Logo

Perché si sta parlando di una “stanza delle torture” in Ucraina

La storia è priva di riscontri, ma è stata alimentata anche con notizie false e sfruttata da reti filorusse per attaccare il governo di Kiev

6 novembre 2026
Condividi

In questi giorni si è diffusa sui social media una storia virale che a Kiev esisterebbe “una stanza delle torture di Zelensky” in un centro di reclutamento gestito dalla brigata Azov in cui le persone mobilitate con la forza e contro la loro volontà vengono sistematicamente picchiate.

Questa storia, rilanciata anche da importanti politici in Europa, è però ad oggi priva di prove. Si è diffusa anche grazie a informazioni false e fuorvianti ed è stata utilizzata in Rete da pagine o commentatori politici, come anche dalle stesse autorità russe, per attaccare l’Ucraina e il sostegno dei suoi alleati contro l’invasione del Paese iniziata dal Cremlino.

La ricostruzione di quello che è accaduto 

Lunedì 2 novembre iniziano a circolare post social in ucraino e messaggi su gruppi Telegram ucraini in cui si avvertiva che a Petropavlivska Borshchahivka – un villaggio nella regione di Kiev – in un seminterrato di un’abitazione privata situata in via Sonyachna 7 erano tenuti prigionieri, da alcune persone armate, 40 uomini, quattro dei quali erano gravemente feriti, con braccia e gambe fratturate. Uno avrebbe avuto anche la spina dorsale rotta. 

In questi messaggi si diceva che questi prigionieri stavano per essere uccisi, che la polizia non stava facendo nulla (anzi, stava probabilmente insabbiando tutto) e che a un’ambulanza giunta sul posto era stato impedito l’accesso. I post terminavano con la richiesta alle persone del posto di recarsi rapidamente sul luogo per intervenire. 

A diffondere inizialmente questa richiesta di aiuto era stata una donna, vestita da paramedica, che il 2 novembre in mattinata era arrivata davanti alla casa in questione con una presunta ambulanza, insieme a un suo collega, e aveva iniziato una diretta social con il proprio cellulare per denunciare la situazione. In un filmato, divenuto poi virale, la si vede in ginocchio davanti al cancello della proprietà, chiedendo di poter vedere gli «uomini detenuti illegalmente».

Poco dopo la circolazione della presunta notizia sui social media, diversi media ucraini la pubblicano a loro volta. Inizia anche a diffondersi la voce che una delle persone torturate e imprigionate sarebbe deceduta. I giornalisti precisano che non è chiaro, tuttavia, se queste voci allarmanti, divenute virali online, siano fondate.

Nel pomeriggio del 2 novembre, la polizia della regione di Kiev pubblica poi un comunicato nel quale scrive di una segnalazione ricevuta dal personale di un’ambulanza privata, che aveva riferito di essere stato ostacolato nel proprio lavoro. Una volta giunti sul posto, continua il messaggio della polizia, gli agenti hanno accertato che «l’episodio si stava verificando nei pressi di un’abitazione privata, dove erano presenti militari appartenenti a un’unità della Guardia Nazionale dell’Ucraina» e che sul luogo avevano iniziato a radunarsi anche alcuni residenti della zona. La polizia ha precisato anche che le notizie riguardanti il ​​presunto sequestro illegale di persone e il decesso di un cittadino erano «prive di fondamento».

Fuori dal recinto dell’abitazione, ribattezzata presto “casa delle torture”, si raduna intanto una numerosa folla, composta da circa 200 persone. Un giornalista dell’emittente pubblica ucraina Suspilne, presente sul posto, riporta che alcuni dei presenti, identificatisi come parenti degli uomini “imprigionati”, avevano affermato che dentro ci sarebbero state reclute che venivano torturate, che alle loro famiglie veniva estorto del denaro e che ai medici non era consentito l’accesso. Si tratta di dichiarazioni non comprovate da verifiche indipendenti.

Nel frattempo la donna vestita come paramedica dichiara alla stampa di chiamarsi Valentyna, di essere la proprietaria della clinica privata “Med-Prestige” e di essere stata chiamata dai familiari delle persone trattenute contro la loro volontà. La donna ha anche affermato di possedere documenti riguardanti le persone presenti nella casa e registrazioni video. Questi presunti documenti non sono stati però mostrati. 

