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L’Italia è il Paese più colpito dalle truffe che promuovono gli integratori come cure miracolose

Una nuova ricerca mette in luce la vasta e remunerativa infrastruttura globale che fa leva sulle paure degli utenti per vendere prodotti a metà strada tra alimenti e medicinali

28 aprile 2026
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Negli ultimi anni, gli annunci pubblicitari legati alla salute e al benessere sono diventati una presenza costante nel panorama digitale. Tra contenuti legittimi e altri che si muovono in una zona grigia della regolamentazione, questo settore è oggi uno dei più redditizi e sfruttati della pubblicità online. 

È proprio qui che si inserisce la nuova ricerca pubblicata da Reset Tech – organizzazione di ricerca specializzata nell’analisi della manipolazione dell’informazione online – che rappresenta la continuazione di un’indagine avviata già nel 2024. Lo studio documenta una campagna coordinata che sfrutta le dinamiche più vulnerabili di questo ecosistema: promesse di guarigioni rapide, rimedi naturali per malattie croniche e testimonianze sensazionalistiche usate per fare leva su paure, insicurezze e aspettative degli utenti. 

Si delinea così un’infrastruttura dai numeri impressionanti, attiva da anni e in continua espansione su scala globale. Tra il 2020 e il 2026 sono state pubblicate oltre 350 mila inserzioni su Facebook e più di 2mila su Google per promuovere circa 390 prodotti non regolamentati, spesso definiti “nutraceutici”. Questo termine informale, che combina nutrizione e farmaceutica, indica una vasta gamma di integratori, estratti vegetali e sostanze bioattive collocate in una zona grigia tra alimenti e medicinali. 

Di questi, 76 sono stati ufficialmente segnalati come pericolosi, illegali o non sicuri da autorità sanitarie di vari Paesi europei, ma anche da Stati Uniti, Colombia e Australia. Nel complesso, si stima che la campagna abbia raggiunto quasi 900 milioni di utenti e l’Italia risulta il Paese più colpito tra quelli monitorati, con oltre 79 mila annunci e circa 132 milioni di utenti raggiunti. 

Un ecosistema di falsa credibilità

La truffa si basa su un sistema articolato di marketing ingannevole che promuove prodotti effettivamente venduti online attraverso affermazioni pseudoscientifiche, false o fuorvianti. Nel migliore dei casi si tratta di prodotti inefficaci, nel peggiore possono essere non sicuri o contenere sostanze non dichiarate. Tutto inizia con un annuncio clickbait su Facebook o Google, progettato per catturare l’attenzione del pubblico. Cliccando, l’utente viene reindirizzato a siti esterni che imitano articoli di testate giornalistiche, riproducendone titoli, impaginazione e tono, ma con contenuti completamente falsi. 

Questi articoli, pensati per trasmettere affidabilità e autorevolezza, rappresentano il primo livello di persuasione e sono spesso affiancati da una rete di portali con recensioni inventate, dove presunti pazienti e medici raccontano risultati straordinari per rafforzare la credibilità del prodotto pubblicizzato. Il percorso si conclude su una pagina di vendita diretta, dove messaggi di esaurimento scorte e sconti a tempo limitato creano un senso di scarsità e urgenza all’acquisto. 

Anche su Google gli annunci rimandano a siti esterni, ma tendono a essere meno sensazionalistici rispetto a quelli su Facebook e compaiono soprattutto in risposta a ricerche degli utenti su sintomi, malattie o possibili rimedi. Questo non li rende però meno problematici, soprattutto considerando che tra il 2023 e il 2026 nessuno dei 472 inserzionisti identificati che promuovono prodotti non regolamentati è stato rimosso da Google. Una dinamica che si inserisce in un quadro più ampio già evidenziato anche dallo European Digital Media Observatory (EDMO), che ha la diffusione sistemica di truffe pubblicitarie su Facebook e Instagram, spesso basate su deepfake e impersonificazione di media e istituzioni per aumentare la credibilità.

L’Italia al centro del mirino 

L’Italia, con il suo elevato livello di esposizione, rappresenta un caso emblematico per volume e varietà delle inserzioni. Un esempio evidente della portata del fenomeno emerge cercando nella libreria delle inserzioni di Meta la frase dai toni complottisti “Perché le farmacie tacciono”, che restituisce centinaia di esempi, tra attivi e inattivi. Accanto a questi, si moltiplicano contenuti che promettono di curare o alleviare patologie diffuse come diabete, ipertensione o prostatite.

