Logo

Il fact-checking del discorso di Trump a Davos

Abbiamo analizzato alcune delle affermazioni più importanti del lungo discorso del presidente USA al World Economic Forum

23 gennaio 2026
Condividi

Il 21 gennaio 2026 Donald Trump ha tenuto un discorso di oltre 70 minuti all’annuale incontro del World Economic Forum (WEF) a Davos, in Svizzera. Nel corso del suo intervento il presidente degli Stati Uniti ha toccato svariati argomenti – dalla situazione politica ed economica degli Stati Uniti, passando dalla Groenlandia, fino all’Europa e alla NATO –, rilasciando una lunga serie di dichiarazioni false e fuorvianti.  

Abbiamo analizzato alcune delle affermazioni più importanti del suo discorso.

Sulle politiche ambientali europee 

Nel suo lungo discorso Trump ha attaccato il “Green New Deal” europeo, la strategia di crescita dell’UE contro il cambiamento climatico lanciata nel 2019 che punta a una transizione verde con l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Il presidente statunitense, che in precedenza ha fatto diverse affermazioni negazioniste sulla crisi climatica in atto, ha ribattezzato il piano europeo «Green New Scam», cioè una truffa.

Trump ha affermato che l’Europa per perseguire questa strategia sarebbe stata colpita da un «collasso energetico». Per dimostrare la sua tesi, il presidente americano ha citato la Germania, sostenendo che il Paese «ora produce il 22 per cento di elettricità in meno rispetto al 2017. E non è colpa dell’attuale Cancelliere. Sta risolvendo il problema. Farà un ottimo lavoro. Ma quello che hanno fatto prima del suo arrivo, immagino sia il motivo per cui lui è arrivato lì». Trump ha aggiunto che i prezzi dell’elettricità in Germania «sono più alti del 64 per cento».

Se è vero che la produzione lorda di elettricità tedesca è effettivamente diminuita di oltre il 20 percento dal 2017 (per il calo del consumo di energia elettrica, la dismissione delle centrali elettriche convenzionali e l’aumento delle importazioni di energia elettrica), le cifre degli aumenti dei prezzi dell’elettricità riportate dal presidente americane, tuttavia, sono nettamente esagerate. Come verificato infatti da Tagesschau, il sito del notiziario del primo canale pubblico tedesco, «nel 2017, il prezzo medio dell’elettricità per le famiglie era di 30,4 centesimi per kilowattora (ct/kWh), secondo l’Associazione tedesca dell’industria energetica e idrica (BDEW). Entro il 2025, si prevedeva che sarebbe arrivato a 39,3 ct/kWh. Ciò rappresenta un aumento di circa il 29 per cento, significativamente inferiore al 64 per cento citato da Trump». In base agli ultimi dati, a gennaio 2026 il prezzo medio dell’elettricità per le famiglie tedesche è sceso a 37,2 ct/kWh. 

Inoltre, come spiegato in un fact-checking di Euronews, nel 2022 e nel 2023 l’aumento dei prezzi dell’elettricità in Germania è stato direttamente collegato al crollo delle forniture di gas in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia a febbraio del 2022. «L’energia rinnovabile ha aggiunto costi di sistema e di rete a lungo termine alle bollette dell’elettricità, ma non è stata la causa principale dell’impennata dei prezzi dell’elettricità in Germania durante questo periodo», specificano i colleghi.

Sull’eolico e la Cina

Come avevamo ricostruito in un precedente articolo, Trump è ossessionato dalle turbine eoliche (che chiama «mulino a vento») e molte volte nei suoi discorsi contrari a questa fonte di energia rinnovabile ha fatto dichiarazioni bizzarre e totalmente infondate. 

Sul tema, a Davos, Trump ha affermato che Pechino «produce quasi tutti i mulini a vento, eppure non sono riuscito a trovare alcun parco eolico in Cina. Ci hai mai pensato? È un buon modo di vedere la cosa. Sono intelligenti. La Cina è molto intelligente. Li producono. Li vendono a caro prezzo. Li vendono agli stupidi che le comprano, ma non li usano».

In realtà, come riportato dalla BBC, la Cina ha uno dei più grandi parchi eolici in costruzione del mondo, a Gansu. Contattato dai fact-checker di Agence France-Press (AFP), Matthew Burgess, professore associato presso il dipartimento di Economia della Facoltà di Economia dell’Università del Wyoming, ha detto che la Cina è il principale produttore mondiale di energia eolica e che per quanto per quanto riguarda la quota di energia eolica nella rete nazionale, «la Danimarca è in prima posizione, mentre gli Stati Uniti sono leggermente più avanti della Cina». 

