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La narrazione rassicurante degli influencer nella Dubai sotto attacco iraniano

Un racconto, diffuso con video molto simili tra loro, che però si scontra con la complessità della nuova guerra in Medio Oriente

6 marzo 2026
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In questi giorni tra gli influencer occidentali espatriati a Dubai si stanno moltiplicando le dichiarazioni e i video che raccontano quale sarebbe la situazione negli Emirati Arabi Uniti, uno tra i Paesi nella regione colpiti da missili e droni iraniani come risposta agli attacchi di Stati Uniti e Israele all’Iran. Gli Emirati, infatti, e Dubai in particolare, negli ultimi anni hanno attirato un numero consistente di espatriati italiani, francesi, inglesi, spagnoli. 

La narrazione diffusa da molti di questi profili è che la situazione nella città della penisola arabica sia sostanzialmente tranquilla grazie all’efficienza dei sistemi di difesa militare degli Emirati Arabi. Questa lettura rassicurante si scontra però con la complessità della realtà della nuova guerra in Medio Oriente.

Influencer occidentali a Dubai: chi resta e chi parte 

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato che nella regione mediorientale vivono circa 70 mila italiani: l’80 per cento è residente stabile e circa 30 mila si trovano soltanto nelle città emiratine di Dubai e Abu Dhabi.

Un’altra presenza molto consistente negli Emirati è quella francese: oltre 33 mila cittadini francesi risiedono nel Paese, mentre altri 5 mila si trovano in Qatar. Tra questi espatriati vi sono anche influencer e creatori di contenuti, attratti da un regime fiscale favorevole e dall’immagine di uno dei Paesi più sicuri al mondo, come a lungo hanno raccontato e, in alcuni casi, continuano a raccontare.

Proprio gli influencer, da quando il conflitto tra Israele e Iran si è esteso alla regione del Golfo, stanno facendo ciò che sanno fare meglio: pubblicare video sui social media. A Dubai, la comunità dei content creator europei sembra essersi divisa in due: da una parte c’è chi chiede ai propri Paesi di essere rimpatriato; dall’altra chi sceglie di restare, ritenendo il Golfo più sicuro dell’Europa nonostante missili e droni.

«Sono una cittadina francese, spero che la Francia mi protegga e mi rimpatri», dice Maeva Ghennam, influencer da 3 milioni di follower residente a Dubai. Una posizione simile a quella dell’influencer italiana Federica Silenzi, da sei anni a Dubai, che, dopo aver moltiplicato le apparizione televisive per raccontare la vita negli Emirati Arabi durante gli attacchi, ha deciso di rientrare in Italia.

Trasferitisi a Dubai per approfittare di una fiscalità più leggera, stipendi elevati e clima favorevole, gli influencer occidentali che ora vogliono lasciare l’emirato sono finiti al centro di un’ondata di critiche e insulti. Lo racconta anche l’influencer Federica Silenzi, che tre giorni fa, sfogandosi in un post, diceva: «Siamo in un momento di confusione, stiamo cercando di capire cosa fare […], ma qualsiasi cosa tu faccia l’italiano medio ti criticherà sempre».

In Francia, anche Tibo InShape, il più noto influencer sportivo del Paese (che vive in Europa), ha pubblicato un post su X in cui scrive: «Influencer di Dubai, allora alla fine si sta bene in Francia, no?». In seguito ha precisato che il conflitto in corso è drammatico, ma che il suo intento era «denunciare l’ipocrisia degli influencer di Dubai, che fuggono le tasse e talvolta perfino la giustizia francese. Poi, appena scoppia la guerra, vogliono che la Francia li protegga».

Altri creator hanno invece dichiarato di voler restare a Dubai nonostante gli attacchi iraniani. «Fa rabbrividire pensare che è più sicura Dubai sotto le bombe che Milano di notte», scrive una influencer italiana mostrandosi in spiaggia. Spesso questi video sono accompagnati dalla tipica estetizzazione della vita lussuosa della città. L’idea di una Dubai sicura, controllata da un governo che protegge il suo popolo, è presente in molti video, spesso appartenenti al trend “vivi a Dubai, non hai paura?”. Cercando il trend su TikTok ci si trova davanti a centinaia di video di influencer che alla domanda «non hai paura?» rispondono di no, «perché so chi ci protegge», ovvero la famiglia reale, spesso ritratta sullo sfondo dei contenuti. Video simili a quello postato dall’ex calciatore francese Patrice Evra, che dalla sua casa di Dubai ringrazia il governo degli Emirati, affermando «io ho fiducia nel governo. Mi sento al sicuro».

Tra chi si mostra estremamente spaventato dalla guerra e chi, invece, sottolinea come gli Emirati Arabi continuino a essere estremamente sicuri, altri influencer sembrano invece abbracciare una via di mezzo. Ad esempio Ilaria Saccinto parla di una situazione «incerta», con scuole chiuse e voli centellinati, mentre dietro di lei si staglia un paesaggio che mostra la Marina di Dubai calma e all’apparenza «normale». «Cosa fare? Questo è un grande dilemma per noi qui a Dubai», racconta nel video.  

