
La propaganda cinese passa attraverso i modelli IA open source
Controllare l’IA significa definire le narrazioni attraverso cui le persone interpretano la realtà
Quando all’inizio del 2025 il grande modello linguistico cinese DeepSeek ha scosso il mondo tecnologico con un modello capace di competere con i giganti della Silicon Valley, la reazione internazionale si è concentrata quasi subito su un solo aspetto: la censura. A oltre un anno di distanza, però, il dibattito si è spostato sul tentativo di comprendere quale ruolo possano avere i modelli cinesi nella diffusione delle narrazioni favorevoli a Pechino e nell’influenzare l’ecosistema globale dell’intelligenza artificiale open source.
I modelli che diffondono narrazioni favorevoli a Pechino
Tra le domande più utilizzate per metterne alla prova le questioni censurate da DeepSeek figuravano quelle su Piazza Tiananmen nel 1989, sullo status di Taiwan o sull’esistenza di campi di rieducazione per la minoranza uigura. In tutti questi casi il chatbot evitava di rispondere o proponeva di cambiare argomento. La notizia ha fatto il giro del mondo, alimentando il dibattito sulla censura e sui modi per aggirarla.
Secondo Alex Colville, analista dell’Australian Strategic Policy Institute, intervenuto durante un webinar sulla strategia cinese nell’intelligenza artificiale organizzato da EU DisinfoLab, questa interpretazione coglie però solo la superficie di un fenomeno molto più profondo. Esiste infatti una distinzione tra censura, cioè l’atto di impedire che un’informazione circoli, e propaganda, ossia la costruzione attiva di narrazioni finalizzate a orientare le opinioni.
Il caso di DeepSeek si inserisce in un contesto più ampio. Le autorità cinesi e il Partito comunista cinese (PCP) non descrivono questo approccio come propaganda, ma utilizzano l’espressione “yúlùn dǎoxiàng”, traducibile come “guida dell’opinione pubblica”, pilastro del sistema mediatico del Paese. Come spiega il China Media Project – centro di ricerca indipendente sull’ecosistema informativo cinese con sede negli Stati Uniti – i media statali non devono soltanto evitare contenuti in contrasto con la linea ufficiale del Partito, ma anche promuoverne attivamente le posizioni, contribuendo a orientare l’opinione pubblica verso le direttive ufficiali. Con Xi Jinping, questo principio è stato progressivamente esteso anche alla comunicazione rivolta all’estero. In questa prospettiva, il dibattito su DeepSeek non riguarda soltanto i limiti imposti alle risposte del chatbot, ma anche il ruolo che modelli di IA sviluppati in Cina potrebbero avere nella diffusione di narrazioni coerenti con gli interessi di Pechino.
Tuttavia, il caso di DeepSeek non è isolato. Per mostrare che il fenomeno riguarda più in generale i principali modelli di IA sviluppati in Cina, Colville propone un semplice esperimento: chiedere quale sia la reputazione internazionale della Cina a Qwen, una famiglia di modelli linguistici sviluppata da Alibaba, il colosso dell’e-commerce e del cloud computing che negli ultimi anni ha investito massicciamente nell’intelligenza artificiale generativa, diventando uno dei principali fornitori di modelli open source al mondo.
Poiché è possibile visualizzare i passaggi logici che precedono la risposta finale di Qwen – il cosiddetto “chain of thought” – il ricercatore ha osservato come il modello costruisse le proprie risposte, con una narrazione sistematicamente favorevole alla Cina. Le indicazioni erano di mantenere il tono sempre positivo e costruttivo, concentrarsi sui successi del Paese ed evitare qualsiasi dichiarazione negativa o critica.
Ponendo la stessa domanda su altri Paesi come Belgio o Kenya, il modello suggeriva invece di includere sia aspetti positivi sia negativi, così da offrire una risposta equilibrata. Il punto, quindi, non è il rifiuto esplicito di rispondere, ma l’esistenza di un’asimmetria incorporata nel sistema, tanto più insidiosa perché invisibile all’utente, che normalmente legge soltanto la risposta finale senza interrogarsi sul processo con cui è stata costruita.
