centrale venne progettata per adattarsi a livelli di bassa del Danubio ben sotto i record negativi degli ultimi cento anni. Finora era stato sufficiente, ma non siamo preparati per livelli tali».
Quello di Magyar non è stato un annuncio da poco: poiché Paks produce normalmente intorno al 40 per cento dell’energia del Paese, la crisi idrica si è rapidamente trasformata in una energetica. Appellandosi all’unità nazionale, il premier ungherese ha chiesto alle industrie di ridurre i consumi energetici, e ai cittadini di fare lo stesso nella fascia serale – quella in cui cala la produzione di energia rinnovabile – cosa non semplice durante un’ondata di calore estremo, che normalmente fa aumentare il consumo energetico per via dell’aria condizionata. Alcune aziende hanno anche imposto ai propri dipendenti di lavorare da remoto, così da tagliare l’impiego di energia degli uffici, ma come ha scritto la testata 444, questa decisione ha costretto molte persone a lavorare in appartamenti estremamente caldi e privi di sistemi di raffreddamento.
In Ungheria la tenuta della rete è stata favorita da un’insospettabile accelerazione sulle rinnovabili, spinta in questi anni dall’ex primo ministro Viktor Orbán. Proprio lui, il politico che definì i piani climatici dell’UE una fantasia utopica, negli ultimi anni ha favorito una svolta silenziosa, priva di qualsiasi elemento ideologico e guidata puramente da ragioni di autosufficienza energetica. Nella produzione solare l’Ungheria è attualmente più avanti di Cile, Spagna, o Grecia, tutti Paesi con un’esposizione solare molto maggiore.
Grazie a un provvidenziale leggero aumento del livello del Danubio, la crisi in Ungheria per ora è parzialmente rientrata, anche se la centrale di Paks continua a funzionare a regime ridotto. Alle 11.15 del mattino dell’11 agosto Electricity Maps mostra in tempo reale solo un 6,3 per cento di energia nucleare, mentre quella solare ammonta al 58 per cento, con un aumento dell’importazione di energia dall’estero nelle fasce serali.

Complottismi sul Danubio
Magyar ha successivamente ringraziato cittadini e imprese per lo sforzo collettivo nel contenimento dei consumi energetici. Tuttavia, nel contesto politico fortemente polarizzato dell’Ungheria, la crisi è diventata subito terreno di scontro politico e disinformazione. Secondo una teoria del complotto alimentata da Dopeman, uno degli influencer ungheresi preferiti di Orbán, l’acqua nel Danubio ci sarebbe, ma è la Germania a trattenerla con delle dighe fluviali. Il sito di fact-checking ungherese Lakmusz, dopo aver parlato con vari esperti, ha spiegato che nel Danubio non esistono dighe tali da conservare per giorni un simile volume idrico. Anche il Direttorato Idrico Nazionale, un ente governativo ungherese, ha ricordato con un post su Facebook che il Danubio è un corso d’acqua internazionale, il cui utilizzo è regolamentato da trattati, leggi dell’Unione Europea e altre direttive che impediscono a un singolo Stato di disporne liberamente e senza vincoli.

Invece Elizabeth Tóth, la leader del movimento civico di destra Magyar Valóság (Realtà Ungherese) ha puntato l’indice contro Bruxelles, accusandola di provocare lo stop della centrale di Paks con un embargo sull’importazione di uranio dalla Russia. Un’affermazione smentita prontamente dall’ufficio stampa della centrale nucleare, che ha spiegato di disporre di scorte di barre di combustibile per oltre due anni e mezzo.
Esponenti di Fidesz (il partito guidato dall’ex premier Orbán) e influencer di destra ne hanno approfittato subito per denunciare la presunta incompetenza del nuovo esecutivo guidato dal partito Tisza, al governo da appena tre mesi dopo sedici anni ininterrotti di Fidesz al potere, senza nascondere la propria soddisfazione per la patata bollente finita nelle mani degli avversari. C’è chi ha postato video in cappotto con il condizionatore al massimo, mentre Il parlamentare di Fidesz Miklós Panyi ha spiegato che le politiche anti-immigrati dell’ex-premier ungherese Viktor Orbán erano anche misure ambientali: «Centomila migranti consumerebbero complessivamente circa 30-35 MW di elettricità nelle ore serali. Ma non lo fanno, perché non ci sono».