La situazione davanti all’abitazione si fa presto complicata, con parte della folla che vuole entrare nell’abitazione, e liberare le persone dentro. Nel frattempo le persone sul posto continuano ad aumentare e diverse di esse iniziano a riprendere quello che sta accadendo con il proprio cellulare. 

Dopo una serie di contrattazioni, la “paramedica” viene fatta entrare nell’edificio, riporta Pravda.ua, uno dei principali quotidiani online ucraini. Uscita dalla casa la donna dichiara che all’interno c’erano 25-30 persone e che, secondo lei, tra queste ce n’erano quattro in condizioni estremamente gravi, che erano poi state autorizzate a essere ricoverate in ospedale. «Uno ha la colonna vertebrale rotta, un altro ha una stomia, il terzo è sordo, il quarto non parla, semplicemente non si muove», afferma la presunta paramedica.

Poco dopo arriva sul posto anche il comandante della Guardia Nazionale Ucraina (NGU), Oleksandr Pivnenko. In un video circolato poi online si vede il militare cercare di parlare, mentre viene interrotto più volte dalla folla. Pivnenko spiega che la casa era stata affittata dalle autorità militari ucraina per essere utilizzata come punto di raccolta temporaneo, dove le persone mobilitate per entrare nell’esercito vengono tenute prima di fare le fare le visite mediche ed essere inviate all’addestramento. L’informazione è stata confermata dal giornalista di Kyiv Independent, Francis Farrell, presente sul posto. 

In quelle ore viene anche chiarito ufficialmente dalle autorità che nel sito di dislocamento temporaneo era presente l’unità militare 3121 della Guardia Nazionale dell’Ucraina, reparto inquadrato nel 1° Corpo della NGU “Azov”. Media ucraini hanno ricostruito poi che in generale questi punti militari di raccolta temporanea allestiti affittando case private non sono un’eccezione. La legge marziale, in vigore in Ucraina da dopo l’invasione militare russa del Paese nel febbraio 2022, consente infatti questa pratica, perché in questo modo il personale viene disperso per evitare di concentrarlo in un’unica unità militare, che potrebbe diventare bersaglio di un attacco, precisa Pravda.ua. 

Il comandante della NGU Pivnenko prosegue affermando che nella casa si trovavano una ventina di militari e che quattro di essi, arrestati per aver lasciato la propria unità militare senza permesso, presentavano ferite e che per questo era stato concesso loro di essere portati in ospedale per degli accertamenti in quella stessa giornata. Il responsabile stampa della NGU, Ruslan Muzychuk, ha poi smentito l’informazione diffusa prima dalla “paramedica” riguardante un uomo con la colonna vertebrale rotta, dichiarando che invece tutti e quattro i militari in questione avevano raggiunto il mezzo che li ha portati poi in ospedale in maniera autonoma.

Nello stabile vengono fatti entrare poi attivisti e alcune persone che avevano dichiarato di essere i parenti di alcuni militari trattenuti nella casa. Ad accompagnare il gruppo è presente anche il comandante della NGU. Finita l’ispezione, una donna che si era presentata come la madre di uno dei soldati presenti nell’abitazione afferma che i militari ancora presenti stavano «bene», sottolineando però che le condizioni in cui vivevano erano molto precarie. Inoltre, in un video diffuso in rete che mostra momenti dell’ispezione, si vedono le persone mobilitate dire che nessuno aveva usato la forza contro di loro. 

Un giornalista di Slidstva.Info, una delle principali testate indipendenti ucraine di giornalismo investigativo, ha riportato di aver parlato con il veterano e personaggio pubblico Maksym Onufrienko, entrato nell’abitazione con il capo dell’Ufficio presidenziale Kyrylo Budanov, arrivato nel frattempo anch’egli sul posto per capire cosa stava succedendo. Onufrienko ha affermato che i quattro militari arrestati sarebbero già stati portati lì con delle ferite, e di non aver trovato segni o prove di torture nell’appartamento. 

