
Affidarsi ai risultati dell’IA per le ricerche su Google non è una buona idea
Perché ricerche e inchieste hanno mostrato che diffondono informazioni false o fuorvianti, finendo per legittimare anche teorie del complotto già ampiamente confutate
A partire da maggio 2024 Google ha iniziato a usare l’intelligenza artificiale per fornire agli utenti statunitensi risposte sintetiche direttamente nella pagina dei risultati di ricerca. Poco meno di un anno dopo, nel marzo 2025, il suo nuovo servizio “AI Overview” è arrivato anche in Italia e ad oggi è diventato talmente popolare e utilizzato da aver fatto crollare il traffico in molti siti web.
Attraverso il suo modello di intelligenza artificiale Gemini, Google genera per ogni ricerca un riepilogo che viene mostrato in cima alla pagina, prima dei tradizionali risultati di ricerca composti da titolo, URL e una breve descrizione.

A differenza dei tradizionali risultati di ricerca, però, AI Overviews non si limita a mostrare una lista di link. Tramite Gemini, infatti, Google sintetizza ed elabora i contenuti raccolti da varie pagine web e genera un testo originale che risponde a specifiche query di ricerca. Il riepilogo viene quindi elaborato a partire dai contenuti disponibili sui siti che trattano l’argomento, mostrando in una sezione laterale i link alle fonti consultate.
Nonostante strumenti simili stiano comparendo sempre più spesso anche su altri motori di ricerca, stanno emergendo con crescente evidenza alcune criticità, dalla diffusione di informazioni false o fuorvianti, fino alla legittimazione di teorie del complotto già da anni decostruite e ampiamente confutate.
Il crollo del traffico sui siti web
L’ascesa dei motori di ricerca basati sull’intelligenza artificiale e dei riassunti generativi ha cambiato il metodo di ricerca tradizionale diffuso prima del lancio di questi nuovi strumenti, abbassando la necessità per gli utenti di cliccare sui link forniti dai motori di ricerca.
Ci sono diversi studi, ricerche e statistiche che confermano questa tendenza, indicando che quando esiste la possibilità che un utente si imbatta in un riassunto generato dall’intelligenza artificiale, la probabilità che clicchi su un risultato di ricerca standard diminuisce drasticamente. Ad esempio, il Pew Research Center ー un istituto di ricerca apartitico statunitense ー ha condotto uno studio basato su un campione di 900 adulti statunitensi, pubblicato nel luglio 2025, dal quale è emerso che il tasso di clic si attestava all’8 per cento quando agli utenti veniva mostrato un riepilogo generato dall’intelligenza artificiale, rispetto al 15 per cento registrato in assenza di tale risultato.
Nello stesso anno anche Authoritas, società britannica di tecnologia e software specializzata nello sviluppo di piattaforme avanzate per la SEO e l’IA, ha affermato che i siti che prima erano al primo posto tra i risultati di ricerca possono perdere circa il 79 per cento del traffico se i risultati appaiono al di sotto dell’AI Overview di Google.
Se da un lato gli specialisti di SEO consigliano alle aziende di rivedere totalmente la modalità con cui affrontano l’ottimizzazione per i motori di ricerca per essere considerati nei riassunti generati dall’IA, dall’altro c’è chi chiede maggiori analisi degli strumenti per evitare di distruggere la diversità dei media e, più in generale, l’informazione. Nell’ottobre 2025 la Federazione italiana degli editori di giornali (Fieg), cioè l’associazione che rappresenta le aziende editrici di quotidiani, periodici, agenzie di stampa e testate digitali in Italia, ha presentato un reclamo formale all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom), chiedendo un’indagine su Google AI Overview.
La Fieg, infatti, sostiene che la funzionalità di sintesi generata dall’IA del motore di ricerca stia diventando un “traffic killer” che minaccia la loro sopravvivenza, anteponendo le sue risposte ai link diretti alle pagine web, ponendosi in «diretta concorrenza con i contenuti prodotti dalle aziende editoriali» e determinando «una riduzione della loro visibilità e reperibilità, e quindi dei relativi introiti pubblicitari, minacciando il loro rifinanziamento» con gravi conseguenze «per la sostenibilità economica e la diversità dei media, con tutti i rischi correlati alla mancanza di trasparenza e al proliferare dei fenomeni di disinformazione nel dibattito democratico».
Ci si può fidare dei risultati forniti dall’IA?
