
Come gli account social della Casa Bianca sono diventati una pagina di shitposting
Trump ha optato per una comunicazione disintermediata e informale, basata su insulti e attacchi personali, lontana dal rigore istituzionale tipico dei profili ufficiali di un’istituzione
È il 20 gennaio 2026. Nel pieno della crisi diplomatica con l’Europa da lui stesso causata, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump posta sul suo profilo Truth una foto, generata con l’intelligenza artificiale, in cui tiene la bandiera a stelle e strisce sul suolo della Groenlandia, territorio danese. Sotto, una scritta: Groenlandia, territorio americano dal 2026. Pochi giorni prima, sempre su Truth, un’altra immagine fittizia da lui postata lo ritraeva mentre illustrava ai leader europei la mappa degli Stati Uniti, comprensiva dell’annessione dell’isola danese e del Canada.
Sono solo gli ultimi due capitoli dell’uso spregiudicato dei social media operato dal 45° e 47° presidente degli Stati Uniti. In special modo durante il suo secondo mandato, Trump ha optato per una comunicazione disintermediata, informale, lontana dal rigore istituzionale tipico dei profili ufficiali di un’istituzione. Il tycoon ha esteso questo approccio “meme” anche ai canali della Casa Bianca, che spesso o supporta con meme le affermazioni del suo presidente, o rilancia le sue comunicazioni pubblicate su Truth.
Il sito Axios ha descritto questa impostazione come una strategia deliberata, basata su insulti e attacchi personali diffusi attraverso un ecosistema di account ufficiali e profili di funzionari, con l’idea di imporre il frame e costringere l’avversario a reagire. È un modo di stare nello spazio pubblico che assomiglia a una campagna elettorale permanente, attuata anche quando si parla da dentro le istituzioni. In questo registro entra un termine che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato impensabile accostare a un governo: shitposting, parola usata online per indicare post provocatori e cinici, scritti più per scatenare una reazione che per informare. I canali digitali della Casa Bianca hanno adottato spesso questa grammatica, con risposte in slang, toni di scherno e contenuti costruiti per fare interazioni a prescindere dal contesto.
Se la comunicazione istituzionale passa da Truth
Un pilastro della comunicazione presidenziale è il profilo su Truth di Trump, usato come canale primario, spesso prima dei comunicati e talvolta prima ancora che l’apparato istituzionale si attivi. Ne è un esempio il tentativo di rimuovere la governatrice della Federal Reserve – la Banca centrale degli USA – Lisa Cook, comunicato via post su Truth invece che tramite documenti ufficiali. Anche quando non si arriva a gesti così drastici, il meccanismo resta: il presidente pubblica sul suo social, poi la macchina di governo rincorre con dichiarazioni, briefing, meme e note. Il Guardian ha dedicato un’analisi proprio a questo approccio “presidency via Truth Social”, sottolineando come il canale sia anche una strozzatura informativa: parla a una platea più ristretta rispetto ai social mainstream, ma detta comunque il ritmo della comunicazione politica (oltre al fatto che, essendo Trump il proprietario della piattaforma, questa strategia genera un palese conflitto di interessi).
Perfino i briefing ufficiali di altri apparati finiscono per partire da lì: in un briefing del dipartimento di Stato dell’agosto 2025, per esempio, un portavoce richiama nel testo «il post su Truth Social del presidente» come base della discussione pubblica, arrivando persino a usare il termine “Truthed” come vocabolo riferito all’atto di fare un post su quella piattaforma.
Comunicare a colpi di meme
Della comunicazione trumpiana a tutti i livelli è protagonista il meme, in estrema sintesi un contenuto visivo progettato per essere copiato e ricondiviso, con una battuta semplice e riconoscibile. Le presidenze precedenti hanno provato a usare questa forma, ma di solito l’hanno trattata come un semplice strumento da campagna elettorale o come un modo per rendere più vicino agli elettori un messaggio, senza sconfinamenti nei profili istituzionali. L’amministrazione Biden, per esempio, ha provato a capitalizzare il meme “Dark Brandon”, con risultati alterni e spesso percepiti come un tentativo un po’ goffo di parlare la lingua della Rete. Con il secondo mandato di Trump, il meme smette di essere marketing e diventa l’architrave della comunicazione, in special mondo di quella denigratoria di avversari e nemici.
