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I falsi miti e la confusione che ostacolano la donazione degli organi in Italia

L’errata convinzione che dichiararsi donatori ostacoli le cure ricevute, insieme ad altre voci infondate, rappresenta un danno potenziale per i pazienti

14 maggio 2026
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A partire dal 3 agosto 2026 le carte d’identità cartacee cesseranno definitivamente di essere valide e tutti i cittadini e le cittadine italiane dovranno dotarsi della Carta d’Identità Elettronica (CIE), il documento conforme agli standard europei. Questo ha inevitabilmente portato a un aumento delle richieste di rilascio e rinnovo, tanto da mettere sotto pressione molte istituzioni locali italiane. 

Al momento della procedura per ottenere il documento elettronico, al cittadino viene chiesto di dichiarare la propria volontà sulla donazione di organi e tessuti, un passaggio che, negli ultimi mesi, è stato al centro di un’ampia narrazione della disinformazione sul traffico di organi. Tra le affermazioni false sul tema della donazione di organi, infatti, circola l’idea infondata secondo cui dichiararsi donatori possa influire negativamente sulle cure ricevute, insieme ad altre notizie false e fuorvianti sulla donazione di organi, potenzialmente molto dannose.

Ma si tratta di una narrazione tutt’altro che nuova: da anni circola online e, ciclicamente, si ripresenta sotto forme diverse per continuare a diffondersi. A darle ulteriore alimento, oltre al contesto legato alla CIE, hanno contribuito anche alcuni casi di cronaca, tra cui quello di Noelia Castillo, ragazza catalana di 25 anni deceduta lo scorso 26 marzo all’ospedale Sant Camil di Barcellona scegliendo l’eutanasia, la cui decisione era stata messa in dubbio da una narrazione infondata secondo cui la ragazza avrebbe voluto in realtà annullare la procedura ma non ha potuto perché «i suoi organi erano già stati destinati ad altri pazienti». 

Una narrazione che rischia di influenzare la realtà 

Secondo i dati forniti dal ministero della Salute al 14 maggio 2026, le persone in attesa di un organo sono 8.539, con un’attesa media che va da 1.6 anni per un fegato fino a 6.4 anni per un pancreas. Nel 2025, secondo i dati forniti dal Centro nazionale trapianti (CNT), i trapianti di organi sono stati 2.164, rappresentando un aumento del 3,2 per cento rispetto all’anno precedente, a partire da 3.293 segnalazioni di potenziali donatori arrivate dalle rianimazioni.

Se sia per le donazioni che per i trapianti si tratta dei numeri più alti di sempre in Italia, c’è però un dato che non va nella stessa direzione: il quadro delle dichiarazioni di volontà sulla donazione di organi e tessuti registrate nel 2025 presso i Comuni italiani in occasione del rilascio della carta d’identità elettronica. Lo scorso anno, infatti, le opposizioni sono aumentate del 3,8 per cento rispetto all’anno precedente. 

Le ragioni dietro al “no” sono varie e complesse e non esistono dati precisi in grado di spiegare questo aumento. Quel che è certo, però, è la diffusione di narrazioni false e infondate, come il timore di diventare vittime del traffico di organi in caso di consenso o la confusione su quando una persona è considerata deceduta e quindi adatta alla donazione degli organi, potrebbero contribuire a influenzare questo dato.

In realtà, la donazione e il trapianto di organi e tessuti seguono un percorso rigoroso, scandito da procedure stringenti, controlli incrociati e il coinvolgimento di numerosi professionisti sanitari.

L’accertamento di morte

Prima di tutto, è importante sottolineare che l’iter può essere avviato solo dopo l’accertamento del decesso del paziente, fatta eccezione per casi particolari di donazione da vivente, come il trapianto di rene o di una parte del fegato. Anche la maggior parte dei tessuti si dona dopo la morte, come cornee, cute, valvole cardiache, ma esistono alcune eccezioni. Durante alcuni interventi chirurgici, infatti, come la sostituzione dell’anca o il taglio cesareo, è possibile prelevare tessuti che possono essere donati ad altri pazienti mentre il donatore è ancora in vita.    