Per quanto riguarda le attività di produzione, Lauri Myllyvirta, analista capo del Centro finlandese no-profit per la ricerca sull’energia e l’aria pulita (CREA), ha dichiarato sempre all’agenzia di stampa francese che le esportazioni cinesi rappresentano una piccola frazione rispetto alle installazioni nazionali. «Sì, la Cina produce la netta maggioranza delle turbine eoliche del mondo, ma solo per rifornire il proprio mercato interno, che è nettamente superiore a quello del resto del mondo», ha precisato l’esperto. Sul punto a maggio 2025, il direttore scientifico del Global Wind Energy Council, forum fondato nel 2005 incentrato sul settore dell’energia eolica a livello internazionale, ha affermato che sebbene 10 dei 15 principali fornitori di turbine eoliche al mondo nel 2024 provengano dalla Cina, il 94 per cento delle installazioni cinesi è rimasto ancora nel loro mercato interno.

Il ministero degli Esteri cinese ha respinto le dichiarazioni infondate di Trump, affermando che la Cina possiede la più grande capacità di energia eolica al mondo e che il Paese ha dato un contributo ampiamente riconosciuto allo sviluppo globale delle energie rinnovabili. Secondo i dati di Ember Energy, think tank globale che punta ad accelerare la transizione verso l’energia pulita, a marzo 2025 i parchi eolici cinesi hanno prodotto oltre 100 terawattora (TWh) di elettricità nel mese precedente, il totale mensile più alto mai registrato da un singolo Paese e pari a quello di tutta Europa e Nord America messi insieme. In base alle proiezioni della società di consulenza norvegese Det Norske Veritas (DNV), le fonti di energia pulita, che ad oggi forniscono circa il 15 per cento dell’energia primaria della Cina, entro il 2060 genereranno quasi il 75 per cento dell’energia primaria del Paese, con un aumento di produzione di energia solare, eolica e nucleare di oltre il 450 per cento.

Sulla Groenlandia

Trump ha anche parlato della Groenlandia (in alcuni passaggi si è confuso chiamandola «Islanda»), definendola «un pezzo di ghiaccio» e «un territorio vasto indifeso in una posizione strategica chiave tra Stati Uniti, Russia e Cina», sostenendo che le mire degli Stati Uniti sull’isola che dal 1953 fa parte ufficialmente della Danimarca riguardano questioni di sicurezza. «Il fatto è che nessuna nazione, o gruppo di nazioni, è in grado di proteggere la Groenlandia, a parte gli Stati Uniti», ha dichiarato il presidente statunitense. 

Trump ha poi aggiunto che dopo la seconda guerra mondiale, «quando la Danimarca cadde sotto il controllo della Germania» nazista e gli americani «furono costretti – lo facemmo, ci sentivamo in dovere di farlo – a inviare le nostre forze a presidiare il territorio della Groenlandia», gli Stati Uniti avrebbero «restituito» l’isola alla Danimarca. «Quanto siamo stati stupidi a farlo? Ma lo abbiamo fatto. Ma gliel’abbiamo restituita», ha aggiunto il tycoon.

Quest’ultima affermazione di Trump è priva di qualsiasi fondamento storico. Come hanno ricostruito i fact-checker statunitensi di Politifact, «dopo che la Germania invase la Danimarca, gli Stati Uniti si assunsero la responsabilità della difesa della Groenlandia e stabilirono una presenza militare sull’isola che permane ancora oggi, seppur in misura ridotta. Gli Stati Uniti non hanno mai posseduto la nazione, quindi non avrebbero potuto restituirla». 

Inoltre, gli Stati Uniti hanno riconosciuto più volte il controllo della Danimarca sulla Groenlandia. Sempre Politifact ha ricostruito infatti che «nell’ambito di un accordo del 1917 con la Danimarca per l’acquisto delle Indie Occidentali danesi, note oggi come Isole Vergini americane, l’allora Segretario di Stato Robert Lansing rilasciò una dichiarazione scritta in cui affermava che gli Stati Uniti “non si sarebbero opposti all’estensione dei propri interessi politici ed economici da parte del governo danese all’intera Groenlandia”». Nel 1946 poi la Danimarca rifiutò una proposta di vendita dell’isola per 100 milioni di dollari avanzata dal presidente statunitense Harry Truman. Nel 1951, inoltre, gli Stati Uniti e la Danimarca firmarono un accordo di difesa – aggiornato e rinnovato nel 2004 – in cui si legge che la Groenlandia è «parte integrante del Regno di Danimarca». Nel 2009, in base a un accordo di autonomia, la Groenlandia si è dotata di un autogoverno mentre la difesa e gli affari esteri sono rimasti sotto il controllo della Danimarca, riporta l’Associated Press