Il fenomeno rientra nella cosiddetta soft propaganda, una tecnica di inquadramento selettivo volta a riorganizzare l’informazione relegando gli elementi più critici a opinioni soggettive o minoritarie, come emerso anche dalle domande sul trattamento dei diritti umani da parte di Pechino. Proprio perché non altera apertamente i fatti, questa tecnica contribuisce ad alimentare il disordine informativo, rendendo più difficile distinguere tra informazioni verificabili e interpretazioni orientate.
La tecnologia open source: una strategia geopolitica
Oggi, l’intelligenza artificiale rappresenta uno strumento centrale per affermare la propria leadership tecnologica globale. Xi Jinping ha paragonato il Paese all’oca capofila di uno stormo in volo: chi occupa la posizione di guida determina la rotta di tutti gli altri (il cosiddetto “lead goose effect”). Come documentato dalla Swedish Psychological Defence Agency – ente governativo svedese volto a proteggere la libertà di espressione – questa visione si riflette in una serie di iniziative concrete: centri di cooperazione sull’IA con Paesi del Sud globale, investimenti miliardari nei data center all’estero e, soprattutto, una strategia open source diffusa.
Secondo la narrazione promossa da Pechino, l’apertura dei propri modelli rappresenta un contributo alla democratizzazione dell’intelligenza artificiale, in contrapposizione alle tendenze “closed source” dell’Occidente. L’idea è che rendere i modelli liberamente accessibili consenta a un numero maggiore di sviluppatori e aziende di utilizzarli e adattarli, senza dipendere da pochi fornitori. Mentre OpenAI e Anthropic mantengono i propri modelli più avanzati sotto chiave, aziende come Alibaba e DeepSeek rilasciano gratuitamente sistemi allo stato dell’arte, con costi drasticamente inferiori e licenze permissive.
Questa strategia va però interpretata come una forma di soft power che si esercita non attraverso la coercizione ma l’attrazione. Offrendo infrastrutture tecnologiche a costi inferiori rispetto ai principali concorrenti statunitensi, la Cina incentiva sviluppatori, aziende e governi ad adottare le proprie tecnologie. Chi costruisce applicazioni su questi modelli tende infatti a ereditarne le caratteristiche tecniche, le scelte relative alla moderazione dei contenuti, al modo in cui le informazioni vengono presentate e alle priorità incorporate nel modello. Si instaura così un rapporto ambivalente in cui apertura economica e manipolazione culturale convivono.
I numeri confermano la portata del fenomeno, Nell’ultimo anno, i download dei modelli Qwen di Alibaba sulla piattaforma Hugging Face (il principale archivio online di modelli di IA open source) hanno superato quelli di Llama, il modello open source di Meta, anche grazie alle loro prestazioni competitive e ai costi contenuti. Inoltre, secondo un sondaggio di Artificial Analysis condotto su oltre 1.000 professionisti del settore, l’87 per cento degli europei e il 71 per cento degli statunitensi sarebbe disposto ad adottare modelli linguistici cinesi.
Una sfida ancora poco compresa
In questo contesto, le sfide per l’Europa sono molteplici, a partire dalla contaminazione del dibattito pubblico con contenuti disinformativi. Se un modello cinese viene integrato in un prodotto europeo senza che lo sviluppatore lo dichiari – una possibilità consentita da licenze permissive come la MIT, adottata da DeepSeek, o la Apache 2.0, utilizzata da molte versioni di Qwen – gli utenti potrebbero ricevere inconsapevolmente risposte inesatte o fuorvianti. Questo rischio richiama fenomeno come l’LLM poisoning e l’LLM grooming: da un lato, la manipolazione dei dati utilizzati per addestrare i modelli, dall’altro, la diffusione sistematica di contenuti finalizzata a influenzare le informazioni che i futuri modelli apprenderanno. Strategie analoghe sono già state documentate anche nell’ambito di operazioni di influenza attribuite alla Russia.
Tuttavia, l’aspetto più rilevante va oltre il singolo chatbot. Se l’intelligenza artificiale generativa dovesse sostituire progressivamente i motori di ricerca tradizionali come principale strumento di accesso alle informazioni, allora il controllo delle risposte restituite diventa anche una questione di potere culturale. La competizione sull’IA non riguarda soltanto chi svilupperà i modelli più avanzati, ma anche chi contribuirà a definire le narrazioni attraverso cui milioni di persone interpreteranno la realtà.
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