Dal punto di vista medico e legale, una persona è considerata morta quando perde in modo irreversibile tutte le funzioni dell’encefalo. Questo può accadere quando cuore e polmoni smettono di funzionare: in assenza di sangue e ossigeno, il cervello subisce infatti danni permanenti nel giro di pochi minuti. In altri casi, la cosiddetta morte encefalica (chiamata anche cerebrale) può derivare da un danno cerebrale improvviso e devastante che interrompe la circolazione del sangue all’interno della testa, anche se respirazione e circolazione vengono mantenute artificialmente nei reparti di terapia intensiva. 

Le definizioni di “morte cardiaca” e “morte cerebrale” non indicano due tipi diversi di morte, ma servono a distinguere le modalità con cui essa si manifesta e viene accertata. Una distinzione particolarmente rilevante nei casi di potenziale donazione di organi, perché le procedure di verifica cambiano a seconda che il decesso avvenga per arresto cardiaco o per cessazione irreversibile delle funzioni encefaliche.

«L’accertamento è qualcosa di più della diagnosi di morte» ha spiegato a Facta Giuseppe Feltrin, direttore generale del Centro nazionale trapianti. Nel caso di arresto cardiocircolatorio, la morte viene accertata attraverso l’osservazione e la documentazione dell’assenza dell’attività cardiaca per non meno di 20 minuti, come previsto dalla legge italiana. «L’Italia ha il tempo di accertamento di morte con criterio cardiologico tra i più lunghi al mondo» ha precisato Feltrin, «in molti altri Paesi il tempo di osservazione varia dai 5 ai 10 minuti». 

Nel caso di morte encefalica, invece, l’accertamento viene effettuato documentando l’assenza irreversibile di tutte le funzioni cerebrali che distinguono la vita dalla morte. Questa verifica è effettuata da un collegio medico nominato dalla direzione sanitaria e composto da tre medici dipendenti di strutture sanitarie pubbliche, che valuta il paziente per un periodo non inferiore alle sei ore, come stabilito dalla legge. In questa fase «si controllano una serie di parametri stabiliti per legge, come i riflessi e l’elettroencefalogramma» ha chiarito Feltrin, e questi devono dimostrare lo stato di incoscienza, l’assenza di tutti i riflessi del tronco encefalico, la mancata respirazione spontanea anche dopo stimolazione e l’assenza di attività elettrica cerebrale all’elettroencefalogramma, registrata alle massime amplificazioni. 

«L’accertamento di morte è obbligatorio per legge» ha spiegato ancora il direttore generale del CNT, «ma è solo la premessa per la donazione di organi, perché se la morte è accertata ma manca il consenso alla donazione, allora quella persona sarà trasportata all’obitorio senza che avvenga alcun prelievo, nel rispetto delle sue volontà». 

Nessuna donazione senza consenso  

L’accertamento della morte, infatti, non è sufficiente perché una persona possa diventare donatore. Il consenso è l’altro elemento fondamentale perché possa essere avviato l’iter di donazione e trapianto e senza questo «non è possibile valutare la persona in cui è stata conclamata la diagnosi di morte come un potenziale donatore», ha precisato Giuseppe Feltrin.

La legge italiana prevede quattro modalità per esprimere la propria volontà in materia di donazione di organi e tessuti. La prima avviene al momento del rilascio della Carta d’identità elettronica, quando il cittadino può dichiarare se intende acconsentire o meno alla donazione. È possibile esprimere la propria volontà anche presso l’Azienda Sanitaria Locale di riferimento, compilando e sottoscrivendo un apposito modulo da consegnare agli uffici competenti. Un’altra possibilità è offerta dall’Associazione italiana per la donazione di organi, tessuti e cellule (AIDO), attraverso un modulo dedicato con cui è possibile esprimere la propria scelta online, se in possesso di SPID o firma digitale, oppure in presenza presso una delle sedi associative. E ancora, la volontà può essere inoltre indicata mediante il tesserino del Centro Nazionale Trapianti, il tesserino blu del ministero della Salute o le donor card distribuite dalle associazioni del settore. In questi casi è necessario stampare e conservare il documento tra i propri effetti personali, informando al tempo stesso i familiari della decisione. È valida anche una dichiarazione scritta su un semplice foglio, purché datato e firmato, da custodire tra i documenti personali e comunicare ai propri familiari.