Nel frattempo fuori dalla casa continuano le proteste e si verificano violenti scontri, con lancio di fumogeni e petardi e l’esplosione di colpi di arma da fuoco da parte di ignoti e con diversi mezzi delle forze danneggiate. Si verifica anche un assalto (paradossale) da parte di un gruppo di manifestanti a un furgone che trasportava gli stessi militari che in precedenza erano all’interno della casa, hanno documentato i giornalisti presenti sul posto. La situazione torna poi alla calma solamente nella tarda serata del 2 novembre, dopo che il capo dell’ufficio presidenziale Budanov ripete ai manifestanti ancora presenti che nell’edificio non c’era ormai più nessuno, tutte le persone erano state evacuate e che per questo motivo non aveva senso continuare la protesta.

Cosa è emerso sulla “paramedica Valentyna”

Mentre la protesta e gli scontri erano in atto davanti alla casa a Petropavlivska Borshchahivka, i media ucraini hanno identificato la donna che si era presentata come paramedica e che aveva iniziato a diffondere la voce delle torture.

La testata investigativa Slidstvo.Info ha scoperto che la donna in questione si chiama Valentyna Moloda. Come abbiamo visto, Moloda aveva dichiarato di essere la proprietaria della clinica privata “Med-Prestige”. In realtà, la clinica in questione risulta essere stata registrata a Mykolaiv nel febbraio 2012 e che il proprietario della società è un cittadino israeliano di nome Mikhail Furman. Contattato dal media ucraino, Furman ha dichiarato che la clinica Med-Prestige ha cessato l’attività nel 2023, ma che la società a responsabilità limitata non è stata chiusa. L’uomo ha poi aggiunto che l’azienda possedeva cinque ambulanze: una di queste è stata ceduta all’esercito, le altre quattro sono state vendute. Tra i veicoli venduti c’era anche quello con cui Valentyna Moloda è arrivata davanti la casa. Furman ha poi precisato: «I termini della vendita prevedevano la rimozione di tutti i nostri loghi ‘med-prestizh’. Non hanno il diritto di usare il mio marchio. E nemmeno lei ha il diritto di presentarsi come proprietaria». 

La donna inoltre si era presentata vestita con un’uniforme del Centro scientifico e pratico ucraino per l’assistenza medica d’emergenza e la medicina delle catastrofi. Il direttore del centro, Vitaliy Krylyuk, ha tuttavia negato qualsiasi legame con lei.

BBC News Ucraina scrive poi che secondo i registri statali Valentyna Moloda, insieme al marito, dirige invece «la clinica di gerontologia, chirurgia estetica e plastica ricostruttiva “Moloda – Ya”, nonché diverse organizzazioni pubbliche, tra cui la Federazione distrettuale di judo e arti marziali di Svyatoshyn e l’ONG “Alleanza panucraina dei cittadini per i progetti socio-politici e lo sviluppo nazionale “Fianco a fianco”». 

In base poi a quanto riportato da NV, la donna aveva già partecipato, all’inizio di ottobre, a un tentativo di organizzare proteste nel centro di Kiev, che secondo un’analisi di Zmina.info – un’organizzazione ucraina non governativa indipendente – presentavano segni di interferenza russa. Tra gli appelli diffusi sui social media all’epoca figuravano richieste di porre fine alla guerra, di condurre un audit internazionale sugli aiuti all’Ucraina, di indire elezioni presidenziali anticipate e di aprire le frontiere.

La donna è stata poi arrestata, insieme ad altre persone presenti sulla scena, compresi un’altra donna di nome Tatyana Kireeva e Viktor Yen, anch’egli giunto sul posto vestito da paramedico (indagini giornalistiche non hanno trovato alcuna prova che possegga una laurea in medicina). Gli indagati devono rispondere di questi reati: organizzazione di sommosse di massa, resistenza alle forze dell’ordine, ostruzione delle attività legittime delle Forze Armate ucraine e diffusione illecita di informazioni sulla posizione di unità delle Forze Armate. 