Criticare il governo a Dubai è illegale 

Ma allora dove sta la verità? Guardando i video di alcuni influencer, soprattutto quelli incentrati sulla sicurezza degli Emirati, colpisce quanto molti si assomiglino, sia nei contenuti che nella forma: ricorrono spesso gli stessi riferimenti ai sistemi di difesa aerea e alla sicurezza del Paese. Questi messaggi, inoltre, sembrano riecheggiare la posizione dello stesso governo degli Emirati Arabi Uniti, che continua a sostenere di avere la situazione sotto controllo, tra conferenze stampa e apparizioni pubbliche nei centri commerciali.

Un’analisi della BBC su 129 video di questo tipo pubblicati su Instagram ha individuato una serie di elementi ripetitivi che, di norma, possono essere considerati indizi di uno sforzo coordinato. L’emittente britannica ha però precisato di non aver trovato prove definitive dell’esistenza di una simile strategia.

Di fronte a centinaia di video di questo tipo, molti utenti hanno iniziato a insinuare nei commenti che gli influencer fossero pagati dal governo o sottoposti a qualche forma di controllo. Accuse difficili da dimostrare. Resta però il fatto che i content creator sono considerati una componente importante dell’economia degli Emirati: possono, per esempio, ottenere un visto speciale.

Negli ultimi giorni la polizia di Dubai ha ricordato più volte che «ciò che condividiamo è importante» e che «diffondere informazioni che il governo ritiene false è un crimine punibile con multe fino a 200 mila dirham». In un post pubblicato su X, la polizia ha anche cercato di rassicurare la popolazione, scrivendo che «alcune informazioni vengono diffuse per suscitare paura e ansia all’interno della comunità». Per questo, ha invitato tutti a fare affidamento sulle fonti ufficiali e a comportarsi in modo responsabile nella condivisione di contenuti online.

Negli Emirati Arabi Uniti è illegale criticare il governo. Nemmeno la stampa è libera. L’organizzazione Reporter senza frontiere (RSF) classifica gli Emirati al 164esimo posto su 180: «il governo impedisce alla stampa indipendente, sia locale che straniera, di prosperare perseguendo le voci dissidenti. I giornalisti emiratini espatriati possono essere vittime di vessazioni, arresti o estradizioni», si legge nel report. 

Sistema antiaereo e attacchi iraniani

Da sabato 28 febbraio, gli Emirati Arabi Uniti sono bersaglio di attacchi da parte dell’Iran. Secondo Emirates News Agency, agenzia di stampa ufficiale del Paese, dall’inizio del conflitto sono stati rilevati 196 missili balistici lanciati verso gli Emirati Arabi Uniti, di cui 181 distrutti, 13 caduti in mare e due atterrati sul territorio nazionale. Sono stati inoltre rilevati 1.072 droni iraniani, di cui 1.001 intercettati, – scrive sempre l’agenzia di stampa – mentre 71 sono caduti all’interno del Paese, e sono stati anche distrutti otto missili da crociera.

Lo scudo antimissile degli Emirati Arabi è in effetti uno dei più avanzati al mondo. Attivo dal 2015, il sistema di difesa emiratino (che beneficia di una partnership con gli Stati Uniti) si compone di due strati: il sistema THAAD (che agisce ad alta quota) e il sistema Patriot PAC-3 (che agisce a bassa quota). 

Le stesse ambasciate europee negli Emirati, come quella italiana, si felicitano con il Paese per il suo scudo particolarmente efficace, che ha intercettato la maggior parte degli attacchi iraniani. 

Nonostante ciò, alcuni dubbi iniziano a sorgere sull’effettiva durabilità di questo sistema di difesa. L’agenzia di stampa Bloomberg ha per esempio riportato delle indiscrezioni secondo le quali lo scudo anti-missile del Paese non sarebbe pronto per sostenere degli attacchi a lungo termine. Con questi ritmi, secondo Bloomberg, il sistema potrebbe essere efficace solo per un’altra settimana. Secondo Becca Wasser, responsabile della difesa per Bloomberg, la crisi delle munizioni potrebbe costringere i paesi del Golfo a cambiare tattica e alla fine potrebbero dover diventare «più selettivi» nei loro obiettivi, concentrandosi potenzialmente sull’abbattimento di grandi sciami di droni o missili balistici a corto raggio. Con un successivo comunicato stampa, il ministero degli Esteri UAE ha respinto la ricostruzione di Bloomberg, affermando di avere una «solida riserva strategica di munizioni», una garanzia di «capacità di intercettazione e risposta prolungate per periodi prolungati». 

Se ciò fosse vero, gli influencer sarebbero allora meno al sicuro di quanto pensano. A inizio marzo, per la prima volta, i ministri degli Esteri delle 6 monarchie del Golfo hanno parlato di “diritto all’autodifesa”, ventilando la possibilità di rispondere agli attacchi iraniani. E questa potrebbe diventare una variabile impazzita per una possibile escalation militare, soprattutto perché al momento non esistono informazioni certe sulle riserve di missili e droni dell’Iran e la durata del conflitto è dunque molto difficile da stabilire.   

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