
Ma davvero i dialetti stanno scomparendo?
Il calo segnalato da Istat non indica che i dialetti stiano sparendo, ma che stanno cambiando i contesti in cui vengono usati
Da quando l’Istat ha iniziato a monitorare in serie storica l’uso di italiano e dialetto, alla fine degli anni Ottanta, vari articoli di giornale hanno raccontato un preoccupante declino dei dialetti in Italia, mentre altri sono arrivati a parlare di una lenta scomparsa o addirittura di un rischio di estinzione. Anche negli ultimi mesi, diversi articoli hanno raccontato un preoccupante declino e una lenta scomparsa dei dialetti in Italia, arrivando in alcuni casi a parlare addirittura di un rischio di estinzione.
Queste espressioni tendono a suggerire un processo lineare e irreversibile: qualcosa che c’era prima e che oggi non c’è più. Ma i dati Istat più recenti ci dicono qualcosa di più complesso e meno allarmante sul tema. Soprattutto perché questi dati misurano quanto il dialetto viene usato nella vita quotidiana – in particolare nei contesti relazionali più stretti come la famiglia –, ma non spiegano da soli quanto i dialetti siano presenti nel resto della vita sociale e culturale. Il rischio interpretativo, quindi, è scambiare un cambiamento nei contesti d’uso per una vera e propria scomparsa. Questo tipo di semplificazione è comune quando si raccontano fenomeni socio-linguistici così complessi: trasformazioni graduali e differenziate vengono spesso tradotte in narrazioni più nette (crescita o declino) che però non restituiscono tutta la complessità del fenomeno.
Cosa dicono davvero i dati Istat
Il rapporto Istat – pubblicato a inizio 2026 su dati del 2024 – mostra prima di tutto una crescita dell’uso dell’italiano tra tutta la popolazione italiana (considerata dai 6 anni in su). Oggi quasi la metà delle persone (il 48,4 per cento) usa solo o soprattutto l’italiano nella vita quotidiana, in tutti i contesti relazionali: in famiglia, con gli amici e con gli sconosciuti.
Se è vero che è aumentato l’uso dell’italiano, non si può dire che sia scomparso quello del dialetto. Infatti, una percentuale molto alta della popolazione, il 42 per cento, utilizza il dialetto in almeno un ambito relazionale, in forma esclusiva o alternata all’italiano. Il suo uso è più frequente nelle relazioni più strette (38 per cento in famiglia e 35,5 per cento tra amici) mentre solo il 13 per cento lo utilizza nei rapporti con gli estranei.
È calato invece l’uso esclusivo del dialetto, sempre più limitato e relegato alla cerchia familiare e amicale. Solo l’11,2 per cento utilizza solo o prevalentemente il dialetto in almeno un ambito relazionale: il 9,6 per cento in famiglia, l’8 per cento con gli amici e il 2,6 per cento con gli estranei. Molto contenuta invece la quota di chi parla solo o prevalentemente dialetto in tutti gli ambiti relazionali (il 2,3 per cento).
Vero è che in quasi quarant’anni, in Italia, l’uso esclusivo o prevalente del dialetto in famiglia si è ridotto di oltre due terzi, passando dal 32 per cento nel 1988 al 9,6 per cento nel 2024. Questo cambiamento è il risultato di trasformazioni profonde avvenute negli ultimi decenni, che hanno favorito l’uso di una lingua comune: la diffusione della scuola di massa, la mobilità interna, l’urbanizzazione e i media nazionali.
Tuttavia, il calo dell’uso del dialetto in famiglia non indica necessariamente che i dialetti stiano sparendo, ma che stanno cambiando i contesti in cui vengono usati.
Dai contesti familiari ai social: come cambiano funzione dialetti e accenti
Più che sparire, i dialetti stanno cambiando funzione. Se per lungo tempo sono stati strumenti di comunicazione quotidiana, oggi assumono sempre più spesso un ruolo diverso: diventano marcatori di identità, appartenenza e contesto. Questo cambiamento è particolarmente evidente tra le generazioni più giovani. Il dialetto è meno trasmesso in famiglia, ma riemerge in altri spazi, soprattutto online.
Queste varietà locali stanno trovando nuova visibilità sui social media, dove contenuti in dialetto – meme, video brevi e sketch comici – raggiungono un pubblico molto ampio e diventano parte del linguaggio digitale contemporaneo.

In questi contesti, il dialetto non è usato tanto come lingua completa, ma come risorsa espressiva. Serve a costruire ironia, a raccontare situazioni quotidiane e a creare immediata riconoscibilità tra le persone di una determinata comunità linguistica. Alcune parole o espressioni funzionano proprio perché difficili da tradurre: portano con sé riferimenti culturali specifici e condivisi, che rafforzano il senso di appartenenza.
Allo stesso modo, anche gli accenti – cioè le variazioni di pronuncia – assumono un ruolo centrale. Nei contenuti online diventano strumenti narrativi e performativi: evocano territori, identità e talvolta stereotipi, contribuendo a costruire personaggi, situazioni e registri comici.
Questo uso riflette una trasformazione più ampia della comunicazione digitale, in cui scritto e parlato tendono a mescolarsi. Nei meme, nei reel e nei commenti si cerca spesso di riprodurre l’oralità nello scritto, dando vita a una lingua ibrida, fluida e fortemente contestuale.
In questo scenario, da anni alcuni osservatori parlano non tanto di scomparsa, ma di riuso o persino di “ritorno” dei dialetti: non più trasmessi necessariamente come sistemi linguistici completi, ma riattivati come repertori simbolici e culturali. Più che segni del passato, diventano strumenti flessibili, adattati ai nuovi media e alle forme di espressione contemporanee.
Il ruolo delle parole nel racconto
Il modo in cui i dati Istat vengono interpretati e raccontati influenza la percezione del fenomeno. Parole come “declino”, “perdita” o “scomparsa” tendono a semplificare un processo di cambiamento complesso.
È indubbio che i numeri dell’Istat descrivono un cambiamento reale: il dialetto è oggi molto meno usato nella comunicazione quotidiana, soprattutto in famiglia. Ma non raccontano, da soli, tutta la sua presenza nella società. Pur non occupando lo stesso spazio di prima, i dialetti continuano a circolare in forme diverse, nei contesti informali, nelle relazioni, nei contenuti culturali e sempre più spesso negli ambienti digitali.
È qui che il fenomeno si ridefinisce. Non come scomparsa, ma come spostamento: da lingua d’uso generalizzato a risorsa espressiva più situata, che si adatta ai contesti e ai mezzi in cui viene utilizzata. Descriverlo in questi termini non significa minimizzare il cambiamento, ma renderlo più leggibile. Perché è proprio nel modo in cui scegliamo le parole che si gioca una parte importante della comprensione di ciò che sta accadendo.
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