
Nel mondo dei cristiani tradizionalisti che mangiano secondo i precetti della Bibbia
Si chiama Bible Eating, la nuova tendenza di trasformare alcuni versetti del testo sacro in vere e proprie indicazioni nutrizionali
Negli Stati Uniti – ma sempre più anche in Europa, Italia compresa – sta prendendo piede il fenomeno del cosiddetto Bible Eating. Si tratta della tendenza, promossa sui social e non solo, adottata da alcune persone cristiane che gravitano nell’area tradizionalista di mangiare secondo la Bibbia, trasformando alcuni versetti in vere e proprie indicazioni nutrizionali.
Non si tratta però di un’etica alimentare cristiana che mira alla sostenibilità ambientale e umana né di una ricostruzione delle abitudini alimentari della società palestinese del I secolo, quando è collocata la vicenda di Gesù, o del popolo ebraico dei secoli precedenti. È invece una lettura contemporanea di alcuni passi biblici da cui derivano pratiche e convinzioni sui prodotti che si possono trovare oggi tra gli scaffali di un supermercato: forte diffidenza verso i cibi ultraprocessati, e consumo invece di latte non pastorizzato, brodo d’ossa, pane a lievitazione naturale, carne (a volte cruda), sardine, miele e altri alimenti citati nelle Scritture, spesso accompagnati dall’idea che l’alimentazione moderna si sia allontanata dal progetto originario di Dio.
Cibo e peccato
In molti casi i consigli nutrizionali tratti dalla Bibbia semplificano molto il rapporto tra alimentazione e salute ed enfatizzano la rinuncia al cibo o a certi tipi di alimenti come specchio della disciplina spirituale. L’influencer statunitense Kayla Bundy, che dichiara sui social network di praticare il Bible Eating da circa nove anni, spiega infatti: «Il peccato è entrato nel mondo attraverso il cibo, e Satana non si ferma lì. Il cibo, per me, è davvero come un’arma con cui posso difendermi». Secondo lei, questo stile di vita ha reso in salute la sua pelle, i suoi capelli, l’ha guarita dalla depressione, ha migliorato la sua immagine corporea e le sue relazioni.
Scott Hubbard, pastore della All Peoples Church di Minneapolis, Minnesota, scrive a questo proposito che «il cibo è un campo di battaglia ben più vasto di quanto molti credano». E sostiene: «L’omicidio non impedì ad Adamo ed Eva di entrare in paradiso, né lo fecero l’adulterio, il furto, la menzogna o la bestemmia. Mangiare, invece, sì. I nostri progenitori si fecero cacciare dall’Eden a forza di mangiare». Il cibo si carica quindi di significati ulteriori, legati al peccato, alla colpa e all’autocontrollo.
Anche Bryce Crawford, fondatore del brand di energy drink cristiani Praise Energy, richiama l’urgenza di dominare i propri istinti. Nell’episodio “Gluttony: The Most Miserable Sin” (in italiano, “La gola: il peccato più orribile”) del suo podcast sostiene che il modo in cui ci si relazione con il cibo riflette la propria disciplina. «Se hai un appetito smodato e incontrollato, oppure fai fatica a gestire il modo in cui mangi, allora il problema è il controllo di sé», sostiene Crawford, e aggiunge: «Se ti manca l’autocontrollo perfino nel cibo, in quali altri ambiti della tua vita finirai per prendere delle scorciatoie?».
Abbie Frye, dietista cristiana ed esperta di intuitive eating – un approccio nutrizionale che insegna ad ascoltare i segnali di fame e sazietà –, accosta il Bible Eating alla disciplina delle emozioni facendosi guidare da una specifica lettura dei Vangeli. Nel suo podcast “Your Daily Bread” racconta che «durante l’Ultima Cena Gesù avrebbe avuto tutti i motivi per mangiare in risposta alle proprie emozioni, ma non lo fa. […] Non lo vediamo ingozzarsi, né mangiare fino a sentirsi pieno, né usare il cibo come risposta alle emozioni». Secondo questa interpretazione, Gesù ha vissuto delle emozioni molto intense nelle sue ultime ore di vita, ma non le ha sfogate a tavola. Prima ha nutrito il suo corpo cenando, poi ha elaborato le sue emozioni pregando. Per Frye, questo dovrebbe costituire un modello da imitare per tutti i credenti.
Proprio per contrastare il trasporto emotivo connesso al cibo, considerato un vero e proprio «attacco di Satana», la nutrizionista cristiana e fitness coach Haley Erickson ha predisposto una lista di versetti biblici su cui meditare e pregare per non cadere nel peccato. Questi riferimenti scritturali sono generalmente incentrati sul nutrimento spirituale e sulla forza necessaria per contrastare le tentazioni.
Il menù del Bible Eating
Quali sono quindi i cibi consigliati per mangiare in modo “biblico”? Innanzitutto i derivati animali e la carne, stando a una particolare visione teologica del rapporto tra esseri umani e resto della creazione: Dio avrebbe affidato agli esseri umani il dominio sugli animali e avrebbe previsto il loro utilizzo come fonte di nutrimento.
Questa impostazione si intreccia con narrazioni culturali più ampie che associano la carne a forza e autenticità, ritraendola insieme ai latticini come «cibo vero» in contrasto ai prodotti ultraprocessati o a base vegetale. Negli Stati Uniti, l’enfasi sulle proteine animali è diventata anche un elemento identitario in alcuni ambienti conservatori, dove la bistecca e il latte intero vengono presentati come simboli di salute, tradizione e opposizione a stili di vita percepiti come troppo moderni o ideologici, tra cui lo stile di vita vegano.
