Logo

L’ONU ha approvato la responsabilità giuridica per l’inazione climatica

Una risoluzione storica promossa dal piccolo stato di Vanuatu segna una svolta nel diritto internazionale del clima

19 giugno 2026
Condividi

Lo scorso 20 maggio è stato un giorno denso di eventi. Ben Gvir, ministro israeliano di estrema destra, aveva appena pubblicato il video dei 400 attivisti della Global Sumud Flotilla bendati e inginocchiati in un hangar del porto israeliano di Ashdod; l’amministrazione di Donald Trump annunciava la riduzione delle brigate di combattimento statunitensi in Europa e scoppiava un dibattito sul disimpegno USA e la necessità crescente di un riarmo europeo; in Italia si parlava di deroga alle accise mentre continuava, e continua ancora, la crisi di Hormuz causata dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran; dall’altra parte del globo, il presidente russo Vladimir Putin atterrava a Pechino per incontrare il presidente cinese Xi Jinping.

In tutto quel “disordine” una notizia importante è passata sotto traccia. Il 20 maggio è avvenuta infatti una delle più importanti svolte storiche per la governance del clima dall’Accordo di Parigi del 2015 a oggi, insieme forse all’inserimento della locuzione “transitioning away from fossil fuels” (in italiano “abbandonare gradualmente i combustibili fossili”) nel testo finale della conferenza sul clima COP 28 di Dubai, nel dicembre 2023.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato infatti una risoluzione promossa dallo Stato di Vanuatu sugli obblighi dei governi in materia di cambiamento climatico, in cui si afferma la responsabilità legale degli Stati qualora si sottraessero al dovere di adottare misure adeguate di mitigazione e adattamento. Una risoluzione rivoluzionaria, che mette nero su bianco un principio destinato a pesare sempre di più: gli Stati non possono restare a guardare mentre il pianeta si riscalda. Chi non agisce per contrastare la crisi climatica può essere chiamato a risponderne. Un segnale politico e giuridico forte, che apre la strada a nuove richieste di responsabilità nei confronti dei governi.

Il percorso di questa proposta

Tutto cominciò nel 2019, quando un gruppo di studenti universitari provenienti da otto isole del Pacifico decise di fondare l’organizzazione ”Pacific Island Students Fighting Climate Change” e chiedere alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia di pronunciarsi sugli obblighi giuridici degli Stati rispetto al cambiamento climatico. 

L’idea venne poi fatta propria da Vanuatu, Stato insulare dell’Oceania tra i più vulnerabili agli effetti della crisi climatica, che dal 2021 iniziò un’intensa campagna diplomatica all’ONU perché la richiesta degli studenti venisse accolta. Nel marzo 2023 l’Assemblea Generale votò a favore: l’anno successivo si aprì così il procedimento consultivo, nell’ambito del quale 96 Stati e 11 organizzazioni internazionali presentarono memorie scritte e parteciparono alle udienze pubbliche, fornendo osservazioni e argomentazioni giuridiche sulle due questioni sottoposte alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia. Per prima cosa si chiedeva di definire «gli obblighi degli Stati, ai sensi del diritto internazionale, in materia di tutela dell’ambiente» e, in secondo luogo, «le conseguenze giuridiche per gli Stati, in forza di tali obblighi, qualora causino danni all’ambiente».

Il parere della Corte arrivò circa un anno dopo, il 23 luglio 2025, mettendo un punto fermo in un dibattito durato decenni: la protezione del clima non è soltanto una questione di impegni politici o di accordi negoziati alle conferenze sul clima, ma un obbligo giuridico che affonda le sue radici nel diritto internazionale, nella tutela dei diritti umani e negli altri strumenti che regolano il rapporto tra gli Stati e l’ambiente. Insomma, la tutela dell’ambiente è un diritto umano, sta a monte e non a valle del diritto internazionale, e soprattutto si possono misurare le responsabilità e punire le inadempienze.