Secondo le prima indagini, Moloda offriva un cosiddetto servizio di evacuazione d’emergenza dietro compenso di denaro. Nel caso specifico gli inquirenti sostengono che la donna abbia agito su richiesta di Kireeva che le aveva detto che suo marito era tenuto prigioniero e torturato nel seminterrato di un’abitazione a Petropavlivska Borshchahivka. Le forze dell’ordine ritengono che per questo servizio abbia richiesto 107mila grivne (poco più di 2mila euro). Per fare ciò, Molodaya si sarebbe finta un’operatrice sanitaria e il suo conoscente, Viktor Yena avrebbe accettato di interpretare il ruolo di un paramedico. Inoltre, in base alla polizia, qualche giorno prima del 2 novembre, la donna insieme allo stesso Yen avrebbe effettuato un sopralluogo nella zona. Il loro obiettivo, sempre secondo gli inquirenti, non era solo quello di far uscire l’uomo dalla casa, ma anche di provocare clamore e disordini di massa.

Il 5 novembre, la polizia, insieme al servizio di sicurezza ucraino (SBU), ha comunicato di aver identificato 130 persone che potrebbero essere coinvolte nelle rivolte avvenute nel villaggio di Petropavlivska Borshchahivka.

Le dichiarazioni delle autorità ucraine 

Lo stesso giorno delle proteste, Il Comando della Guardia Nazionale, insieme alle forze dell’ordine, ha comunicato di aver aperto un’indagine interna per determinare se vi siano state violazioni da parte della Guardia Nazionale contro gli uomini presenti nella casa e in questa intera vicenda.

Il 3 novembre, l’Ufficio investigativo statale dell’Ucraina (SBI) ha dichiarato ufficialmente di aver aperto un’indagine penale sugli scontri avvenuti il ​​giorno precedente a Petropavlivska Borshchahivka. L’SBI afferma di voler accertare le circostanze e le condizioni della permanenza dei militari nell’edificio, verificare le segnalazioni di un possibile uso della forza nei loro confronti e chiarire le cause e lo svolgimento del conflitto. 

Il capo dell’Ufficio presidenziale Kyrylo Budanov, in un messaggio pubblicato sui propri canali social sempre il 3 novembre, ha comunicato che i fatti verificatisi erano inaccettabili «per la nostra società e per il nostro Stato, tanto più nell’attuale situazione che il Paese sta affrontando. Dividere gli ucraini, metterci gli uni contro gli altri, aizzare l’esercito contro il proprio popolo: si tratta di una tattica cinica e ben nota». Budanov ha poi aggiunto che «è ormai accertato che quanto accaduto ieri a Petropavlivska Borshchahivka non sia stato un caso: ci sono state influenze esterne. I responsabili e gli istigatori di questi eventi saranno certamente individuati e chiamati a risponderne. Inoltre, verranno condotte verifiche interne all’interno degli organismi di sicurezza e difesa. La Procura Generale e le altre autorità competenti hanno già avviato un’indagine imparziale».

La testata ucraina Kyiv Independent scrive che sebbene gli eventi di Petropavlivska Borshchahivka mostrino i tratti tipici di un’operazione di guerra informativa russa (al momento comunque non è emersa alcuna prova al riguardo), «la loro escalation fa leva su tensioni reali e latenti che attraversano la società ucraina intorno alla questione della mobilitazione». Talvolta, infatti, in Ucraina persone in età da combattimento vengono mobilitate contro la loro volontà e temporaneamente private ​​della loro libertà in attesa dell’addestramento di base e di essere assegnate al reparto militare. Questo fatto, dovuto anche a una mancata riforma del sistema di mobilitazione da parte del governo ucraino, ha creato e continua a creare tensioni nel Paese, che hanno portato anche in passato ad atti di violenza sia contro le reclute che contro gli stessi reclutatori.

La falsa notizia del “minore torturato”

Quando la notizia della “casa delle torture di Azov” ha iniziato a circolare, a renderla così sconvolgente è stato soprattutto il video apparso online di un giovane con l’aria stravolta che veniva accompagnato con una coperta sulle spalle dal personale medico. Online il giovane è stato subito descritto come un minorenne tenuto prigioniero e torturato nella casa. Tuttavia col passare delle ore, sono emersi dei dettagli che hanno smentito questa versione dei fatti. Il giornalista Francis Farrell è stato tra i primi a spiegare che in realtà il ragazzo era tra i manifestanti, e per provarlo su X ha pubblicato un video su X in cui si vede il giovane, arrampicato sul muro di una recinzione, che lancia verso l’abitazione dei mattoni che gli vengono passati da altri manifestanti. 