Un’estremizzazione di questa linea di pensiero sfocia nel consumo di latte non pastorizzato, incoraggiato anche da figure come Robert F. Kennedy Jr., attuale Segretario della salute e dei servizi umani degli USA. Il raw milk viene presentato dai suoi sostenitori come un alimento più autentico e naturale, meno sottoposto al controllo delle istituzioni e della regolamentazione industriale. Attorno a esso sono nati dei veri e propri rituali collettivi, come i Raw Milk Party, feste private in cui il consumo del latte non pastorizzato diventa un gesto identitario e una presa di posizione contro la scienza istituzionale (molto diffuso è anche lo scetticismo verso l’intolleranza al lattosio) con significati religiosi legati all’idea di un ritorno a una creazione non alterata dall’intervento umano.
Anche il pesce è ben visto nel Bible Eating, ma riducendo la scelta a una specie precisa: le sardine. Senza considerare i danni ambientali e le criticità etiche nella pesca di questo pesce, Kayla Bundy spiega la sua scelta dicendo che se «oggi molto pesce è contaminato da metalli pesanti, parassiti e tossine a causa degli ambienti da cui proviene», le sardine, invece, «sono un alimento straordinario: sono tra i cibi con la più alta densità di nutrienti che si possano mangiare».
Ai prodotti di origine animale si aggiungono alcuni alimenti vegetali che Annette Reeder, la quale si definisce nutrizionista biblica, chiama «i sette alimenti della Terra Promessa»: grano, orzo, uva, fichi, melograni, olive e datteri. Tutti citati nelle Scritture e quindi interpretati come un’indicazione nutrizionale di origine divina.
Il filo rosso che dovrebbe collegare tutti questi alimenti è il loro essere parte della «creazione di Dio», come li definisce Bundy. «L’industria alimentare ha inventato l’80 per cento dei prodotti che trovi oggi al supermercato negli ultimi cento anni. Dio, invece, ci offre gli stessi alimenti da migliaia di anni, e la scienza continua a confermarne il valore».
Gli alimenti attorno a cui sorgono pareri contrastanti nella galassia del Bible Eating sono le bevande contenenti alcol o caffeina. Una linea di pensiero sostiene che per prendersi cura del proprio corpo come «tempio dello Spirito Santo» (1 Cor 6,19) bisogna evitare qualsiasi bevanda alcolica o contenente caffeina, posizione sostenuta anche dalla Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. Alcuni cristiani di varie denominazioni, non solo mormoni, scelgono quindi di astenersi o limitarne il consumo per evitare di assumere sostanze che possono creare dipendenza.
Un’altra linea di pensiero, però, ammette le bevande alcoliche in misura moderata, sull’esempio di Gesù che nei Vangeli beve il vino, e vede la caffeina come un dono della creazione divina. I suoi effetti stimolanti sono interpretati in chiave spirituale: aumentando concentrazione e vigilanza, potrebbero aiutare nella preghiera e nello studio della Bibbia. A questo si aggiunge una motivazione di stampo etico-economico: la diffusione del caffè in Europa è stata associata a sobrietà e produttività, contribuendo a costruire una certa etica protestante.
Il mercato del Bible Eating
Il Bible Eating coinvolge principalmente un pubblico femminile, particolarmente concentrato sull’aspetto estetico e intenzionato a perdere peso. Il dimagrimento può sembrare solo un obiettivo personale, ma si intreccia spesso con lo sguardo altrui e con le aspettative sociali. La dieta biblica sembra offrire l’illusione che questa dimensione performativa non esista: non si tratterebbe di adeguarsi a un ideale estetico, ma semplicemente di seguire il progetto che Dio avrebbe previsto per ciascun individuo. Di conseguenza la pressione estetica assume i connotati di una scelta spirituale e morale.
E sono proprio queste donne interessate a dimagrire le promotrici e le acquirenti del risvolto economico del Bible Eating. Il fenomeno infatti si arricchisce con una vasta gamma di consulenze, ebook e corsi offerti molte volte da figure prive di qualsiasi qualifica professionale. Basta commentare un video sui social media o compilare un form online per ricevere una guida gratuita da cui iniziare per il proprio viaggio nella alimentazione biblica. Naturalmente si tratta di brevi estratti mirati ad accrescere l’interesse verso pubblicazioni e corsi completi.
Annalies Xaviera, casalinga statunitense di 32 anni, vende a 197 dollari un corso per «costruire abitudini semplici, costanti e che onorano Dio in 6 settimane». Kayla Bundy incontra le persone interessate al Bible Eating per 45 minuti al costo di 88 dollari, mentre la sua masterclass costa 97 dollari. Annette Reeder propone invece il suo intero pacchetto di corsi a 656 dollari e un abbonamento al suo programma di coaching con un pagamento iniziale di 267 dollari per i primi tre mesi.
A livello cognitivo, questi prodotti hanno successo perché avere qualcuno che ci indica come gestire il proprio senso di fame e di sazietà è più comodo che imparare ad ascoltarlo. Come infatti spiega la dietista Sara Olivieri su Wired, «Non essendoci dei parametri effettivi per misurare il senso di sazietà, alla gente sta bene farsi indicare cosa mangiare e in che porzione». Quando tutto ciò viene spiritualizzato, «la persona diventa parte di un club, sentirà di appartenere a qualcosa che spiega finalmente come si mangia. Oltretutto, percependone la sacralità, gli sembrerà anche un po’ giusto».
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