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Qual è la portata dell’attuale epidemia di ebola in Congo?

La situazione ha destato preoccupazione a livello internazionale, tra mancanze di terapie approvate e gravi fragilità del Paese africano

28 maggio 2026
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L’attuale situazione sanitaria nella Repubblica Democratica del Congo ha creato preoccupazione a livello internazionale. Al 26 maggio 2026, secondo l’ultima nota dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), si contano 1077 casi sospetti, di cui 121 confermati con test di laboratorio, e 246 decessi sospetti (17 confermati). A questi si aggiungono i sette casi e un morto confermati in Uganda. Si tratta della 24esima epidemia di Ebola dal 1976 nel Paese, e della 17esima nella Repubblica Democratica del Congo.

Il virus responsabile di questa epidemia è il Bundibugyo, una variante rara: ci sono stati solo altri due focolai in passato, spiega sempre l’OMS. Il primo in Uganda nel 2007, con 131 casi e 42 decessi. Il secondo nella Repubblica Democratica del Congo nel 2012, con appena 38 casi e 13 morti. I numeri attuali sono dunque di un ordine di grandezza completamente diverso.

Il 17 maggio il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha dichiarato che l’epidemia costituisce un’Emergenza di Salute Pubblica di Rilevanza Internazionale (PHEIC), la massima allerta prevista dal Regolamento Sanitario Internazionale. 

L’Ufficio Regionale Africano dell’OMS inoltre pubblica settimanalmente il bollettino della situazione, scaricabile qui. Abbiamo estrapolato i dati sulle epidemie di Ebola dal 1976 a oggi dai report dei Centers for Disease Control (CDC) – l’Agenzia di salute pubblica statunitense – e costruito il grafico che potete navigare qui sotto.

Perché c’è preoccupazione per questa epidemia in Africa

Il caso indice ha sviluppato i sintomi il 24 aprile, ma i modelli matematici elaborati dall’Imperial College London stimano che l’epidemia sia iniziata tra la fine di marzo e l’inizio di aprile, spiega in una nota l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana.

Questa è la ragione della traiettoria del numero di casi che si va impennando come mai nella storia delle epidemie di Ebola.

Una delle ragioni principali per cui il focolaio non è stato individuato tempestivamente è di natura diagnostica, spiega l’OMS. I test normalmente usati per rilevare il virus Ebola Zaire – il più comune – non sono in grado di rilevare il virus Bundibugyo. Bisogna ricorrere alla PCR convenzionale, una tecnica più complessa che richiede personale con formazione specialistica, una risorsa scarsa in un’area già segnata da insicurezza e fragilità istituzionale. Questo ha consentito al virus di circolare indisturbato per settimane, moltiplicando i contagi prima che le autorità sanitarie potessero accorgersene e intervenire. 

Rispetto alle grandi epidemie di Ebola che il mondo ha già conosciuto, questa ha una caratteristica che la rende particolarmente difficile da affrontare: per il virus Bundibugyo, non esistono né vaccini né terapie approvate. Tutti i farmaci e i vaccini oggi disponibili – incluso l’Ervebo – sono stati sviluppati e approvati esclusivamente per il virus Zaire, il ceppo più comune, e non ne è nota l’efficacia contro il Bundibugyo.

Ad oggi, peraltro, l’OMS sottolinea che esistono significative incertezze sul numero reale di persone infette e sull’estensione geografica dell’epidemia. L’alto tasso di positività dei campioni iniziali – otto positivi su tredici raccolti in aree diverse –, i casi confermati in Uganda, la tendenza crescente nelle segnalazioni sindromiche e i cluster di morti nella provincia di Ituri (Repubblica Democratica del Congo) indicano tutti che l’epidemia potrebbe essere molto più grande di quanto attualmente rilevato. 

L’insicurezza cronica, la crisi umanitaria in corso, l’elevata mobilità della popolazione, la natura urbana o semi-urbana del principale focolaio e la fitta rete di strutture sanitarie informali aumentano ulteriormente il rischio di diffusione – proprio come accadde durante la grande epidemia di Ebola Zaire nel Nord Kivu e nella provincia di Ituri tra il 2018 e il 2019, scrive sempre l’OMS nella nota del 17 maggio.

