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Quanto fanno male, davvero, le sigarette elettroniche?

Tra e-cig e nicotine pouches, la ricerca dimostra che il danno all’organismo è comunque elevato

21 luglio 2026
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A dicembre 2025 il modello e personaggio televisivo britannico Fraser Olender è stato colpito a Londra da un infarto causato da un vasospasmo coronarico. Lo ha raccontato lui stesso sui social: «Le arterie che portano il sangue al mio cuore si sono improvvisamente chiuse». 

La sua storia, diventata virale, ha riportato l’attenzione su un tema che il marketing del vaping preferisce tenere ai margini: che cosa sappiamo davvero, oggi, sui danni delle sigarette elettroniche? La risposta, scomoda per chi le considera un’alternativa “pulita” al tabacco, è che la scienza sta accumulando prove sempre meno rassicuranti.

La patologia che ha colpito l’attore è l’EVALI (E-cigarette or Vaping Product Use-Associated Lung Injury), una condizione infiammatoria polmonare identificata negli Stati Uniti già dal 2019 e che può andare da sintomi lievi – tosse persistente, dolore al petto, difficoltà respiratorie, febbre, nausea, vertigini – fino alla vera e propria insufficienza respiratoria che richiede il ricovero. Poiché i sintomi assomigliano a quelli di una polmonite, i medici raccomandano a chi usa e-cig di segnalare sempre l’abitudine al proprio medico curante, specie in caso di peggioramento rapido.

È vero che molti casi sono stati collegati all’acetato di vitamina E presente in liquidi al THC acquistati sul mercato nero, sostanza estranea al mercato legale europeo. Ma a confermare che il fenomeno non è confinato agli Stati Uniti, nel 2025 un ospedale danese ha presentato il caso clinico di un diciannovenne con una forma severa di EVALI, ricoverato in terapia intensiva, intubato e sottoposto a supporto ECMO (ossigenazione extracorporea a membrana), la misura di sostegno vitale riservata ai casi più critici.

“Non ci sono prodotti del tabacco sicuri”: cosa dice il CDC

Un articolo del New England Journal of Medicine del 2020, basato sui dati del 2019 dei Centers for disease control (CDC) – l’agenzia di salute pubblica statunitense –, aveva già analizzato i danni polmonari da sigaretta elettronica. 

Ancora oggi, sulla propria pagina dedicata, l’agenzia sanitaria statunitense è netta: non esistono prodotti del tabacco sicuri, e-cig comprese; le sigarette elettroniche non dovrebbero essere usate da adolescenti, giovani adulti o donne in gravidanza; chi non ha mai fumato non dovrebbe iniziare, nemmeno con l’e-cig; per gli adulti fumatori le e-cig potrebbero avere un potenziale beneficio solo se sostituiscono completamente le sigarette tradizionali, ma nessun dispositivo è stato approvato come strumento per smettere di fumare  dalla Food and Drug Administration (FDA), l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici. 

Che cosa sappiamo e che cosa non sappiamo

Sugli effetti a lungo termine delle e-cig la ricerca ha ancora molta strada da fare, soprattutto se paragoniamo quanto sappiamo su questi dispositivi – poco – con la mole di dati che oggi abbiamo sulle sigarette tradizionali. Il poco che sappiamo, tuttavia, non è affatto incoraggiante. 

Lo svapo, oggi particolarmente diffuso soprattutto tra i più giovani, viene spesso scelto da chi vuole smettere di fumare, nella convinzione di ridurre così il danno polmonare e il rischio di cancro legato al tabacco. È la promessa del marketing. Ma la ricerca scientifica condotta finora racconta un’altra storia.

Le e-cig possono comportare un rischio minore delle sigarette tradizionali per chi le confronta direttamente con il fumo classico, ma restano nettamente più rischiose del non fumare affatto – e l’uso di entrambe , tutt’altro che raro, moltiplica pericolosamente i rischi. Una metanalisi pubblicata a febbraio 2026 ha riunito i risultati di 124 studi scientifici pubblicati tra il 2005 e il 2025, per un totale di 142 confronti statistici tra fumatori di sole e-cig, fumatori di sole sigarette tradizionali e chi pratica il “dual use”, cioè entrambe.

