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“Naturale” non significa sempre più sicuro

Quando parliamo di coloranti alimentari, la distinzione tra “naturale” e “artificiale” dice molto sulla nostra percezione del rischio

8 luglio 2026
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Nel dibattito sugli additivi alimentari, le parole “naturale” e “artificiale” vengono spesso usate come se indicassero due livelli diversi di sicurezza. In realtà, l’origine di una sostanza non è sufficiente per stabilire se sia sicura o pericolosa. Conta la sostanza specifica, la dose, il modo in cui viene usata, l’esposizione complessiva e gli eventuali effetti su gruppi più vulnerabili.

È una distinzione importante, perché quando leggiamo l’etichetta di un prodotto raramente facciamo una valutazione tossicologica. Quella che facciamo invece è una valutazione linguistica. Gli studi sulla percezione dei consumatori mostrano che la “naturalità” funziona spesso come scorciatoia positiva, mentre sigle tecniche come “i numeri E” – un codice utilizzato nell’Unione europea (UE) per identificare l’uso autorizzato di additivi alimentari – tendono ad attivare diffidenza anche quando indicano additivi autorizzati.

La vera distinzione tra un additivo alimentare “naturale” e “artificiale”

“Naturale” nel linguaggio quotidiano viene spesso associato a qualcosa di familiare, semplice, vicino all’idea di cibo non manipolato. “Artificiale” porta con sé invece un immaginario opposto: laboratorio, industria, chimica, intervento umano. Il problema è che queste associazioni funzionano bene nel marketing, ma molto meno nella valutazione della sicurezza alimentare. Per stabilire se un additivo sia sicuro bisogna infatti sapere che sostanza è, in quali quantità viene usata, in quali alimenti si trova, quanto ne consumiamo e se esistono gruppi di persone più vulnerabili. 

Nel caso dei coloranti alimentari, questa distinzione è particolarmente evidente. I coloranti servono a dare o restituire colore agli alimenti e sono regolati come additivi. Nell’UE è l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) a permettere l’utilizzo di additivi, che devono essere tuttavia autorizzati prima dell’uso. Nelle etichette dei prodotti alimentari deve comparire sia la funzione dell’additivo, per esempio “colorante”, sia il nome della sostanza o il suo numero E. Questo numero, spesso percepito come un segnale di pericolo, indica in realtà che quella sostanza è stata valutata e autorizzata per determinati usi. Non è quindi un marchio di artificialità, né una scorciatoia per dire che un ingrediente è rischioso: è un codice usato per identificare in modo univoco gli additivi alimentari autorizzati. I numeri E non riguardano solo i coloranti, ma anche altri additivi come conservanti, antiossidanti, emulsionanti, addensanti. E possono indicare anche sostanze di origine naturale, come la curcumina, E100, o il carmine, E120.

Questo non significa che ogni discussione sui coloranti sia inutile o allarmistica. Significa però che il punto non è decidere se fidarsi del “naturale” e diffidare dell’“artificiale”, ma capire come funziona davvero la valutazione del rischio. In ambito regolatorio, la sicurezza di un additivo viene valutata in relazione alle condizioni d’uso, all’esposizione prevista, ai dati tossicologici disponibili e, quando previsto, a valori guida come la dose giornaliera ammissibile. 

Negli Stati Uniti, il dibattito sui coloranti è tornato al centro dell’attenzione dopo che la Food and Drug Administration (FDA) – l’agenzia federale statunitense che regola farmaci, alimenti e additivi alimentari – e il dipartimento della Salute (HHS) hanno annunciato, il 22 aprile del 2025, un percorso per eliminare gradualmente diversi coloranti sintetici derivati dal petrolio dagli alimenti. La decisione ha rafforzato l’idea, già molto diffusa, che i coloranti artificiali siano intrinsecamente più problematici. Ma anche qui la questione è più complessa. 

La stessa FDA distingue tra coloranti soggetti a certificazione, in genere sintetici, e coloranti esentati dalla certificazione, spesso derivati da fonti vegetali, minerali o animali. In questo caso, “certificazione” non indica una generica approvazione di sicurezza, ma un controllo sui singoli lotti prodotti: per alcuni coloranti, prima dell’uso, un campione di ogni lotto deve essere inviato alla FDA, che lo analizza per verificare che rispetti i requisiti di identità, purezza e composizione previsti. Questa distinzione non coincide però con “pericoloso” e “sicuro”: anche i coloranti esentati dalla certificazione devono essere autorizzati e rispettare criteri di identità, purezza e condizioni d’uso. 

La parola “naturale”, quindi, non elimina la necessità di controlli. 

Lo si vede bene con alcuni esempi. La curcumina, indicata in Europa come “E100”, è un colorante giallo-arancione ricavato dalla curcuma. Il carmine, o acido carminico, indicato come “E120”, è un colorante rosso ottenuto dalla cocciniglia, un insetto. L’annatto, E160b, deriva dai semi di una pianta tropicale. Il beta-carotene, E160a, può avere origine vegetale o essere prodotto industrialmente. Sono tutti esempi spesso associati al campo del “naturale”. Ma questo non significa che siano automaticamente privi di criticità. 

Il carmine, per esempio, può provocare reazioni allergiche in alcune persone. L’EFSA, nella sua rivalutazione, ha ricordato che in letteratura sono stati segnalati casi di reazioni allergiche anche gravi dopo il consumo di alimenti contenenti carmine. Anche il Comitato congiunto FAO/OMS sugli additivi alimentari ha segnalato che estratto di cocciniglia e carmini possono causare reazioni allergiche in alcuni individui. Il fatto che una sostanza abbia un’origine naturale, dunque, non la rende automaticamente innocua per tutti. 

