
Netanyahu sta delegittimando il voto arabo con accuse di interferenze straniere e complottismi
Tra retorica razzista e sospetti infondati che il Qatar abbia rubato le elezioni, l’estrema destra israeliana ha reso incendiario il clima post-elettorale
Tra le poche certezze legate al voto parlamentare tenutosi in Israele lo scorso 27 ottobre, c’è l’assenza di un vincitore netto: nessuna delle coalizioni principali ha infatti conquistato la maggioranza dei seggi. La coalizione del governo uscente guidata da Benjamin Netanyahu ha ottenuto 53 seggi, mentre il fronte dell’opposizione, guidato dall’ex generale dell’esercito Gadi Eisenkot, ne ha ottenuti 48. Entrambi gli schieramenti restano lontani dalla soglia necessaria (61 seggi) per formare un governo alla Knesset, il Parlamento israeliano da 120 deputati. Al fine di evitare un’altra tornata elettorale, il presidente Isaac Herzog ha invitato i due fronti principali ad approcciarsi all’attuale situazione di stallo «con la mente aperta». Uno dei risultati più inattesi delle elezioni è stato quello dei partiti arabi Ra’am e Lista Comune, che sono riusciti quasi a raddoppiare i propri seggi e far eleggere in totale 19 deputati. I loro voti permetterebbero all’opposizione di avere una maggioranza, anche se questa eventualità è complicata dal veto di alcuni partiti di opposizione.
In Italia sui social media il voto arabo-israeliano è stato raccontato da alcuni come un chiaro esempio del pluralismo della democrazia israeliana. Il deputato Luigi Marattin, noto per le sue posizioni pro-Israele, ha scritto su X il giorno delle elezioni: «oggi due milioni di arabi musulmani possono esercitare liberamente il loro diritto di voto, senza limitazioni alla libertà di stampa, senza restrizioni, e potendosi candidare direttamente per sedere nel parlamento […] non stiamo parlando di nessun Paese arabo del Medio Oriente. Ma di Israele». Un mese fa, tuttavia, su petizione del partito di Netanyahu, il Likud, la Commissione elettorale aveva deciso di escludere i partiti arabi dalle elezioni, decisione poi annullata dall’Alta Corte di giustizia israeliana. A spoglio terminato, invece, il suprematista ebraico e Ministro della sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha chiesto l’arresto dei leader dei partiti arabi, accusandoli senza prove di frode elettorale.
I cittadini arabi israeliani rappresentano circa il 20 per cento della popolazione d’Israele: discendono da coloro che non abbandonarono le proprie case durante la Nakba (“catastrofe” in arabo), l’esodo forzato ed espulsione di oltre 700 mila palestinesi dai propri villaggi durante la fondazione dello stato di Israele nel 1948. Se in passato la comunità araba d’Israele aveva spesso boicottato le urne ritenendo inutile la partecipazione, in questa tornata il voto aveva un valore diverso. La nascita nel 2022 dell’esecutivo più a destra della storia del Paese e il conseguente aumento di retorica e violenze anti-arabe hanno spinto a una reazione democratica, favorita anche dalla mobilitazione dal basso di molte attiviste, decisive nel coinvolgere le donne e le comunità più periferiche. Il risultato è che nelle elezioni del 27 ottobre ha votato quasi l’80 per cento degli arabi israeliani aventi diritto.
La disinformazione anti-araba dell’estrema destra
Durante l’intera giornata elettorale Netanyahu ha presentato la mobilitazione degli elettori arabi come un rischio esistenziale, e per motivare i propri sostenitori ad andare alle urne ha definito la contesa una questione di «vita o morte». Secondo un’analisi condotta dai ricercatori e fact checker israeliani di FakeReporter, circa la metà dei contenuti pubblicati online e ricondivisi da Netanyahu durante il giorno del voto puntava ad alimentare la paura dell’affluenza araba. Per alimentare questa percezione d’allarme il premier israeliano uscente ha condiviso su X un video generato con l’intelligenza artificiale, in cui una persona raccoglie da terra delle chiavi attaccate a un portachiavi con la sagoma d’Israele e le consegna a Mansour Abbas, leader del partito arabo Ra’am. Nel video si legge: «Non diamogli le chiavi del Paese». Sempre sul proprio profilo, il primo ministro ha pubblicato immagini che pretendevano di documentare presunte code record ai seggi nelle località arabe, con lo scopo di allarmare i propri elettori. Le verifiche di BBC Verify hanno però accertato che almeno uno di questi scatti era un falso creato con l’intelligenza artificiale. Queste narrazioni sono state rapidamente riprese e amplificate dall’ecosistema mediatico di destra israeliano, tra questi l’emittente televisiva Channel 14, canale nazional-conservatore spesso definito la “Fox News israeliana”. Sempre FakeReporter ha rilevato che nel Paese la retorica anti-araba online tra il 27 e il 30 ottobre era aumentata del 428 per cento.