Se sempre più utenti si fermano al riepilogo generato dall’intelligenza artificiale senza consultare altre fonti e senza verificare quanto riportato, sorge di conseguenza una domanda inevitabile: quanto sono affidabili le informazioni che vengono loro restituite?
Nel 2024, poco dopo il lancio di AI Overview, lo strumento di Google fornì in alcuni casi risposte surreali. A utenti che cercavano informazioni su come far aderire meglio il formaggio alla pizza suggerì di aggiungere circa 16 grammi (in inglese «⅛ cup») di colla non tossica alla salsa della pizza per darle più consistenza, mentre ad altri riportò che un geologo dell’università di Berkley consigliava di mangiare un piccolo sasso al giorno per restare in salute. Le risposte sembravano essere state generate sulla base di commenti pubblicati su Reddit o di articoli del sito satirico The Onion.
L’azienda aveva dichiarato in un comunicato di aver rimosso alcune delle query in quanto violavano le sue politiche e in una e-mail inviata al web magazine The Verge Meghann Farnsworth, portavoce di Google, aveva dichiarato che l’azienda stava agendo rapidamente per rimuovere le risposte errate dell’IA su alcune ricerche «laddove appropriato e in base alle nostre politiche sui contenuti» e che questi esempi erano stati utilizzati per sviluppare miglioramenti più ampi ai sistemi. Se AI Overview non consiglia più di mangiare una roccia al giorno per stare bene, non significa però che non abbia più fornito risultati falsi o problematici. Una questione, infatti, è che le macchine sono scarsamente attrezzate per rilevare la satira o la parodia e possono utilizzare questi materiali per rispondere al posto di prove basate sui fatti. Ci sono ricerche che suggeriscono come le cosiddette “allucinazioni”, cioè errori fattuali nell’informazione fornita all’utente, stiano peggiorando, nonostante i modelli che le generano stiano diventando sempre più sofisticati.
Il punto è che strumenti di questo tipo non sono realmente in grado di distinguere sempre il vero dal falso. Le loro risposte si basano su previsioni matematiche che possono rivelarsi inaccurate, soprattutto quando si tratta di questioni delicate come, ad esempio, la salute.
A gennaio 2026 Google ha rimosso alcuni dei riepiloghi forniti da AI Overview dopo che un’inchiesta del media britannico The Guardian aveva rivelato che varie risposte avevano messo a rischio la salute degli utenti. Ad esempio, in un caso definito dagli esperti pericoloso e allarmante, Google aveva fornito informazioni errate su alcuni test fondamentali per valutare la funzionalità del fegato, rischiando di indurre persone con gravi patologie epatiche a credere, erroneamente, di essere in buona salute. Come ha scoperto il quotidiano britannico, digitando la richiesta «qual è l’intervallo di normalità per gli esami del sangue epatici» si otteneva una grande quantità di numeri, con scarso contesto e senza alcuna considerazione per nazionalità, sesso, origine o età dei pazienti.
Dopo l’inchiesta Google ha rimosso quei riassunti, anche se si tratta solo di un primo passo. Sue Farrington, presidente del Patient Information Forum, la rete indipendente britannica che riunisce i professionisti del settore dell’informazione e del sostegno in ambito sanitario, ha spiegato al Guardian che Google dovrebbe garantire che le persone vengano indirizzate verso informazioni sanitarie affidabili e basate su solide evidenze scientifiche, soprattutto considerando quanto sia già difficile per milioni di persone accedere a fonti attendibili.
Un altro esempio riguarda, invece, una serie di pregiudizi razzisti e discriminatori riportati nei riassunti di AI Overview di Google. Test effettuati dalla redazione di Facta inserendo la formula «sono sola con» seguita da diverse nazionalità hanno mostrato come l’algoritmo generasse messaggi allarmistici e inviti a contattare subito i numeri d’emergenza quando venivano menzionate persone di nazionalità come marocchina, algerina, nigeriana o palestinese, riservando invece consigli di sociabilità o risposte neutre nei confronti di altre nazionalità. Nonostante la Big Tech abbia ammesso che tali output non siano all’altezza delle aspettative e abbia promesso azioni correttive, le verifiche dimostrano che il problema continua a manifestarsi. Questi bias non nascono da una programmazione esplicitamente discriminatoria, ma dal fatto che i modelli linguistici assimilano enormi quantità di testi da internet e dai media, finendo per riprodurre e amplificare le associazioni statistiche e gli stereotipi già presenti nel dibattito pubblico.