Al momento in cui scriviamo (26 maggio 2026) non risultano essere stati identificati infezioni confermate fuori dall’Africa. I due casi sospetti testati a Milano di ritorno dall’Uganda sono risultati negativi. Il 27 maggio è stata diffusa la notizia che una chirurga di Medici senza frontiere (MSF) entrata in contatto con alcuni pazienti risultati positivi al virus nel Congo, una volta tornata in Italia, sarà messa in quarantena all’Istituto Spallanzani di Roma. 

In passato, casi importati in Europa si erano verificati in Italia, Regno Unito e Spagna nel 2014, e nel solo Regno Unito nel 1976. Negli Stati Uniti si erano contati quattro casi nel 2014 e quattro nel 1989.

Cos’è il virus Ebola e perché uccide così tante persone

La famiglia Ebola comprende sei specie di Orthoebolaviruses, tre delle quali sono note per causare grandi epidemie: il virus Ebola (EBOV), il virus Sudan (SUDV) e il virus Bundibugyo (BDBV). Il tasso medio di letalità dell’Ebola si aggira intorno al 50 per cento, con oscillazioni storiche che vanno dal 25 per cento al 90 per cento a seconda dell’epidemia.

Ma perché Ebola è così letale, soprattutto se paragonato, per esempio, alla COVID-19? Il virus colpisce principalmente le cellule dendritiche e i macrofagi. La loro infezione provoca una massiccia liberazione di citochine proinfiammatorie – la cosiddetta “tempesta di citochine” – con conseguente danno endoteliale, ossia un’alterazione delle cellule che rivestono i vasi sanguigni. 

È questa disfunzione endoteliale il meccanismo centrale della patogenesi: determina un aumento della permeabilità vascolare, una coagulopatia intravascolare e, nei casi più gravi, shock e insufficienza multiorgano. Vengono poi infettati anche gli epatociti e le cellule di Kupffer, portando a necrosi epatica e ridotta sintesi dei fattori della coagulazione. La combinazione tra danno endoteliale, coagulopatia e trombocitopenia è all’origine delle caratteristiche manifestazioni emorragiche di Ebola.

Vaccini e trattamenti: cosa c’è e cosa manca

Come abbiamo appena visto non esistono terapie approvate per il virus Bundibugyo. I due anticorpi monoclonali autorizzati a seguito di studi clinici condotti nella Repubblica Democratica del Congo tra il 2018 e il 2020 sono anch’essi specifici per una specie di Ebola, ma non per il virus Bundibugyo. 

Detto questo, esistono candidati antivirali e anticorpi monoclonali sperimentali, sebbene la loro efficacia debba ancora essere stabilita. Parallelamente, sarà valutato anche l’antivirale obeldesivir, un farmaco orale sperimentale contro la COVID-19 prodotto da Gilead Sciences che potrebbe essere impiegato come profilassi post-esposizione per le persone considerate ad alto rischio di contatto con il virus. «Si tratta di un farmaco promettente, ma deve ancora essere utilizzato seguendo un protocollo molto, molto rigoroso», ha dichiarato la direttrice del dipartimento di malattie pandemiche ed epidemiche dell’OMS Sylvie Briand.

Sul fronte vaccini, la situazione è complessa, come spiega una nota ufficiale dell’Alleanza per i vaccini GAVI diffusa il 20 maggio 2026. L’Ervebo (rVSV-ZEBOV) è uno dei due vaccini approvati contro il virus Ebola Zaire. Dati disponibili da piccoli studi su primati suggeriscono che potrebbe avere un’efficacia di circa il 75 per cento nella prevenzione dei decessi da virus Bundibugyo: un risultato incoraggiante, ma che ha bisogno di conferma attraverso studi clinici su scala umana. Al momento, riporta Medici Senza Frontiere, nel mondo sono disponibili circa 500mila dosi di Ervebo: una quantità limitata, considerando la potenziale ampiezza di un’epidemia e la necessità di riservarne almeno una parte ai focolai da virus Zaire, per i quali la sua efficacia è già stata dimostrata.

GAVI ha sottolineato che qualsiasi decisione di utilizzare il vaccino Ervebo nell’attuale epidemia richiederà ulteriori valutazioni e dovrà avvenire in conformità con le linee guida dell’OMS, e soltanto con il consenso informato esplicito e la piena comprensione delle comunità colpite, a cui dovrà essere chiarito che il beneficio del vaccino contro il Bundibugyo è al momento sconosciuto.