In seguito allo spoglio Netanyahu e i suoi alleati hanno rilanciato con insistenza la teoria delle “elezioni rubate”, sostenendo che la straordinaria affluenza della minoranza araba fosse pilotata da ingerenze straniere volte a islamizzare Israele. Nella diffusione dell’allarme ha avuto un ruolo anche David Zini, direttore del servizio di sicurezza interna Shin Bet e considerato politicamente vicino al premier, che ha accreditato l’ipotesi di gravi interferenze esterne tramite presunte risorse finanziarie destinate a incentivare la partecipazione elettorale araba e orientare i risultati delle urne. Tuttavia, a fronte dell’assenza di prove concrete, domenica 1° novembre il presidente della Commissione elettorale centrale, Noam Sohlberg, è intervenuto per sgombrare il campo dai dubbi, dichiarando che il voto si è svolto «in modo regolare e che i suoi risultati riflettono la volontà degli elettori». Sohlberg ha ribadito che, anche qualora i sospetti su finanziamenti esteri mirati a influenzare il voto dovessero trovare conferma, «questi non pregiudicherebbero l’integrità delle elezioni né il loro esito complessivo».
Nel frattempo sono stati scarcerati i due attivisti di Ra’am fermati dalla polizia nel sud del Paese il giorno delle elezioni con l’accusa di distribuire buste di denaro per corrompere gli elettori. Il quotidiano israeliano progressista Haaretz ha rivelato che il fermo era scaturito da una segnalazione diretta di Ido Norden, capo di gabinetto di Benjamin Netanyahu. Un alto funzionario delle forze dell’ordine ha confermato alla testata che «l’intero caso è nato all’interno dell’Ufficio del Primo Ministro», aggiungendo che la vicenda è stata strumentalizzata a fini politici e che non è emerso alcun elemento concreto a supporto delle accuse.
Il Qatar come grande manipolatore
Nel tentativo di delegittimare il voto, la destra israeliana di governo ha puntato il dito soprattutto contro il Qatar, accusandolo senza prove di aver manipolato le elezioni attraverso finanziamenti destinati a mobilitare l’elettorato arabo. Le accuse sono state prontamente respinte dal portavoce del Ministero degli esteri qatariota. Negli ultimi anni l’emirato è diventato agli occhi dell’establishment conservatore israeliano un bersaglio sistematico: rivale geopolitico accusato di sostenere Hamas e i suoi vertici, ma anche avversario mediatico per via dell’influenza del network mediatico Al Jazeera.
I tentativi di ritrarre il Qatar come una minaccia travalicano anche i confini nazionali. Un’approfondita inchiesta durata tre anni e diffusa recentemente, realizzata dai ricercatori Marc Owen Jones e Sohan Dsouza, ha recentemente documentato un network con chiare tracce riconducibili a operatori privati israeliani, protagonista di quella che gli autori hanno definito la «più grande campagna di sponsorizzate mai rilevata nell’UE». Attraverso centinaia di milioni di impression su Meta, TikTok e YouTube, l’operazione di disinformazione ha alimentato xenofobia e odio anti-arabo riadattando la teoria complottista della «Grande Sostituzione»: nei messaggi diffusi, il Qatar è stato dipinto come il nuovo finanziatore occulto dell’immigrazione di massa verso l’Occidente, prendendo di fatto il posto che la retorica dell’estrema destra assegna tradizionalmente al miliardario di origine ungherese George Soros. Questa campagna di disinformazione ha calibrato le attività a ridosso di appuntamenti sensibili: l’Italia sarebbe stata oggetto di questi contenuti sponsorizzati soprattutto in occasione delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026 e delle elezioni amministrative del 24 e 25 maggio 2026.
L’incognita sui prossimi giorni
La certificazione e la proclamazione ufficiale dei risultati elettorali israeliani sono previste per mercoledì 4 novembre, ma gli sviluppi politici restano un’incognita. In un atto che non avrebbe precedenti nella storia di Israele, Netanyahu starebbe valutando di non riconoscere l’esito elettorale, in uno scenario analogo alla campagna “Stop the Steal” promossa da Donald Trump dopo le presidenziali statunitensi del 2020 e basata su un teoria del complotto infondata secondo cui Biden sarebbe diventato presidente con frodi elettorali.
Quel che è certo è che il suo blocco politico sta inasprendo la retorica anti-araba e rendendo il clima incandescente. Il figlio del premier uscente Yair Netanyahu ha affermato che l’elettorato arabo israeliano rappresenterebbe «la più grande minaccia per la sopravvivenza dello Stato di Israele», seconda solo all’arsenale nucleare iraniano, per poi aggiungere: «il Paese non può sopravvivere quando il 20 per cento della sua popolazione si identifica con i suoi nemici e ne desidera la distruzione».
Non mancano le derive verso l’azione diretta: il deputato di estrema destra Yitzhak Kroizer ha esortato apertamente la cittadinanza a «uscire e armarsi», agitando lo spettro di una rivolta araba qualora i seggi conquistati da Ra’am e Lista Comune venissero annullati. Nel frattempo attivisti pro-Netanyahu si sono radunati sotto casa del leader dell’opposizione Gadi Eisenkot, chiamandolo traditore per via del suo tentativo di ottenere l’appoggio dei partiti arabi per formare un governo alternativo, e accusandolo di aver ucciso il suo stesso figlio. Eisenkot ha perso suo figlio Gal Meir Eisenkot nel dicembre 2023, mentre questo combatteva a Gaza con l’esercito israeliano. Sullo sfondo internazionale, intanto, Netanyahu starebbe spingendo per una nuova escalation militare contro l’Iran: una manovra strategica interpretata come un tentativo di far deragliare le trattative di Eisenkot.
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