
Il nostro pessimo dibattito pubblico sull’aborto dipende anche da dati ufficiali scadenti
La legge 194 prevede una relazione annuale del ministero della Salute sull’interruzione volontaria di gravidanza. L’ultima pubblicata contiene però i dati del 2022
I dati sull’aborto in Italia dovrebbero essere aggiornati ogni anno. È infatti la legge 194 del 1978 a stabilire che il ministro della Salute presenti al Parlamento una relazione annuale sull’applicazione della norma che regola l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Questo documento è il principale strumento pubblico per monitorare l’andamento degli aborti in Italia e verificare che il servizio venga garantito dal sistema sanitario nazionale.
Oggi però questa fotografia non è aggiornata. L’ultima relazione pubblicata il 5 dicembre 2024 dal ministero della Salute contiene i dati relativi al 2022, mentre quelli degli anni successivi non sono ancora stati diffusi. Di fatto, le informazioni ufficiali più recenti disponibili sul fenomeno hanno almeno due-tre anni di ritardo.
Secondo alcune organizzazioni che si occupano di salute riproduttiva – tra cui Medici del Mondo, che nel 2025 ha pubblicato il report “Aborto senza numeri”, e l’Associazione Luca Coscioni, impegnata nella campagna “Mai dati” sulla trasparenza delle informazioni sull’IVG – il problema non riguarda unicamente la tempistica con cui i dati vengono pubblicati, ma anche la loro qualità e accessibilità. Informazioni aggregate, pubblicazioni tardive e difficoltà di accesso ai dati rendono più complicato analizzare come la legge 194 venga applicata sul territorio e se il diritto all’aborto sia garantito in modo uniforme nella nostra regione.
Nell’ambito della campagna “Mai dati”, alla quale hanno contribuito anche le giornaliste Chiara Lalli e Sonia Montegiove, alcune informazioni aggiornate sul numero di interruzioni di gravidanza sono state ottenute direttamente dall’Istituto superiore di sanità (ISS) tramite richieste di accesso agli atti. Questo dimostra che i dati esistono già a livello amministrativo, ma non vengono sempre pubblicati tempestivamente nella relazione annuale prevista dalla legge 194.
Il sistema di monitoraggio nazionale delle IVG è attivo dal 1980, come riportato nelle relazioni annuali del ministero della Salute sull’attuazione della legge 194. I dati vengono raccolti dalle strutture sanitarie che praticano l’IVG, trasmessi alle regioni e poi elaborati dal ministero della Salute e dall’Istituto Superiore di Sanità prima di confluire nella relazione annuale destinata al Parlamento.
Negli ultimi anni, però, la pubblicazione di questo documento è diventata più irregolare, alimentando il dibattito sulla trasparenza dei dati e sul modo in cui aborto e politiche riproduttive vengono raccontati nel discorso pubblico.
Cosa dicono gli ultimi dati ministeriali disponibili
Secondo la relazione ministeriale più recente sull’attuazione della legge 194, nel 2022 in Italia sono state registrate 65.661 interruzioni volontarie di gravidanza, con un aumento del 3,2 per cento rispetto all’anno precedente.
Dati più aggiornati ottenuti dall’Istituto superiore di sanità (ISS) – tramite le già citate richieste di accesso agli atti – indicano che nel 2023 le IVG sono state circa 65.493, un numero sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente. Tra queste, circa il 60 per cento è stato effettuato con metodo farmacologico e il 40 per cento con metodo chirurgico, confermando la crescente diffusione dell’aborto farmacologico negli ultimi anni.
Il tasso di abortività – cioè il numero di IVG ogni mille donne tra i 15 e i 49 anni – è stato pari a 5,6 nel 2022, secondo la relazione del ministero della salute sull’attuazione della legge 194. Si tratta di un valore relativamente basso rispetto ad altri paesi industrializzati e molto inferiore a quello degli anni Ottanta, quando le interruzioni di gravidanza superavano le 200 mila all’anno. Secondo le analisi riportate nelle relazioni del ministero, la diminuzione nel lungo periodo è associata a diversi fattori, tra cui la maggiore diffusione dei metodi contraccettivi, i cambiamenti demografici e la riduzione delle gravidanze tra le donne più giovani. Anche il calo complessivo della popolazione femminile in età fertile ha contribuito alla diminuzione del numero di IVG registrate negli ultimi decenni.
Negli ultimi anni è cambiato anche il modo in cui viene effettuata l’interruzione di gravidanza. L’aborto farmacologico – che avviene tramite la somministrazione di farmaci, generalmente mifepristone e prostaglandine, nelle prime nove settimane di gravidanza – è cresciuto progressivamente e nel 2022 ha superato per la prima volta quello chirurgico (cioè effettuato tramite intervento medico, nei primi 90 giorni), secondo i dati riportati nella relazione ministeriale. Questa crescita è stata favorita anche da alcune modifiche alle linee guida nazionali: nel 2020 il ministero della Salute ha esteso l’uso della RU486 – ovvero il medicinale a base di mifepristone – fino alla nona settimana di gravidanza e ha consentito la sua somministrazione anche nei consultori e negli ambulatori pubblici autorizzati.
I dati sull’obiezione di coscienza
Uno dei temi più discussi nel dibattito sull’aborto riguarda l’obiezione di coscienza del personale sanitario, prevista dalla stessa legge 194.
Secondo gli ultimi dati del 2022, si è dichiarato obiettore circa il 60 per cento dei ginecologi. In altre parole, 6 ginecologi su 10 negli ospedali italiani non praticano IVG per obiezione di coscienza.