Dopo essere diventato il volto della vicenda, la notte del 3 novembre il ragazzino ha pubblicato su TikTok tre video per raccontare la sua versione dei fatti. L’adolescente ha spiegato di vivere a duecento metri dal luogo in cui sono avvenuti i disordini, e di aver partecipato di sua spontanea volontà. Aggiunge di essere salito sul muro di recinzione e a un certo punto qualcuno lo avrebbe colpito con un bastone e sarebbe caduto all’interno della proprietà. Una volta dentro, circa dieci persone vestite di nero e con passamontagna avrebbero iniziato a picchiarlo e prenderlo a calci, anche con delle pale. L’adolescente assicura di aver ricevuto diversi colpi alla testa, di essere stato interrogato e successivamente trasferito al secondo piano dell’edificio, dove le aggressioni sono continuate. Racconta inoltre che i suoi vestiti sarebbero stati tagliati con dei coltelli. Il giovane afferma di essere stato affidato ai soccorsi medici dopo l’ingresso nell’edificio e l’intervento di Budanov. In uno dei video l’adolescente spiega di aver deciso di raccontare quanto successo, a suo dire, per smentire la propaganda russa sulla prigionia e le torture sui minori. Il giovane ha anche aggiunto che le persone che lo hanno picchiato «erano sconosciute», e non erano membri dei centri di reclutamento militare.

La diffusione online della narrazione infondata

Al di fuori dell’Ucraina, la sera stessa del 2 novembre la storia della “casa della tortura” iniziava già a circolare online  come vera e comprovata. Secondo i fact checker spagnoli di Maldita, uno dei primi canali di diffusione a livello internazionale è stato un post in inglese pubblicato su X dall’account del politico ucraino Oleksandr Dubinski. Dubinsky è attualmente imputato di alto tradimento con l’accusa di aver collaborato con l’intelligence militare russa. Nel post, accompagnato da immagini dei presunti disordini, delle forze di sicurezza schierate, e un video di Valentyna Moloda vestita da paramedico che parla con gli agenti, l’account afferma: «Nei pressi di Kiev è stata scoperta un’altra struttura di tortura: una prigione non ufficiale della Guardia Nazionale dove venivano portate, dopo essere state percosse, le persone prelevate con la forza per il servizio militare. Vi erano trattenute diverse decine di persone. Quattro sono state ricoverate in ospedale in gravi condizioni. Secondo i medici, una di loro ha la colonna vertebrale fratturata e le sue condizioni sono critiche».

La notizia si è poi diffusa rapidamente online con contenuti in diverse lingue, ma la condivisione che l’ha resa virale è stata quella del politologo norvegese Glenn Diesen, molto attivo online sul tema della guerra in Ucraina da una prospettiva anti-Nato. Nella prima versione del suo post Diesen ha pubblicato il filmato del quattordicenne con la coperta sulle spalle con il watermark di Anatoly Shariy, un noto blogger e politico ucraino filorusso che vive in Spagna. Nelle versioni successive lo stesso video è stato pubblicato da Diesen senza il watermark. Il suo post, che ha superato su X 14 milioni di visualizzazioni, è stato condiviso in Germania dalla leader del partito di estrema destra AfD Alice Weidel con il testo: «Mi aspetto che il governo federale affronti la questione oggi a Berlino durante la visita di Zelensky», e da Sahra Wagenknecht, figura di riferimento in Germania del populismo conservatore di sinistra, che ha scritto: «è in questo modo che si difendono i “nostri valori”? […] Il governo federale è corresponsabile di tutto ciò attraverso le sue forniture di armi e i regali da miliardi di euro a Kiev». Lo stesso video è stato pubblicato su X anche dall’attivista britannico di estrema destra Tommy Robinson.