In parallelo, GAVI lavora con la Coalizione per le innovazioni nella preparazione alle epidemie (CEPI) e altri partner per valutare la fattibilità di vaccini candidati nella pipeline di ricerca e sviluppo: uno basato su una tecnologia chiamata rVSV (che sta per piattaforma di vettori virali ricombinanti del virus della stomatite vescicolare, la stessa di Ervebo, ma orientata verso il Bundibugyo), per il quale però non esistono dosi disponibili per sperimentazioni cliniche e la produzione richiederebbe da sei a nove mesi; e un altro, invece, basato sulla tecnologia ChAdOx, per cui non esistono ancora né studi animali né dati sull’uso contro il virus Bundibugyo. ChAdOx è la stessa tecnologia utilizzata per alcuni vaccini COVID-19, e consiste nello sviluppo vaccinale basato su vettori adenovirali. 

Come si trasmette il virus

Si ritiene che i pipistrelli della frutta della famiglia Pteropodidae siano i serbatoi naturali del virus. Il contagio può entrare nella popolazione umana attraverso il contatto diretto con il sangue, le secrezioni, gli organi o altri liquidi corporei di animali infetti – tra cui pipistrelli, scimpanzé, gorilla, scimmie, antilopi o porcospini trovati malati o morti nella foresta pluviale.

La trasmissione da persona a persona avviene attraverso il contatto diretto – con pelle lesionata o membrane mucose – con il sangue o i liquidi corporei di una persona malata o deceduta per Ebola, oppure con superfici e oggetti contaminati da tali liquidi. Una caratteristica importante del virus è che le persone non sono contagiose prima della comparsa dei sintomi, ma rimangono infettive finché il virus è presente nel sangue.

Lo screening all’entrata non funziona

Il Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC) ritiene che lo screening dei viaggiatori di ritorno dalle aree colpite – Congo e Uganda – non sarebbe una misura efficace per prevenire l’introduzione del virus in Europa. Questa valutazione si basa sulle lezioni apprese durante la grande epidemia di Ebola in Africa Occidentale tra il 2013 e il 2016, quando decine di migliaia di casi furono segnalati in aree urbane e centinaia di operatori umanitari e militari europei furono dispiegati nelle zone colpite. Lo screening in entrata è dispendioso in termini di tempo e risorse, e non identifica efficacemente i casi infetti. Viceversa, lo screening in uscita – nei Paesi colpiti – si è dimostrato uno strumento più efficace per contenere la diffusione.

Lo stesso si legge nelle raccomandazioni del 17 maggio dell’OMS indirizzate agli Stati membri. Nessun Paese, si legge, dovrebbe chiudere i propri confini né imporre restrizioni ai viaggi e agli scambi commerciali: tali misure, oltre a non avere alcuna base scientifica, spingono i movimenti di persone e merci verso valichi di frontiera informali e non monitorati, aumentando paradossalmente il rischio di diffusione del virus. Le restrizioni, inoltre, possono compromettere le economie locali e ostacolare le operazioni di risposta sotto il profilo della sicurezza e della logistica.

Che conclusioni possiamo trarre finora?

È un’epidemia seria e probabilmente sottostimata. I numeri ufficiali (900 casi e 220 morti sospettati) sono quasi certamente al ribasso: l’alto tasso di positività dei primi campioni, i casi a Kampala e i cluster di morti nella provincia di Ituri suggeriscono una diffusione reale ben maggiore. L’OMS lo dice esplicitamente.

Il ritardo diagnostico è stato decisivo. Il fatto che il virus Bundibugyo non venga rilevato dai test standard per l’Ebola Zaire ha permesso al patogeno di circolare indisturbato per settimane – probabilmente dall’inizio di aprile, anche se il primo caso “ufficiale” risale al 24 del mese. Questo è il tipo di vulnerabilità sistemica che trasforma un focolaio contenibile in un’emergenza.

L’assenza di vaccini e terapie è il problema strutturale centrale. Tutti gli strumenti sviluppati in questi anni – Ervebo incluso – sono calibrati sul ceppo Zaire. Per il Bundibugyo si parte quasi da zero: anticorpi monoclonali ancora in sperimentazione, un antivirale promettente (obeldesivir) ma non ancora validato, e vaccini candidati che richiedono da sei a nove mesi solo per essere prodotti. Il mondo non era preparato per questo ceppo.

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