Le percentuali sono più basse ma comunque rilevanti tra gli altri professionisti sanitari: in Italia, sono obiettori circa il 37 per cento degli anestesisti e il 32 per cento del personale non medico.
La distribuzione sul territorio è però molto disomogenea e il dato regionale non sempre riflette la situazione nelle singole strutture sanitarie. Secondo il report “Aborto senza numeri” dell’organizzazione Medici del Mondo, sempre nel 2022 in Molise oltre il 90 per cento dei ginecologi è obiettore, mentre percentuali superiori all’80 per cento si registrano anche in Sicilia, Campania e Basilicata.
Questo significa che, anche se la legge garantisce formalmente il diritto all’aborto, la disponibilità effettiva del servizio può variare molto tra regioni e strutture sanitarie.
La trasparenza dei dati
Il ritardo nella pubblicazione delle relazioni non è l’unica criticità. Anche quando vengono pubblicati, i dati sull’interruzione volontaria di gravidanza sono spesso difficili da analizzare in modo dettagliato, perché molte informazioni – come la distribuzione degli obiettori di coscienza nei singoli ospedali o i tempi di accesso ai servizi – non sono sempre disponibili in formato aperto o facilmente consultabile.
Secondo il rapporto dei Medici del Mondo, uno dei principali limiti riguarda il modo in cui i dati vengono pubblicati: spesso sono aggregati a livello regionale, il che rende difficile capire cosa succede nelle singole strutture sanitarie.
Una maggiore disponibilità di dati disaggregati e aggiornati permetterebbe di individuare più facilmente eventuali criticità nell’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza e di orientare meglio le politiche sanitarie.
Anche le parole contano
Il dibattito sull’aborto non riguarda solo i dati ma anche il linguaggio utilizzato per descriverlo. Le parole con cui aborto e politiche riproduttive vengono raccontati contribuiscono infatti a incorniciare il fenomeno in modi diversi.
Nei documenti istituzionali e sanitari si utilizza quasi sempre l’espressione “interruzione volontaria di gravidanza” (IVG), introdotta dalla legge 194 del 1978. Si tratta di un termine tecnico che colloca l’aborto nel campo della medicina e della sanità pubblica e che viene usato nelle relazioni del ministero della Salute, nei documenti sanitari e nella normativa.
Accanto a questo linguaggio tecnico esistono anche diversi eufemismi, spesso utilizzati nei contesti istituzionali o giornalistici per attenuare il peso emotivo della parola “aborto”. Formule come “interruzione della gravidanza” o “procedura” tendono a presentare il tema in modo più neutro e amministrativo.
Nel dibattito pubblico e politico compaiono invece espressioni molto più connotate. Ad esempio, nel dibattito politico italiano e internazionale si utilizzano spesso etichette come “pro-choice” e “pro-life”, che sintetizzano due modi opposti di interpretare la questione dell’aborto: come diritto individuale o come tema legato alla tutela della vita nascente.
Analisi sulle politiche riproduttive, come quelle dell’European Parliamentary Forum for Sexual and Reproductive Rights – una rete europea di parlamentari che promuove politiche a favore dei diritti sessuali e riproduttivi –, mostrano come il linguaggio politico sull’aborto si costruisca spesso attraverso cornici contrapposte. Le narrazioni che vogliono sottolineare la dimensione dei diritti, parlano di “diritto di scelta”, “diritto all’aborto” o “salute riproduttiva”, collocando la questione nel quadro dei diritti individuali e dell’autonomia delle donne e delle gestanti. Altre utilizzano formule come “difesa della vita”, “cultura della vita” o “soppressione del feto”, che enfatizzano invece la dimensione morale ed etica della questione.
Questa contrapposizione linguistica è stata analizzata in diversi studi sul dibattito pubblico sull’aborto. La politologa Rosalind Petchesky, nel libro “Abortion and Woman’s Choice: The State, Sexuality and Reproductive Freedom” ha mostrato come il tema venga spesso interpretato attraverso due prospettive distinte: quella dei diritti individuali e quella della tutela della vita nascente. Anche organizzazioni che studiano le politiche riproduttive, come l’European Parliamentary Forum for Sexual and Reproductive Rights, evidenziano come il linguaggio utilizzato nel dibattito politico contribuisca a costruire narrazioni opposte intorno allo stesso fenomeno.
Questa polarizzazione linguistica è particolarmente evidente anche in Italia, dove il confronto pubblico sull’IVG si sviluppa spesso attraverso termini tecnici, eufemismi o espressioni fortemente ideologiche.
Quando mancano i dati, le parole pesano di più
La mancanza di dati aggiornati sull’interruzione volontaria di gravidanza non è solo un problema statistico. Incide anche sul modo in cui il tema viene discusso nel dibattito pubblico.
Le relazioni annuali previste dalla legge 194 servono proprio a questo: fornire una fotografia aggiornata dell’andamento delle IVG in Italia, della diffusione dell’obiezione di coscienza e dell’organizzazione dei servizi sanitari sul territorio. Sono strumenti pensati per rendere più trasparente l’applicazione della legge e permettere un confronto basato su informazioni verificabili.
Quando i dati arrivano con anni di ritardo o non sono facilmente accessibili, diventa più difficile analizzare fenomeni come la distribuzione dei servizi, il numero di obiettori o le modalità con cui vengono effettuate le interruzioni di gravidanza. In questo contesto il dibattito pubblico rischia di spostarsi dalle evidenze empiriche alle interpretazioni politiche e alle narrazioni contrapposte.
In un tema fortemente polarizzato come l’aborto, la disponibilità di dati aggiornati e accessibili diventa quindi un elemento centrale non solo per monitorare l’applicazione della legge 194, ma anche per mantenere il confronto pubblico ancorato ai fatti.
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