In Italia la storia è stata ripresa dal deputato di Futuro Nazionale Rossano Sasso e diffusa dall’ex cinque stelle Alessandro Di Battista sul suo Substack con un articolo intitolato “La villa degli orrori in Ucraina”. Nell’articolo Di Battista usa una foto che non ha niente a che fare con la vicenda, che in realtà ritrae dei soccorritori ucraini in azione dopo un bombardamento russo nel villaggio di Komyshuvakha. Di Battista scrive: «Tornando alla casa degli orrori, circolano alcuni video nei quali una donna, paramedico, sostiene che tra i prigionieri ci siano “persone picchiate, con fratture alla colonna vertebrale e necrosi”. Nella casa, si dice, ci sarebbe anche un morto». Il suo post termina con: «questa è l’Ucraina, un regime, altro che paese democratico. E c’è chi vorrebbe Kiev dentro l’UE. Che vergogna!» Ad oggi, Di Battista non ha ancora pubblicato nessuna precisazione che si tratta di una notizia priva di riscontri.

La stessa foto dei soccorritori ucraini dopo un bombardamento russo è stata usata per illustrare la notizia anche in un pezzo uscito il 4 novembre sul cartaceo del Fatto Quotidiano — presumibilmente è questa la fonte Di Battista. La foto è stata successivamente modificata dal quotidiano nella versione online. Il titolo dell’articolo è “La villa degli orrori di Kiev: “L’Azov tortura i disertori”. La versione originale dell’articolo spiega in modo accurato il ruolo di Valentyna Moloda e identifica correttamente il quattordicenne come un manifestante. Tuttavia, il testo sull’edizione cartacea ha rilanciato le affermazioni diffuse sui social riguardanti le presunte torture nell’edificio, le necrosi nei detenuti e un presunto decesso. Il titolo e il sottotitolo dell’articolo sono stati successivamente aggiornati, quello attuale cita anche le accuse di Kiev sulla presunta operazione di destabilizzazione, mentre un nuovo articolo sul cartaceo del Fatto Quotidiano uscito il 6 novembre ha ricostruito la vicenda alla luce dei nuovi elementi, e ha ridimensionato la vicenda.

In Italia il video è circolato molto anche all’interno degli ambienti filorussi e della sinistra filo-putiniana o anti-globalista, spesso con la richiesta di mettere in discussione i finanziamenti e gli armamenti forniti a Kiev, o il suo ingresso nell’UE. In questi post, come nel caso di Diego Fusaro, viene spesso riutilizzata la foto fuorviante dei soccorritori ucraini in azione dopo il bombardamento russo.

La macchina propagandistica russa ha ovviamente cavalcato il caso: tra le prime a rilanciarlo figurano varie figure legate alla testata di propaganda russa RussiaToday, dalla direttrice Margarita Simonyan ai propagandisti filorussi Aliana Nieves e Chay Bowes, ma hanno avuto un ruolo importante anche le pagine ufficiali su X di varie ambasciate russe e del Ministero degli Esteri russo, che ha pubblicato le dichiarazioni della sua portavoce Maria Zakharova: «Non è più soltanto una questione di repressione del dissenso, si tratta dello sterminio del popolo ucraino».

Come rilevato dal collettivo di ricercatori Bot Blocker, la vicenda è stata poi amplificata su larga scala dall’operazione Matryoshka, la nota rete di disinformazione russa, soprattutto attraverso la creazione di contenuti contraffatti, immagini e video, con i loghi di testate e ONG internazionali. Tra questi, un finto servizio con il marchio dell’emittente polacca TVP World sosteneva che nella «prigione segreta» fossero sequestrati due cittadini polacchi, per i quali sarebbe stato chiesto un riscatto di 30mila euro, mentre un altro video, confezionato per imitare un report dell’organizzazione di difesa dei diritti umani Human Rights Watch, denunciava l’esistenza di centinaia di sotterranei segreti in Ucraina impiegati per torture, omicidi ed estorsioni. Un’altra finta copertina molto diffusa ha invece utilizzato lo stile grafico del settimanale statunitense Time. Bot Blocker ha notato però che i primi post pubblicati da Matryoshka sono comparsi parecchio tempo dopo l’esplosione virale della storia, il che fa supporre che il network abbia prontamente sfruttato il caso creando contenuti contraffatti con i loghi di testate e ONG internazionali, ma non abbia avuto un ruolo nell’inventare la narrazione della presunta “casa delle torture di Azov”. Che a distanza di giorni e nonostante le numerose verifiche continua a circolare come se fosse autentica, dimostrandosi una tempesta perfetta della disinformazione.

Potrebbero interessarti
Segnala su Whatsapp