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La criminalità minorile non è l’emergenza che ci raccontiamo

Dopo i fatti di Milano, una parte dell’opinione pubblica evoca pene più severe per i minori e il pugno duro contro le “baby gang”. Ma la questione è più complessa di così

29 ottobre 2026
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«Vi sono dei momenti in cui è necessario purtroppo spedire dietro le sbarre questi minori violenti. Il sistema carcerario minorile, in questo momento, è effettivamente in sofferenza». Con queste parole il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha annunciato, commentando i violenti disordini avvenuti durante le proteste e le manifestazioni del 17 ottobre a Milano, l’ipotesi del governo di ampliare la capienza delle carceri minorili e di destinare ai minori settori di istituti per i maggiorenni.

Pochi giorni prima di queste dichiarazioni, il governo aveva approvato un nuovo decreto sicurezza, che prevede, tra le altre cose, la presunzione di imputabilità per i minori di 14 anni, eliminando la valutazione dell’incapacità di intendere e volere caso per caso ed equiparandoli agli adulti. Le nuove norme sono state chiamate da diversi media “anti-maranza”, utilizzando l’etichetta razzista che identifica i giovani delle periferie e di seconda generazione come nuovo nemico pubblico della pubblica sicurezza.

Maranza o baby-gang (o tutti e due assieme) sono le parole attorno a cui è stato costruito da parte di opinionisti, giornalisti e profili social di estrema destra un certo tipo di narrazione mediatica su quanto accaduto a Milano il 17 ottobre e, più in generale, l’allarme sociale su cui poggiano decreti sicurezza e propositi di facilitare ulteriormente l’ingresso dei ragazzi dietro le sbarre. 

Il presupposto dei provvedimenti del governo e delle dichiarazioni di Nordio e di una parte dell’opinione pubblica, infatti, è che ci sia un’emergenza criminalità minorile, a cui rispondere con un’unica ricetta: più reati e più carcere. 

Una logica che la coordinatrice nazionale e responsabile dell’osservatorio sulle carceri minorili di Antigone, Susanna Marietti, ha definito «colpirne uno per educarne cento», e che descrive il «fallimento delle politiche del governo sulla giustizia minorile». «Non c’è alcuna logica di prevenzione criminale nell’aumentare semplicemente i posti detentivi», continua Marietti, «la sicurezza non si costruisce moltiplicando le celle, né trattando il carcere come la risposta ordinaria alle difficoltà e ai comportamenti dei più giovani».

Le carceri minorili sono effettivamente “in sofferenza”, come dice Nordio. Anzi, si trovano in una situazione di sovraffollamento storicamente inedita. La causa principale, però, risiede nelle scelte politiche dello stesso esecutivo che hanno privilegiato e ampliato il ricorso alla detenzione. A partire dal decreto Caivano del 2023, che ha allargato le maglie della custodia cautelare in carcere per i minori, trasformando la detenzione da extrema ratio a risposta prioritaria. 

Il ruolo del decreto Caivano

Il decreto Caivano «è stato il più grande stravolgimento normativo del sistema della giustizia minorile dal 1988, quando entrò in vigore il codice di procedura penale minorile che aveva reso il nostro sistema un punto di riferimento anche per molti Paesi europei», ha affermato Marietti di Antigone, che nel report dell’associazione dedicato alla giustizia minorile pubblicato lo scorso febbraio scrive che i fatti di Caivano furono presi come pretesto per la costruzione di un nemico pubblico: le giovani generazioni, le baby gang. 

Mauro Palma, giurista ed ex garante nazionale dei detenuti, fa risalire l’ingresso di questo ultimo termine nell’agenda mediatica, insieme all’allarme per la criminalità minorile, al periodo successivo alla pandemia di Covid-19. In questo contesto, scrive Palma sul sito di Treccani, l’impianto della giustizia minorile «ha subito uno sbandamento da sistema positivamente riconosciuto [..] a sistema sovraffollato, con grandi tensioni interne, risultato di provvedimenti che hanno visto nella privazione della libertà personale la prima e più efficace misura rispetto a reati commessi da un giovane di minore età. Non la misura estrema, quale era nella logica che aveva sostenuto il sistema negli anni».

Sebbene accanto alla detenzione negli Istituti penali per minori (Ipm), il sistema della giustizia minorile continui a prevedere le comunità e altre misure, quello che è cambiato è l’approccio culturale. Si è passati «dall’applicazione del paradigma interpretativo della vulnerabilità» dei giovani, molto esteso nel periodo della pandemia, «a quello della pericolosità, quasi come intrinseca componente dell’agire giovanile, soprattutto nel suo esprimersi in gruppo», scrive ancora Palma. 

Guardando i dati del ministero della Giustizia, al 30 settembre 2026 negli Ipm si trovavano 557 persone. Alla fine del 2022, ultimo anno prima dell’approvazione del decreto Caivano, erano 381. Una crescita che, secondo Antigone, «ha portato il sovraffollamento a diventare un problema strutturale anche nel sistema minorile, con conseguenze sulle condizioni di vita, sulle attività educative e sulla possibilità di costruire percorsi individualizzati». Stando all’ultimo rapporto dell’associazione – elaborato sui dati del dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità (DGMC) – peraltro, i numeri sarebbero anche più alti se non fosse per i trasferimenti verso carceri per adulti di neomaggiorenni, aumentati dell’85,7 per cento dal 2022, sempre per effetto del decreto Caivano. 