Per capire i risultati serve conoscere l'”odds ratio“, la misura statistica che indica quanto più (o meno) probabile sia un evento – in questo caso una malattia – in un gruppo rispetto a un altro. Un valore di 1 significa rischio uguale; sopra 1, rischio maggiore nel primo gruppo; sotto 1, rischio minore. Confrontando chi usa solo e-cig con chi usa solo sigarette tradizionali, non sono emerse differenze per disfunzioni metaboliche e malattie orali, mentre per altre patologie – malattie cardiovascolari, ictus, asma, broncopneumopatia cronica ostruttiva, problemi di crescita fetale – il rischio in chi svapa è risultato più basso rispetto ai fumatori tradizionali. Fin qui, sembrerebbe confermare la narrazione delle e-cig come “male minore”.

Ma il quadro cambia radicalmente guardando al confronto con chi non fuma né svapa affatto: rispetto a questo gruppo, l’uso di e-cig risulta associato a un rischio più alto per praticamente tutte le patologie considerate. E il rischio sale ulteriormente per chi pratica il dual use: rispetto ai non fumatori, il rischio in questo gruppo va da 1,5 a oltre 3 volte più alto a seconda della malattia. Gli studi analizzati avevano un basso rischio di distorsione statistica, anche se il grado di fiducia nei dati è risultato basso per alcune informazioni sull’ictus e molto basso per quelle sulla crescita fetale. 

Smettere di fumare con le e-cig riduce davvero il rischio di cancro al polmone?

La tesi diffusa è che chi smette di fumare sigarette tradizionali e passa alle e-cig riduca il proprio rischio di tumore al polmone. Anche in questo caso, però, i dati vanno in un’altra direzione rispetto al marketing. 

A giugno 2026 Nature Medicine ha pubblicato uno studio su quasi 4,5 milioni di adulti coreani con una storia di fumo di tabacco seguiti dal 2018 fino a dicembre 2023. 

Rispetto a chi ha smesso di fumare senza passare all’e-cig, chi ha continuato a usare sigarette elettroniche quotidianamente dopo aver smesso il tabacco tradizionale ha mostrato un rischio maggiore sia di ammalarsi di cancro al polmone sia di morire per questa causa. L’associazione è risultata coerente sia negli ex fumatori “recenti” sia in quelli di lunga data, ed è apparsa particolarmente marcata nei sottogruppi ad alto rischio ossia con altre condizioni pregresse aggiuntive. 

Secondo un commento apparso sul New England Journal of Medicine,  tuttavia, uno studio di questo tipo non può dimostrare un nesso di causa-effetto diretto, e ci sono  alcuni limiti: i dati si basano su un’unica rilevazione iniziale, assumendo che le abitudini non siano cambiate negli anni successivi, e chi sceglie di continuare a svapare dopo aver smesso di fumare potrebbe differire in altri aspetti rilevanti da chi smette del tutto. A rafforzare questo quadro arriva un’ampia revisione statunitense pubblicata dall’European Society for Medical Oncology. Su quasi 5.000 casi di tumore al polmone e oltre 27.000 casi controllo (ossia casi di persone senza tumore al polmone) il dual use è risultato associato a un rischio di tumore al polmone 59 volte superiore rispetto ai non fumatori.

I meccanismi sottostanti 

Oltre agli studi epidemiologici su larga scala, esiste un filone di ricerca “qualitativo”, che non confronta gruppi di popolazione ma osserva biomarcatori (segnali biologici misurabili nel corpo), esperimenti sugli animali e meccanismi biologici cellulari. Una revisione di oltre cento studi condotti tra il 2017 e il 2025, pubblicata a marzo 2026, ha rilevato che chi usa e-cig è esposto a sostanze chimiche capaci di danneggiare il DNA, come le nitrosammine derivate dalla nicotina, alcuni metalli e composti organici volatili. 