Con la diffusione massiva dell’IA intercorsa negli ultimi due anni, si sono aperti ulteriori profili di criticità, in special modo nell’utilizzo di filmati deepfake – video o audio manipolati con l’intelligenza artificiale per far dire o fare a qualcuno cose che non ha detto o fatto. L’aspetto critico non è solo che i deepfake circolino online senza che siano chiaramente indicati come contenuti fittizi (come succede da anni, anche in televisione) ma che questi vengano usati in modo esplicito nella comunicazione istituzionale. L’episodio che ha acceso l’allarme è arrivato durante lo shutdown federale dell’autunno 2025. Sempre secondo il Guardian, nella briefing room della Casa Bianca sono stati mostrati per ore deepfake che prendevano di mira leader democratici, con audio fabbricato e una caricatura definita razzista da diversi osservatori, con la portavoce Karoline Leavitt chiamata a giustificare la scelta davanti ai giornalisti. Il deepfake smette di essere un problema della Rete e diventa pericoloso anche al di fuori di essa.
A volte, per la comunicazione presidenziale, la manipolazione non serve nemmeno: basta creare immagini irreali che rafforzino l’ego di Trump. Ne è un esempio l’immagine che lo raffigurava nelle vesti di Papa, postata pochi giorni dopo la morte di Papa Francesco, amplificata anche dai canali ufficiali, non solo condivisa da fan o account anonimi. Nel corso del tempo, l’account istituzionale della Casa Bianca ha raffigurato il titolare dello Studio Ovale in numerosi modi: Trump re in una finta copertina del magazine TIME; Trump jedi iper-muscoloso con spada laser; Trump Superman; Trump super soldato come il protagonista del videogioco sparatutto Halo; Trump lattaio che riporta il latte intero nelle scuole in pixel art, per fare un elenco non esaustivo. Una forma comunicativa aggressiva, immaginifica e, secondo gli analisti americani, piena di zone grigie: da una parte occupa l’attenzione e si presta a commenti e condivisioni, dall’altra offre sempre una via d’uscita (“era uno scherzo”) quando arriva la critica. Inoltre, se persino le istituzioni normalizzano contenuti generati dall’IA, diventa più facile sostenere che tutto sia manipolazione, anche quando non lo è.
Il rapporto conflittuale con i media
C’è poi il rapporto con i media, che influisce su quanto questa comunicazione riesca a imporsi senza contraddittorio. Reuters ha riportato che la Casa Bianca, dopo aver limitato l’accesso alla press room solo alle testate gradite a Trump, ha iniziato a intervenire sulle regole del press pool, togliendo alla stampa organizzata una parte del controllo storico su quel meccanismo di accesso. L’agenzia ha anche raccontato episodi di esclusione di alcune redazioni da eventi chiave. All’amministrazione Trump la stampa, coi suoi controlli scrupolosi, serve meno che i social, dove la verifica delle notizie è più difficile. Per questo ragiona con logiche da creator studio: formati brevi, distribuzione aggressiva, contenuti confezionati per arrivare direttamente agli utenti e rendere irrilevante l’intermediazione giornalistica.
Guardando alle presidenze precedenti, lo scarto è evidente. Il presidente democratico Barack Obama, che pure è stato pioniere dell’engagement digitale e dell’organizzazione online, attuava una comunicazione istituzionale rispettosa e disciplinata nel linguaggio. Biden ha cercato un tono più pop in alcuni passaggi, soprattutto in campagna elettorale, ma senza portare il sarcasmo memetico nella comunicazione quotidiana del suo governo. Trump, in special modo nel suo secondo mandato, tratta l’ecosistema delle piattaforme (in special modo quella di cui è proprietario, Truth) come il luogo naturale del potere, con tutte le conseguenze del caso. La viralità detta la sua agenda: un contenuto provocatorio ruba spazio, costringe chi lo contesta a inseguire, sposta l’attenzione dalle decisioni (e dai problemi) al conflitto in rete. Axios nota come l’amministrazione rivendichi visualizzazioni e dominanza del ciclo mediatico come successi del suo operato.
A prescindere dalle sgrammaticature istituzionali, un profilo governativo che parla come se fosse un adolescente ironico tende a omologare l’annuncio serio e la provocazione, il contenuto verificabile e il deepfake, la crisi e la battuta, alimentando il caos informativo e il disorientamento dei cittadini-utenti del web. E questo, per un governo, è un cambio di rapporto con la realtà su cui si regge qualunque discussione democratica. In gioco, tra un meme e l’altro, c’è la tenuta sociale di un Paese sempre più lacerato da violenze e divisioni.
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