Sulla NATO

Trump ha parlato anche della NATO, affermando che prima del suo arrivo, gli Stati membri avrebbero «dovuto pagare solo il 2 per del proprio PIL, ma non lo faceva. La maggior parte dei Paesi non pagava nulla. Gli Stati Uniti pagavano praticamente il 100 per cento della NATO. E io ho fatto in modo che ciò si fermasse». Il presidente statunitense ha poi detto di aver fatto in modo che ora gli Stati membri della NATO pagano il 5 per cento del PIL. 

Si tratta di una serie di affermazioni non corrette e in parte fuorvianti. I fact-checker di DW hanno verificato infatti che in base ai documenti ufficiali della NATO nel 2016, l’anno prima dell’insediamento di Trump nel suo primo mandato alla Casa Bianca, «gli Stati Uniti rappresentavano poco più del 70 per cento della spesa totale per la difesa di tutti i membri della NATO. Un dato significativo, ma ben lontano dal 100 per cento». Nel 2024 la spesa degli Stati Uniti per la difesa della NATO è stata circa il 63 per cento del totale. 

Come ricostruisce poi il New York Times, nel 2014, i Paesi membri della NATO si sono impegnati ad aumentare la spesa militare fino a raggiungere il 2 per cento del PIL e di raggiungere questa cifra entro un decennio. «Solo quattro degli oltre 30 paesi hanno raggiunto tale soglia nel 2016. Il numero è salito a otto entro il 2020 (l’ultimo anno del primo mandato di Trump), a 18 nel 2024 e a 31 entro il 2025. Mentre funzionari ed esperti della NATO hanno attribuito a Trump il merito dell’aumento della spesa militare in tutta l’alleanza, anche l’invasione russa dell’Ucraina ha avuto un ruolo», scrive il quotidiano statunitense. 

C’è poi da precisare che il 5 per cento della spesa del PIL non è attualmente pagato da nessuno dei Paesi membri. Come si legge sul sito della NATO, infatti, al vertice dell’alleanza del 2025 all’Aia «gli Alleati si sono impegnati a investire il 5 per cento del PIL all’anno in requisiti fondamentali per la difesa e spese relative alla difesa e alla sicurezza entro il 2035». 

Trump ha poi aggiunto che finora «quello che abbiamo ottenuto dalla NATO non è altro che proteggere l’Europa dall’Unione Sovietica e ora dalla Russia. Voglio dire, li abbiamo aiutati per tanti anni. Non abbiamo mai ottenuto nulla, se non pagare per la NATO, e abbiamo pagato per molti anni, finché non sono arrivato io».

Questo è falso. In base all’articolo 5 del trattato NATO un attacco armato contro un membro dell’alleanza sarà considerato un attacco contro tutti gli altri membri e comporta l’obbligo di fornire assistenza (che può comportare o meno l’uso della forza armata) alla Stato attaccato. Ad oggi, l’articolo 5 è stato invocato per la prima e unica volta dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti. All’epoca furono schierati dagli alleati degli Stati Uniti decine di migliaia di soldati in Afghanistan, con relative perdite di vite umane.  

Sulle elezioni statunitensi del 2020

A Davos Trump ha ripetuto più volte che le elezioni statunitense del 2020, vinte da Joe Biden, furono truccate. 

Questa è una tesi infondata che il presidente statunitense porta avanti da anni. Come scritto dal magazine statunitense TIME, «dopo le elezioni, i repubblicani a livello federale e statale hanno avviato diverse indagini sui risultati delle elezioni del 2020 e non hanno riscontrato alcuna frode elettorale». 

All’inizio di dicembre 2020, lo stesso procuratore generale degli Stati Uniti nominato da Trump nel 2018, William Barr, disse che il dipartimento di Giustizia «non aveva riscontrato frodi di portata tale da poter influenzare un esito diverso delle elezioni». Da allora, specifica Usa Today, una grande quantità di prove – tra cui cause legali, riconteggi e verifiche forensi – ha confermato che Biden ha vinto la presidenza con 306 voti elettorali.

Potrebbero interessarti
Segnala su Whatsapp