Il nemico pubblico di Fidesz
Nella sfera mediatica di destra, si è trovato rapidamente un facile bersaglio: dall’outlet di estrema destra preferito di Orbán alla parlamentare di Fidesz Barbara Hegedűs, varie figure hanno attaccato pubblicamente il festival musicale Sziget, il più grande d’Europa, che ogni anno, dall’11 al 15 agosto, richiama circa 400mila persone su un’isola nel Danubio a Budapest.
«Mentre alle famiglie e alle imprese ungheresi si chiede di fare sacrifici, che dire degli eventi dai consumi energetici giganteschi? Che dire, ad esempio, del Sziget Festival? Non ci possono essere doppi standard durante una crisi energetica! Non è giusto chiedere alla popolazione di spegnere il condizionatore e limitare i consumi, mentre per i grandi impianti e per gli eventi non si prende nemmeno in considerazione l’ipotesi di restrizioni nelle ore di punta», ha scritto Hegedűs su Facebook. Il settimanale HVG ha calcolato che la cancellazione del festival comporterebbe per l’economia ungherese una perdita superiore agli ottanta milioni di euro, oltre a un danno d’immagine difficilmente quantificabile.
Il festival si terrà anche quest’anno, ma al di là del facile populismo – alimentato dall’ostilità di Fidesz verso un evento considerato progressista e troppo woke – è stata sollevata una questione importante: davanti a estati sempre più funestate da eventi climatici estremi, è necessario ripensare radicalmente i grandi eventi estivi? Contattato da Facta, Akos Dominus, il Sustainability Manager di Sziget, ha spiegato la posizione del festival: «Sziget consuma in totale 457mila kWh, sembrano tanti, ma si tratta di circa 1.3 kilowatts per partecipante, che è molto meno di ciò che una persona consumerebbe normalmente. Con l’introduzione dell’illuminazione a LED e di impianti audio sempre più efficienti, negli ultimi anni il nostro fabbisogno energetico è diminuito in modo significativo».
Dominus ha anche chiarito uno dei punti più discussi in questi giorni: «Il nostro festival è alimentato dalla rete elettrica nazionale, ma se necessario, potrebbe funzionare in modo totalmente indipendente grazie a dei generatori. Chiaramente, da un punto di vista climatico, la rete elettrica è un’alternativa più sostenibile a dei generatori alimentati a diesel». Generare energia per un festival di queste dimensioni direttamente con dei pannelli solari, invece, non è pensabile, dato che un investimento a lungo termine come quello non può essere ripagato da un evento che dura una settimana.
Dominus si è soffermato anche sugli sforzi ambientali del festival, dall’introduzione di un servizio di catering sostenibile, allo smaltimento e riciclo più efficiente dei rifiuti. Ma l’aggravarsi della crisi climatica sta mettendo il festival davanti a nuove sfide: «Per risolvere il calore estremo eravamo già intervenuti creando più aree d’ombra, sono aumentati gli spazi che forniscono aria condizionata e abbiamo allestito varie stazioni che forniscono gratuitamente acqua potabile». Quest’anno inoltre si è ricorso massicciamente all’uso di pacciame e alla posa di pavimentazioni temporanee per ridurre il problema della polvere.
Secondo Dominus, l’isola che ospita la manifestazione arriva ad agosto sottoposta a uno stress ecologico sempre più elevato. Per questo diventa fondamentale un piano di adattamento più incisivo, che preveda nuove strategie per la tutela del suolo, sistemi d’irrigazione dedicati e, soprattutto, una pianificazione a lungo termine. Allo stesso tempo, l’organizzatore ammette la fragilità dell’equilibrio tra impegni ecologici, responsabilità sociale e le crescenti pretese del pubblico: «Tra gli spettatori aumenta la richiesta di soluzioni confortevoli come il glamping – un campeggio di lusso dotato di maggiori comfort – con servizi igienici tradizionali con scarico ad acqua al posto dei classici bagni chimici». Ciò solleva una questione ineludibile: di fronte a una crisi climatica, un festival deve rivendicare il diritto a proseguire senza intoppi o fare la propria parte adattandosi all’emergenza? Dominus ha risposto che «è un interrogativo che non avevamo mai dovuto porci. Dopo questa edizione, sarà inevitabile iniziare a ragionarci».
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