Tutte le dichiarazioni raccolte tramite ASL, Comune o AIDO vengono registrate nel Sistema Informativo Trapianti (SIT), a cui i medici possono accedere per verificare, in caso di decesso, l’eventuale volontà espressa dal paziente. La scelta sulla donazione può essere modificata in qualsiasi momento e in caso di dichiarazioni multiple, prevale sempre l’ultima in ordine temporale.

Come precisato dal ministero della Salute, non esistono limiti di età per esprimere il proprio consenso o diniego alla donazione. In assenza di una volontà espressa in vita, il prelievo di organi può avvenire solo se i familiari aventi diritto non si oppongono, mentre per i minori la decisione spetta ai genitori e il dissenso anche di uno solo di essi impedisce il prelievo. 

La differenza tra morte cerebrale, stato vegetativo e coma   

Uno dei temi che genera maggiore confusione e timore è quello della morte cerebrale, perché molte persone credono che, anche in questa condizione, sia possibile un risveglio. In realtà, questa convinzione nasce da un equivoco: stato vegetativo e morte cerebrale non sono la stessa cosa, ma due condizioni profondamente diverse. I criteri neurologici, infatti, consentono di distinguere con certezza la morte da qualsiasi altra situazione e, come spiegato dall’Istituto superiore di sanità (ISS), non è mai accaduto che una persona che presentasse tutti i criteri neurologici della morte, accuratamente accertati, sia mai tornata alla vita. 

Il coma è una condizione clinica complessa, come chiarisce il Centro nazionale trapianti, caratterizzata «dalla perdita della coscienza e della vigilanza, derivante da un’alterazione del regolare funzionamento del cervello con compromissione dello stato di coscienza». In questa condizione il cervello continua a mostrare segni di attività: le cellule cerebrali sono ancora vive e producono impulsi elettrici rilevabili con esami come l’elettroencefalogramma, cioè un esame che registra l’attività elettrica del cervello tramite elettrodi. Il coma non è una condizione definitiva, ma un quadro clinico che può evolvere nel tempo, peggiorando oppure mostrando segnali di miglioramento e molti pazienti, con il tempo, riescono a riprendere coscienza e a guarire.

In alcuni casi, però, il coma si evolve in stato vegetativo, una condizione clinica caratterizzata «dalla presenza di un’attività di veglia in assenza di una consapevolezza cosciente di sé e dell’ambiente circostante». Questo significa che chi si trova in stato vegetativo è una persona viva: può respirare autonomamente, aprire e muovere gli occhi, deglutire e mantenere il normale alternarsi di sonno e veglia. Può anche compiere alcuni movimenti automatici, come sbadigliare o reagire a uno stimolo doloroso. Questo tipo di pazienti non mostrano, però, consapevolezza di sé stessi o dell’ambiente che li circonda. 

Quando questa condizione si prolunga nel tempo si parla di stato vegetativo persistente. In questi casi le funzioni cerebrali risultano gravemente compromesse e le possibilità di recuperare anche un minimo livello di coscienza sono molto ridotte. Il paziente può aprire gli occhi e muoverli spontaneamente, ma senza riuscire a fissare lo sguardo, respira autonomamente ma non è in grado di comprendere ordini semplici, parlare o comunicare in modo consapevole.

Infine, la morte cerebrale è una condizione completamente diversa dalle precedenti. Questa si verifica quando tutte le funzioni dell’encefalo cessano in modo irreversibile: la persona non è più cosciente, non respira autonomamente e non esiste più alcun controllo cerebrale delle funzioni vitali. In questi casi, infatti, non si parla più di paziente perché la persona è clinicamente morta. L’accertamento della morte cerebrale segue procedure rigorose previste dalla legge ed è indipendente da un’eventuale donazione di organi. 

La morte, infatti, è una sola e coincide sempre con la cessazione irreversibile delle funzioni del cervello: ciò che cambia è soltanto il criterio con cui viene accertata, neurologico oppure cardiaco. 