La sentenza del luglio 2025 specifica che «sebbene i cambiamenti climatici siano causati dalle emissioni cumulative di gas a effetto serra, è scientificamente possibile determinare il contributo totale di ciascuno Stato alle emissioni globali, tenendo conto sia delle emissioni storiche che di quelle attuali». Ma ciò che viene considerato come “atto illecito” non sono tanto le emissioni in sé e per sé, quanto «tutte le azioni o le omissioni che causano un danno significativo al sistema climatico e ad altri aspetti dell’ambiente» in violazione degli obblighi internazionali di uno Stato. In altre parole, non fare è grave tanto quanto fare. Il problema non è aver emesso, né continuare a emettere, ma non adoperarsi per emettere sempre meno, con una grande attenzione alle responsabilità «condivise e differenziate» che richiedono sforzi in misura differente ai diversi Paesi: non tutti hanno e hanno avuto lo stesso impatto sul clima. Le emissioni storiche infatti si concentrano soprattutto nelle economie industrializzate occidentali, mentre sono inferiori nel Sud globale. Per questo, il diritto internazionale riconosce il principio delle «responsabilità comuni ma differenziate».

Cosa prevede la risoluzione 

Di per sé, la risoluzione non aggiunge nuovi obblighi giuridici, piuttosto prende atto di quelli già esistenti, derivanti dall’Accordo di Parigi, dalla Convenzione quadro dell’ONU sui cambiamenti climatici (Unfccc) e dai principi generali del diritto internazionale in materia di protezione dell’ecosistema e prevenzione di danni significativi all’ambiente. 

Ciò che c’è di nuovo è che si parla per la prima volta di responsabilità legale e di illecito internazionale in caso di violazione degli obblighi di mitigazione e adattamento o di comportamenti dannosi: questo principio cambiava già le carte in tavola, e ha anche già avuto una prima eco nella giurisprudenza internazionale. Nel gennaio 2026, infatti, nel cosiddetto Bonaire Climate Case, il Tribunale dell’Aia ha infatti richiamato espressamente il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) per affermare che i Paesi Bassi non stavano adempiendo ai propri obblighi di mitigazione e adattamento nei confronti degli abitanti dell’isola caraibica di Bonaire, territorio parte del Regno dei Paesi Bassi e particolarmente esposto agli effetti della crisi climatica.

Il parere della Corte del 2025 restava però sostanzialmente consultivo: la risoluzione del 20 maggio 2026, passata all’Assemblea dell’ONU, ci porta in un mondo nuovo, dove tutto questo diventa responsabilità giuridica. Si tratta di uno dei più importanti sviluppi del diritto climatico internazionale degli ultimi anni ed è arrivato con una maggioranza schiacciante di 141 voti favorevoli. Sorprendentemente ha votato a favore persino l’Italia, i cui risultati in questa legislatura in campo climatico e ambientale non sono finora stati per nulla positivi: dalla Nature Restoration Law agli ETS fino al recente European deforestation-free products regulation (Eudr) si è costantemente espressa per rendere i vincoli meno stringenti possibili. Le astensioni sono state invece 28, fra cui Cina, India, Qatar, Nigeria e Turchia. E 8 i voti contrari: Stati Uniti, Russia, Israele, Iran, Arabia Saudita, Bielorussia, Yemen e Liberia. 

Questa risoluzione riconosce il ruolo crescente del diritto internazionale come strumento di governo della crisi climatica, ed è sorprendente, rilevante e assieme stridente e ironico che ciò sia accaduto proprio adesso. Avviene infatti dopo il sostanziale fallimento della COP 30 di Belem, in Brasile, del 2025 e in un contesto di crisi internazionale costante dal 3 gennaio 2026, giorno dell’attacco militare statunitense al Venezuela, a oggi giocata quasi tutta attorno al petrolio. Avviene in un contesto globale di ridefinizione delle forze, con Stati Uniti, Russia e Paesi del Golfo che si aggrappano con le unghie al mondo fossile di ieri e cercano di spremere tutto ciò che possono dalla risorsa protagonista del secolo scorso. Avviene mentre le forze si riallineano attorno alla transizione energetica a trazione cinese e tuttavia di transizione ecologica si parla sempre meno. È una vittoria della transizione ecologica, portata a casa dagli studenti delle isole del Pacifico.

Potrebbero interessarti
Segnala su Whatsapp