Il sistema è ulteriormente rafforzato da un uso sempre più sofisticato di tecniche di manipolazione audiovisiva, come il deepfake del virologo Roberto Burioni. L’impersonificazione di personaggi pubblici è infatti pratica ricorrente: immagini e video di medici come Matteo Bassetti e Massimo Galli, ma anche di celebrità come Al Bano e Romina Power, Mara Venier o Andrea Bocelli vengono manipolati o usati senza autorizzazione per farli apparire come promotori dei prodotti. Il report documenta inoltre l’uso improprio di loghi istituzionali, come quello dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), o di grandi aziende farmaceutiche per aumentare l’apparenza di legittimità.

In altri casi, vengono riutilizzati video autentici, poi manipolati tramite tecniche di doppiaggio automatizzato per creare inserzioni ingannevoli. Parallelamente, sono state individuate reti di pagine Facebook che si presentano come profili di medici italiani, ma risultano gestite da Hong Kong o Bangladesh, segno di una forte operatività transnazionale di questa rete truffaldina. Si tratta di reti che promuovono prodotti analoghi attraverso raccomandazioni apparentemente autorevoli, consolidando l’ecosistema di falsa credibilità che sostiene queste campagne.

I limiti della regolamentazione

Il fenomeno rappresenta una chiara violazione delle politiche di Meta in materia di “frodi, truffe e pratiche ingannevoli”, che vietano esplicitamente promesse di curare malattie, assicurare risultati in tempi rapidi o usare tattiche di clickbait. Anche le affermazioni fuorvianti sulla perdita di peso, così come l’uso non autorizzato dell’immagine di personaggi pubblici, sono considerate “pratiche di business inaccettabili”.

Un ulteriore elemento sensibile riguarda la diffusione di immagini esplicite o pornografiche per promuovere presunti rimedi legati alla salute sessuale maschile. Si tratta di contenuti che abbondano sulla piattaforma nonostante i divieti, evidenziando lacune palesi nell’applicazione delle regole.

In questo senso, emergono anche possibili violazioni del Digital Services Act (DSA), la legge sui servizi digitali dell’Unione europea, in particolare per quanto riguarda la valutazione dei rischi sistemici (articolo 34) e le conseguenti misure di mitigazione (articolo 35). Sebbene queste reti siano note da anni, Reset Tech evidenzia che, a marzo 2026, il 75 per cento delle pagine Facebook coinvolte risultava ancora attivo. A ciò si aggiungono criticità sul fronte della trasparenza pubblicitaria (articolo 39), per cui il DSA impone alle grosse piattaforme non solo di conservare i dati sugli annunci, ma di renderli accessibili pubblicamente per almeno un anno – inclusi dettagli su inserzionisti, spesa, durata e pubblico raggiunto. Nella pratica, però, questi dati risultano incompleti o difficilmente consultabili: Meta ha rimosso numerosi annunci, mentre gli strumenti di consultazione di Google restano limitati e poco accessibili. 

A rendere il quadro ancora più complesso contribuisce un problema normativo. I “nutraceutici” si collocano infatti in una zona grigia tra integratori alimentari – regolati nell’Unione Europea dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) – e medicinali, sotto la competenza dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA). Questo significa che molti dei prodotti pubblicizzati non sono necessariamente illegali di per sé, ma vengono venduti senza adeguate verifiche o promossi con affermazioni terapeutiche non autorizzate. È proprio questa ambiguità a essere sfruttata da attori malintenzionati per indurre in errore i consumatori.

In uno scambio di mail con Facta, la ricercatrice di Reset Tech a autrice dello studio Aleksandra Atanasova ha spiegato che «l’indagine dimostra che non si tratta di qualche annuncio inappropriato sfuggito ai controlli, ma di reti coordinate e di lunga data che promuovono prodotti che le autorità hanno già giudicato pericolosi e che spesso prendono di mira persone vulnerabili con affermazioni fuorvianti sulla salute». Per Atanasova, «il vero pericolo è che le piattaforme rimuovano i singoli annunci lasciando intatti i sistemi sottostanti, permettendo così che il danno continui”.

Nonostante le segnalazioni di Altroconsumo e di altre organizzazioni europee dei consumatori, manca ancora un intervento sistematico capace di smantellare l’intera infrastruttura. Questo approccio frammentario consente una rapida riorganizzazione di nuovi account, domini e inserzioni. Il risultato è che il meccanismo continua a operare quasi indisturbato, aggirando i controlli e spostandosi tra piattaforme e Paesi. Nel frattempo, gli utenti restano esposti a un tipo di disinformazione che non comporta solo un danno economico, ma può tradursi in rischi concreti per la salute. 

 

Si ringrazia Aleksandra Atanasova per il supporto nella condivisione dei dati relativi agli esempi usati in questo articolo.

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