Vale anche il ragionamento opposto. Il fatto che un colorante sia sintetico non significa che ogni esposizione sia pericolosa. Alcuni coloranti artificiali, come tartrazina, Sunset Yellow o Allura Red AC, sono stati valutati da varie autorità regolatorie e autorizzati entro specifiche condizioni d’uso. Al tempo stesso, su alcuni di questi coloranti il dibattito scientifico non è chiuso, soprattutto per quanto riguarda i possibili effetti neurocomportamentali nei bambini. 

Una revisione pubblicata nel 2022 su Environmental Health, basata anche sul lavoro dell’Office of Environmental Health Hazard Assessment della California, ha esaminato gli studi disponibili sui coloranti sintetici e sui possibili effetti su attività e attenzione nei bambini. Gli autori hanno concluso che le prove disponibili supportano un’associazione tra esposizione ad alcuni coloranti sintetici ed effetti comportamentali avversi in una parte dei bambini, pur con sensibilità individuali diverse. È un risultato che non equivale a dire che ogni colorante artificiale sia tossico o che ogni bambino esposto svilupperà problemi, ma indica che il tema merita attenzione, aggiornamento delle valutazioni e comunicazione accurata. 

Il problema del marketing alimentare

È proprio qui che le parole possono aiutare o confondere. “Naturale” e “artificiale” sembrano categorie nette, ma nella pratica non bastano. Una sostanza naturale può essere allergenica, mentre una sintetica può essere autorizzata entro limiti considerati sicuri. Un additivo può essere legittimo e comunque non necessario dal punto di vista nutrizionale, mentre un rischio può riguardare una parte della popolazione e non la popolazione generale. La sicurezza non dipende dall’origine in astratto, ma dall’esposizione concreta.

Il marketing alimentare, però, lavora spesso nella direzione opposta. Sulle confezioni troviamo formule come “senza coloranti artificiali”, “con colori naturali”, “senza additivi”, “clean label”. Sono espressioni efficaci perché non si limitano a dare informazioni: suggeriscono una gerarchia morale. Il prodotto non “artificiale” sembra più pulito, più sano, più vicino a un’idea rassicurante di cibo. Anche quando contiene comunque coloranti, solo di origine diversa. 

Negli Stati Uniti, a febbraio 2026 la FDA ha annunciato un nuovo orientamento sui claim come “no artificial colors” o “made without artificial food colors”, chiarendo che non intende intervenire contro alcune etichette di questo tipo se il prodotto non contiene coloranti certificati, anche quando contiene coloranti naturali autorizzati. Il punto è proprio il modo in cui funzionano queste formule: “senza coloranti artificiali” può essere letto dal consumatore come “senza coloranti” o come “più sicuro”, ma in realtà indica solo l’assenza di una specifica categoria di coloranti. I coloranti artificiali sono una sottocategoria dei coloranti: escluderli non significa escludere tutti i coloranti, né dimostrare che il prodotto sia automaticamente migliore. È qui che il marketing sfrutta una scorciatoia logica molto efficace: trasforma l’assenza di qualcosa percepito come negativo in una garanzia più ampia di qualità o sicurezza. 

Questa differenza è importante, perché il consumatore può leggere una formula commerciale come se fosse una garanzia sanitaria più ampia. Ma un’etichetta non dice solo cosa c’è in un prodotto: suggerisce anche come dovremmo sentirci rispetto a quello che c’è. Un numero E può far paura perché sembra opaco, tecnico, industriale, così come un nome comune o botanico può rassicurare perché sembra vicino alla natura. Eppure entrambe le informazioni possono riferirsi a sostanze valutate, autorizzate e usate con funzioni precise. 

Una comunicazione più utile, da parte dei brand ma anche più in generale nelle informazioni rivolte ai consumatori, dovrebbe fare altro: spiegare a cosa serve un colorante, quale sostanza è stata usata, quali sono le condizioni di autorizzazione, quali incertezze esistono e per chi può essere necessaria maggiore cautela. In Europa, per esempio, alcuni dei coloranti inclusi nelle miscele testate in uno studio del 2007, condotto da ricercatori dell’Università di Southampton, devono essere accompagnati da un’avvertenza secondo cui possono influire negativamente sull’attività e l’attenzione dei bambini. Lo studio aveva suggerito un possibile collegamento tra quelle miscele di additivi e l’iperattività infantile, ma l’EFSA ha poi concluso che le prove erano limitate e non sufficienti per modificare la dose giornaliera accettabile dei coloranti coinvolti. È un modo per riconoscere che la sicurezza alimentare non si comunica solo con un sì o un no, ma anche indicando contesti, limiti, incertezze e gruppi più sensibili. 

Questo approccio è meno seducente degli slogan. Non ha la pulizia grafica di un “senza artificiali” stampato in verde su una confezione. Però è più onesto. Dire che “naturale non significa sempre più sicuro” non vuol dire negare che alcuni consumatori preferiscano ingredienti meno trasformati o filiere più comprensibili. Vuol dire evitare che una preferenza diventi una falsa equivalenza scientifica. 

Il cibo è pieno di parole che sembrano descrivere e invece giudicano: puro, pulito, chimico, naturale, artificiale, industriale. Nel caso dei coloranti, queste parole possono orientare la fiducia prima ancora che il consumatore abbia letto davvero l’etichetta. Ma un consumatore informato non è quello che teme una sigla o si rassicura davanti a una foglia disegnata sulla confezione. È quello che riesce a distinguere tra origine, funzione, dose, esposizione e sicurezza.

Perché una sostanza non diventa innocua solo perché viene dalla natura. E non diventa pericolosa solo perché è stata prodotta in laboratorio.

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