A preoccupare sono anche le modificazioni epigenetiche: sostanze presenti negli aerosol (ovvero i liquidi di vaping quando vengono inalati) possono alterare il modo in cui l’organismo “legge” le istruzioni del DNA, attivando meccanismi simili a quelli che nei fumatori tradizionali portano allo sviluppo di tumori. Negli animali da laboratorio, l’inalazione degli aerosol ha indotto tumori polmonari in una quota significativa di casi. Gli autori concludono che le e-cig sono«probabilmente cancerogene» e potrebbero causare tumori orali e polmonari.

Una posizione più prudente arriva da un aggiornamento pubblicato su Tobacco Induced Diseases, che ha rianalizzato la letteratura del King’s College London dalla quale non è emerso un aumento significativo del rischio di cancro al polmone o di altri tumori nella popolazione di chi svapa senza aver mai fumato. Sono però emerse solide prove, basate sui biomarcatori, di un’associazione tra esposizione alle e-cig e stress ossidativo, apoptosi cellulare, danno al DNA, genotossicità e crescita tumorale, soprattutto dopo esposizioni acute. Gli stessi autori concludono che l’evidenza complessiva sul rischio di cancro resta limitata e richiede ulteriori studi, in particolare trial clinici rigorosi e ricerche su larga scala nella popolazione.

Il boom tra i giovani: i numeri che preoccupano l’OMS

Secondo un recente rapportodell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), l’1,9 per cento della popolazione adulta mondiale svapa: oltre 100 milioni di persone, un numero probabilmente sottostimato perché 109 Paesi – soprattutto in Africa e nel Sud-est asiatico – non raccolgono dati ufficiali. Di questi 100 milioni, circa 86 milioni sono adulti sopra i 15 anni e almeno 15 milioni sono adolescenti tra i 13 e i 15 anni. L’uso è particolarmente diffuso nei Paesi ad alto reddito, con una prevalenza media del 6 per cento tra gli adulti, contro meno dello 0,5 per cento nei Paesi a basso reddito. Nelle regioni europee e americane più del 4,5 per cento degli adulti svapa regolarmente. Già a settembre 2023 l’OMS aveva pubblicato linee guida  per promuovere scuole libere non solo dal tabacco, ma anche dalla nicotina in generale.

In Italia, secondo i dati aggiornati a giugno 2025 dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) , i nuovi prodotti che in questi anni hanno affiancato le sigarette tradizionali stanno facendo aumentare i consumatori tra i più giovani, con quasi il 40 per cento degli studenti delle superiori che ne fa uso, e hanno di fatto annullato il trend in discesa che si vedeva nei fumatori adulti. 

Nicotine pouches: le “caramelle” che preoccupano i pediatri

Un capitolo a parte merita un prodotto sempre più diffuso tra i giovanissimi: i sacchetti di nicotina, o nicotine pouches. Piccoli, colorati, profumati – esteticamente simili a caramelle o chewing-gum alla menta – si posizionano tra gengiva e labbro e rilasciano nicotina attraverso le mucose orali. 

A differenza dello snus (prodotto svedese, l’unico Paese europeo dove non è vietato), non contengono tabacco, ma nicotina in forma di sali, aromi e altre sostanze. Inoltre, rispetto ai prodotti regolamentati per smettere di fumare, come cerotti o gomme alla nicotina, i pouches non hanno limiti di dosaggio prestabiliti, e le quantità non sempre sono dichiarate correttamente in etichetta: alcuni prodotti contengono dosi di nicotina molto più alte di una sigaretta. 

I numeri italiani, raccolti dal progetto ESPAD®Italia 2024, che monitora il consumo di sostanze psicoattive tra i 15 e i 19 anni, sono significativi: quasi 170.000 studenti hanno provato almeno una volta i pouches, oltre 130.000 li hanno usati nell’ultimo anno e 70.000 nell’ultimo mese. 

Dietro questa patina di modernità si nasconde la stessa sostanza che ha reso la sigaretta un problema di salute pubblica per un secolo: la nicotina, con il suo potenziale di dipendenza, resta la stessa, e i rischi per il sistema cardiovascolare e neurologico non spariscono solo perché cambia il metodo di assunzione. Cambia la forma, insomma, ma la sostanza — è il caso di dirlo — resta identica.

 

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