AI Overview, disinformazione e teorie del complotto
Un altro dei problemi in merito ai risultati forniti dallo strumento di Google riguarda la diffusione di notizie false e teorie del complotto.
A maggio 2026 un’inchiesta della BBC aveva rivelato un metodo con cui i chatbot basati sull’intelligenza artificiale, tra cui AI Overview, possono essere facilmente manipolati per diffondere disinformazione. Poiché questi sistemi tendono spesso ad attingere informazioni da un singolo post o articolo di blog, è sufficiente pubblicare online un articolo ben strutturato per condizionare le risposte dell’algoritmo, come dimostrato da Tommaso Germain, il giornalista che ha condotto l’inchiesta, che in appena venti minuti è riuscito a far dichiarare all’IA di essere un campione mondiale di mangiatori di hot-dog. Il fenomeno, però, assume contorni ben più gravi quando lo stesso meccanismo viene impiegato su vasta scala per alterare le risposte fornite al pubblico su temi delicati come la salute, le finanze personali e le scelte d’acquisto.
Sebbene aziende come Google stiano aggiornando le proprie regole anti-spam per penalizzare chi tenta di condizionare i riassunti generati dall’IA, gli esperti avvertono che si tratta di una battaglia continua. Mentre i motori di ricerca cercano di limitare la possibilità che i contenuti pubblicati su blog e forum vengano intercettati dai loro sistemi e finiscano tra le informazioni che l’IA usa per elaborare i propri riassunti, chi vuole manipolare questo tipo di strumenti si sta già spostando su piattaforme come YouTube, ingaggiando influencer per promuovere prodotti all’interno di video da cui l’IA attinge con sempre maggiore frequenza, con il rischio che miliardi di persone accettino passivamente risposte non solo non verificate, ma anche del tutto false.
Una ricerca pubblicata a settembre 2026 sulla rivista Media International Australia ha dimostrato che AI Overview, in alcuni casi, formula riassunti che rafforzano teorie del complotto come le scie chimiche e diffondono notizie infondate contro le cosiddette “città da 15 minuti”.
Gli autori e le autrici della ricerca hanno esaminato come Google gestisce le ricerche legate a teorie del complotto, confrontando le panoramiche generate dall’IA con i tradizionali risultati di ricerca. Lo studio ha rilevato che le query formulate in modo da suggerire una convinzione complottista producono risposte significativamente diverse rispetto a ricerche più neutrali. Nel caso delle scie chimiche le panoramiche tendevano a smentire le false credenze, anche se spesso in modo del tutto superficiale. Più problematico, invece, è il caso delle “città da 15 minuti”, dove nel 12,5 per cento dei casi analizzati le affermazioni false venivano presentate come parte di un dibattito legittimo, contribuendo potenzialmente a dare loro credibilità. Anche i risultati tradizionali non sono risultati immuni dal problema, mostrando in alcuni casi contenuti che promuovevano teorie complottiste.
Secondo chi ha condotto la ricerca, Google dovrebbe rafforzare i sistemi di sicurezza per evitare non solo la diffusione, ma anche la legittimazione di queste narrazioni, soprattutto quando si tratta di teorie emergenti. L’azienda ha risposto a The Conversation che le panoramiche IA funzionano come la ricerca tradizionale, cercando di collegare i contenuti del web alle parole utilizzate dagli utenti, e che l’azienda investe sempre di più nel miglioramento della loro accuratezza.
Google ha a lungo sostenuto di essere un intermediario tra gli utenti e le informazioni, non un editore. Eppure con l’evoluzione del motore di ricerca verso risposte generate direttamente dall’IA, questa distinzione sembra diventare sempre più sfumata. Ad esempio un tribunale di Monaco di Baviera ha recentemente ritenuto Google responsabile per alcune informazioni false contenute nelle sue panoramiche IA, nonostante l’azienda sottolinei che gli utenti vengono avvertiti della possibilità di errori e invitati a verificare le risposte.
Come ha riportato The Conversation, l’alfabetizzazione digitale resta fondamentale per imparare a valutare le fonti e confrontare le informazioni, ma secondo chi ha condotto lo studio, anche Google e gli altri sistemi di IA dovrebbero adottare misure più efficaci per evitare la diffusione o la legittimazione di teorie del complotto.
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