A crescere è stata anche la durata media delle permanenze in carcere, da 145 giorni prima della pandemia a quasi 180 nel 2025. Ad agosto 2026, il 68,1 per cento delle persone detenute in Ipm non aveva una condanna definitiva, e oltre una su quattro era in attesa di primo giudizio. 

Più le misure si fanno contenitive, più sale la percentuale di giovani stranieri coinvolti, fino a toccare il picco nelle carceri: nel 2025 hanno costituito il 23,14 per cento dei giovani presi in carico dai servizi minorili, il 41,69 per cento nelle comunità e il 46,03 per cento degli ingressi negli Ipm. E questo avviene nonostante i reati a loro contestati siano tendenzialmente meno gravi di quelli commessi dagli italiani. Patrizio Gonnella, presidente di Antigone e autore del capitolo sui minori stranieri all’interno del rapporto, scrive che il tasso di delittuosità dei ragazzi stranieri è rimasto del tutto invariato negli ultimi due decenni. Una mancata esplosione quantitativa che definisce “quasi incredibile” se messa di fianco alla maggiore criminalizzazione dei loro comportamenti e alla compressione della disponibilità istituzionale all’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati, che spesso porta questi ragazzi in carcere dopo una vita di strada. 

I dati sulla giustizia minorile, si legge ancora nel rapporto di Antigone, mostrano come «il momento dell’introduzione delle nuove norme abbia costituito lo spartiacque che ha portato all’impennata della crescita delle risposte penali restrittive, confermando come tale impennata non sia dovuta a una tendenza all’aumento della criminalità» bensì all’inasprimento della reazione penale. Rispetto al 2022, infatti, nel 2024 gli ingressi in carcere sono cresciuti di quasi il 20 per cento per poi diminuire tra il 2024 e il 2025, quando l’effetto del Decreto Caivano era ormai a regime. Un fenomeno simile si è registrato nelle comunità penali e nei Centri di Prima Accoglienza.

Nel 2025, inoltre, sono stati registrati 216 ingressi in carcere di minori provenienti da comunità per trasformazione permanente della misura. Nel 2024 la cifra si era fermata a 40, ma il decreto Caivano ha eliminato i limiti temporali al trasferimento dalla comunità all’Istituto.

Il sovraffollamento ha reso più gravosa la vita all’interno degli istituti, assottigliando la differenza tra la detenzione degli adulti e quella dei minori: tra riduzione di percorsi e progetti rieducativi personalizzati, uso di psicofarmaci o la possibilità di essere detenuti lontano da dove vive la propria rete familiare.

Un circolo vizioso

Come in un circolo vizioso, la risposta del governo all’aumento della detenzione delle persone più giovani, causato dalle sue stesse politiche, è stata la creazione di nuove carceri, mentre l’investimento per il dipartimento della Giustizia Minorile e di Comunità ha visto una riduzione del 4,5 per cento tra il 2024 e il 2025, a partire dalla voce sulle politiche di reinserimento. Una diminuzione che continua per il triennio successivo.

«Presentare l’aumento dei posti in carcere come soluzione significa affrontare gli effetti di queste scelte senza correggerne le cause», afferma Marietti. Tra il 2025 e il 2026, sono stati aperti tre Ipm a L’Aquila, a Lecce e a Rovigo. Strutture sulle quali Antigone ha segnalato criticità, anche riguardo all’adeguatezza degli spazi. A Bologna, alla Dozza, invece, dal 24 marzo al 30 settembre 2025 c’è stato un primo esperimento dell’ipotesi, riproposta recentemente da Nordio, di una sezione detentiva per minori all’interno di un carcere per adulti, nella quale sono transitati 52 giovani adulti appartenenti al circuito minorile. Un Ipm dentro un carcere ordinario, che ha rotto la storica separazione tra detenzione degli adulti e dei minori. La Giunta dell’Unione delle Camere penali italiane e gli Osservatori Carcere e Giustizia minorile hanno definito quell’esperienza «incompatibile con la cultura della giustizia minorile costruita in decenni di elaborazione giuridica attorno all’educazione, alla responsabilizzazione e al reinserimento sociale».

Secondo l’Alleanza per l’articolo 27, rete di oltre 200 organizzazioni impegnate sui temi del carcere, l’aumento dei posti negli istituti penali per minorenni «va nella direzione opposta rispetto alla storia e alla ragionevolezza del sistema minorile italiano». Ciò che ha distinto la giustizia minorile è «il riconoscimento della specificità dei ragazzi e delle ragazze: persone in evoluzione, da recuperare e accompagnare, anche quando hanno commesso reati gravi». La rete ricorda che la giustizia riparativa ha trovato applicazione proprio nei procedimenti penali a carico di minorenni: «Oggi, invece di estendere quel modello anche agli adulti, si tende ad “adultizzare” i minori, rendendoli più facilmente imputabili, condannabili e incarcerabili». La strada, invece, è «investire su servizi educativi, salute mentale, famiglie, scuola, lavoro, housing sociale e comunità di accoglienza», afferma Alleanza per l’articolo 27. 

Una direzione condivisa anche da Antigone, che insieme a Libera e Defence for Children Italia ha promosso fin dallo scorso marzo gli Stati generali della Giustizia minorile, coinvolgendo circa 500 esperti ed esperte. Per affrontare la crisi della giustizia minorile, ha affermato Susanna Marietti, «servono responsabilità e soluzioni, non dichiarazioni che scambiano la punizione per prevenzione», non continuare «a chiamare sicurezza la progressiva distruzione di un modello di giustizia costruito per offrire ai ragazzi una possibilità di futuro».

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