
Le vostre riunioni Zoom potrebbero già essere diventate un podcast pubblico
WebinarTV raccoglie i seminari online e li ripubblica sotto forma di podcast AI. Un fenomeno inquietante, anche perché il suo funzionamento non è del tutto chiaro
La scorsa settimana mi è stato fatto notare che almeno due webinar a cui ho partecipato come moderatrice – sull’uso della disinformazione per revisionismo storico e attacchi di genere – sono stati trasformati in podcast da WebinarTV, piattaforma di hosting che, al momento, vanta più di 212mila contenuti.
In questo caso, si tratta di registrazioni disponibili su YouTube e quindi liberamente accessibili, mentre per consultare la versione completa ripubblicata dalla piattaforma in questione è necessario creare un account, fornendo un indirizzo email. In altre parole, il sito, richiedendo dati personali, impone una barriera su contenuti che non le appartengono.
Altri casi ben più delicati e potenzialmente rischiosi sono stati raccontati da 404 Media, come quello di un insegnante statunitense che aveva organizzato una riunione su Zoom per discutere con altri docenti come proteggere studenti vulnerabili durante possibili raid dell’ICE, agenzia federale USA che si occupa del controllo della sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione. Il link della riunione era stato condiviso via email in una cerchia ristretta, senza password ma con una chiara aspettativa di riservatezza. Mesi dopo, i partecipanti hanno scoperto che la conversazione era stata registrata e pubblicata su WebinarTV sotto forma di podcast generato con l’intelligenza artificiale, senza preavviso né consenso.
A prima vista, il sito sembra una versione rudimentale di YouTube: una pagina principale che permette di navigare tra varie categorie, una lista di video con un’immagine di anteprima, un titolo e una breve descrizione. I contenuti sono accompagnati da un riassunto creato automaticamente, una suddivisione in capitoli e, in alcuni casi, da un podcast – il “Phil & Amy show”, condotto da “l’esperto stratega aziendale Phil Kessler” e “l’educatrice e ricercatrice Amy Ryan”, due host sintetici con tanto di CV inventati, che discutono vari temi con battute e toni informali.
Esiste una possibilità di rimozione: chi scopre di essere stato pubblicato può compilare un formulario e chiedere la cancellazione. Tuttavia, non sempre le parti interessate vengono notificate via email, contrariamente a quanto dichiarato dalla piattaforma.
Il funzionamento di WebinarTV
Le ipotesi su come WebinarTV riesca a raccogliere e ripubblicare questi contenuti vanno dall’uso delle API (Application programming interface) di Zoom per individuare riunioni pubbliche, all’impiego di estensioni browser in grado di rilevare quando un utente partecipa a una call, fino alla presenza di bot che si uniscono silenziosamente alle riunioni. Tuttavia, nessuna di queste ipotesi è stata confermata ed è proprio questa incertezza a rendere il fenomeno ancora più inquietante. Se non è chiaro il meccanismo, diventa impossibile difendersi.
Dal canto suo, un portavoce di Zoom ha detto a 404 Media che i servizi di WebinarTV non sono affiliati alla nota azienda di telecomunicazioni. Secondo un utente sul forum Zoom Community, Zoom non avrebbe il controllo su ciò che accade al di fuori della propria piattaforma, suggerendo che la registrazione possa essere effettuata tramite strumenti esterni.
Come riportato da NBC Los Angeles, che ha condotto un’inchiesta sul caso, il CEO di WebinarTV Michael Robertson ha difeso in più occasioni la legittimità del progetto come motore di ricerca per seminari online raccolti in maniera consensuale. Secondo quanto ricostruito da CyberAlberta, ente pubblico canadese specializzato nella cybersicurezza, si tratta molto probabilmente dello stesso Michael Robertson che in precedenza ha ricoperto il ruolo di CEO della defunta libreria musicale online MP3Tunes, ritenuta responsabile di violazione del copyright e condannata a pagare 41 milioni di dollari nel 2014.
Un modello economico in costruzione
Il modello economico di WebinarTV appare ancora embrionale, ma solleva interrogativi rilevanti. La piattaforma si presenta come un servizio gratuito, senza pubblicità visibili né indicatori di engagement (numero di like al video, numero di commenti ecc.). Una classifica interna mostra il posizionamento del webinar rispetto alla categoria di riferimento e al totale dei titoli in catalogo, ma non è chiaro su quali criteri si basi. Un banner suggerisce che tale posizionamento possa essere migliorato tramite offerte economiche a partire dai 20 USD, proponendosi come servizio di promozione.
Tuttavia, dai termini di servizio e dalle FAQ di WebinarTV emerge un elemento strutturale: la piattaforma si riserva ampi diritti di utilizzo sui materiali ospitati, inclusa la possibilità di monetizzarli in futuro – ad esempio tramite pubblicità o accessi a pagamento – senza necessariamente riconoscere compensi agli autori. In altre parole, anche se oggi non è evidente un modello di business consolidato, WebinarTV sembra costruire una vasta libreria pronta per essere valorizzata economicamente in un secondo momento.
La logica estrattiva dei contenuti
Il caso di WebinarTV non sembra essere isolato, ma parte di un modello emergente che si colloca in una zona grigia tra accessibilità tecnica e legittimità d’uso. Un’analisi pubblicata a febbraio 2026 su The Indicator, newsletter incentrata su media e tecnologia, ha evidenziato un ecosistema più ampio in cui anche articoli giornalistici – provenienti da testate statunitensi come NBC News, TechCrunch o The Verge – vengono rielaborati automaticamente e trasformati in audio. A farlo è Daily News Now (DNN), una rete di podcast automatizzati che utilizza l’intelligenza artificiale per trasformare articoli in episodi pubblicati su larga scala, spesso mantenendo una forte somiglianza con gli originali.
In un ecosistema digitale in rapida trasformazione, l’Università di Stanford ha pubblicato un articolo a novembre 2025 in cui mette in guardia dalle pratiche di video scraping (ossia l’estrazione automatizzata di file video) non autorizzate, fornendo indicazioni su come proteggersi, perché una volta che i materiali vengono estratti e redistribuiti, diventa difficile per chi li ha prodotti mantenerne il controllo.
Il tema intreccia questioni diverse: dalle implicazioni per la privacy, passando alla proprietà intellettuale, fino ai rischi legati alla costruzione progressiva di archivi digitali. Prende così forma la percezione di un approccio estrattivo, che punta ad accumulare materiali raccolti senza un consenso esplicito per poi monetizzarli. Infine, in un’epoca già segnata da una fiducia limitata nelle piattaforme, la trasformazione sistematica delle conversazioni in contenuti riutilizzabili rischia di comprimere ulteriormente gli spazi di espressione. Se ogni intervento può essere registrato, estratto dal suo contesto e redistribuito altrove, le persone potrebbero essere portate ad autocensurarsi, soprattutto quando si discutono temi sensibili – con un effetto negativo sulla qualità del dibattito.
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