Una procedura tracciata e trasparente 

Dopo aver accertato la morte e in presenza del consenso alla donazione degli organi, solo allora si può effettivamente procedere ed effettuare «una serie di esami nei quali deve essere valutata l’idoneità complessiva del donatore e l’idoneità di ciascun organo che poi sarà trapiantato» ha spiegato il direttore del CNT. Feltrin ha precisato a Facta anche quanto il trapianto di un organo sia una procedura complessa, partecipata e controllata; «un processo che inizia con la donazione e che finisce con il trapianto è un processo che dura 24 ore, se non anche di più», ha proseguito, «dove sono coinvolti non meno di cento operatori sanitari e dove il flusso delle telefonate di coordinamento può arrivare anche a duecento». 

Nel frattempo vengono incrociati i dati per individuare il ricevente. «I dati del donatore» indica Giuseppe Feltrin, «vengono trasmessi dall’ospedale al coordinamento regionale competente, che a sua volta li inoltra al Centro nazionale. A quel punto si verifica se esistono pazienti compatibili in lista d’attesa» e può partire l’iter di donazione. Dopo il prelievo, ogni organo deve viaggiare in condizioni controllate entro limiti di tempo rigorosi, per esempio, cuore e polmoni entro 3-5 ore, fegato 5-7 e rene circa 10-12.   

Il trapianto è una prestazione sanitaria che rientra nei Livelli essenziali di assistenza (LEA), cioè le prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario nazionale (SSN) è tenuto a fornire a tutti i cittadini, ed è completamente gratuito. Le persone in attesa di un organo sono iscritte in liste d’attesa nazionali e trasparenti. In genere, le liste d’attesa per i trapianti vengono gestite a livello regionale. Fanno eccezione alcuni programmi coordinati direttamente dal Centro nazionale trapianti, come quelli dedicati ai pazienti pediatrici o ai casi più urgenti. 

Gli organi vengono assegnati attraverso un algoritmo che tiene conto di diversi fattori: la gravità della malattia, la compatibilità tra donatore e ricevente, il gruppo sanguigno, l’età e il tempo di attesa in lista. Questo permette di garantire una distribuzione rigorosa e trasparente, abbinando ogni organo al paziente più adatto possibile. Inoltre, è importante precisare che le donazioni di organi in Italia sono rigorosamente tracciate, registrate e monitorate attraverso un sistema centralizzato che garantisce sicurezza, trasparenza e tracciabilità dell’intero processo. Il direttore del CNT, infatti, ha spiegato che «il traffico di organi in Italia non esiste, perché tutti i processi di donazione trapianto sono sempre sorvegliati dalle autorità competenti nazionali e regionali», precisando che tutto il processo è completamente tracciato nei sistemi informatici. 

Il Sistema informativo trapianti (SIT) è la piattaforma attraverso cui viene gestita e controllata l’intera attività della Rete nazionale trapianti. Oltre alla gestione delle liste dei pazienti in attesa di trapianto, il sistema raccoglie e registra una grande quantità di informazioni lungo tutto il percorso. In particolare, vengono registrate le dichiarazioni di volontà alla donazione di organi e tessuti dopo la morte, così come tutti i dati relativi alle attività di donazione, prelievo, trapianto e follow-up dei pazienti trapiantati. Il SIT segue anche i flussi relativi alla donazione di tessuti, attraverso l’assegnazione di un codice identificativo specifico e include la registrazione dei decessi in cui è presente una lesione cerebrale.

Accanto a queste attività di monitoraggio, il sistema gestisce anche il registro dei donatori viventi, la segnalazione di eventi o reazioni avverse gravi e l’organizzazione di programmi nazionali di trapianto, come quelli dedicati ai pazienti iperimmuni, ai bambini e ai casi di urgenza.

In un contesto in cui informazioni errate e paure infondate continuano a circolare, il sistema dei trapianti si fonda su un principio chiaro: ogni passaggio è regolato, controllato e verificabile, e nessuna fase del processo può prescindere dalla volontà della persona.

Dalla dichiarazione di consenso fino all’assegnazione degli organi, tutto avviene all’interno di procedure rigorose, tracciate e condivise tra centri regionali e nazionali. Un sistema complesso, costruito per garantire equità, sicurezza e trasparenza, che ha l’obiettivo di trasformare un gesto di scelta consapevole in una possibilità concreta di cura per chi è in attesa di un trapianto.

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