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L’intelligenza artificiale: da strumento scolastico a confidente digitale

4 marzo 2026
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SharedTime è un progetto di Facta, Dora e Internazionale Kids per trasformare l’educazione digitale in un’avventura condivisa tra genitori e figli. Per informazioni, dubbi e domande, puoi contattarci a questo indirizzo: sharedtimeitalia@facta.news

Fare i compiti è un’attività quotidiana e per ragazze e ragazzi è ormai normale aprire un quaderno, bloccarsi su un esercizio e chiedere aiuto all’intelligenza artificiale (ia). Non c’è niente di male, ma a poco a poco l’ia può diventare qualcos’altro: una voce sempre disponibile, qualcuno con cui parlare, fare domande, perfino confidarsi.

In questo numero della newsletter parliamo di intelligenza artificiale e benessere psicologico. Lo facciamo partendo da una storia pensata per bambine e bambini, che racconta proprio questo passaggio. Gli approfondimenti successivi sono dedicati a te che sei un genitore: uno spazio per osservare come l’ia entra nella vita di ragazze e ragazzi e trovare spunti per parlarne insieme, senza allarmismi ma con attenzione.

Dai compiti a qualcosa di più

È pomeriggio. Un gruppo di ragazzi e ragazze è seduto intorno a un tavolo e fa i compiti. C’è un quaderno aperto, una domanda sottolineata in rosso e poco tempo. A un certo punto qualcuno dice: “Perché non lo chiediamo all’intelligenza artificiale?”.

Succede sempre più spesso. Non solo per pigrizia, ma perché l’intelligenza artificiale è diventata una presenza normale nella vita quotidiana di ragazze e ragazzi.

Un articolo pubblicato sul New York Times, un importante quotidiano statunitense, racconta che molti studenti usano l’intelligenza artificiale per studiare, capire meglio o fare più in fretta. Ma questo apre una domanda che riguarda tutti: usare un chatbot è davvero un aiuto o rischia di diventare una scorciatoia che ci fa disimparare a fare le cose da soli, per esempio scrivere, capire quello che leggiamo, o parlare una lingua straniera?

Molti insegnanti si sentono spiazzati. Temono che ragazze e ragazzi  consegnino lavori fatti “bene”, ma senza aver davvero capito. Allo stesso tempo, però, usano anche loro l’intelligenza artificiale ogni giorno: per preparare lezioni, correggere compiti e organizzare il lavoro.

Il New York Times parla di un paradosso: ai ragazzi spesso viene chiesto di non usare l’intelligenza artificiale, mentre agli adulti è permesso. Una situazione che fa nascere domande difficili su che cosa sia giusto e che cosa no.

Secondo molti educatori il problema non è l’uso in sé, ma come si usa. Un chatbot può aiutare a riassumere appunti, a fare esempi o a prepararsi a una verifica. Ma non dovrebbe scrivere un tema o risolvere un problema al posto di chi sta imparando.

In altre parole, l’IA può essere uno strumento utile, ma non può sostituire il pensiero.

A maggio 2025, durante il festival di Internazionale Kids a Reggio Emilia, il giornalista italiano Alberto Puliafito, che si occupa di intelligenza artificiale, ha fatto una domanda semplice al pubblico: “Qualcuno di voi usa l’intelligenza artificiale per fare i compiti? E in che modo?”.

Un ragazzo con i capelli ricci ha alzato la mano e ha detto: “Io la uso dopo aver studiato. Le faccio leggere le pagine del libro e poi le chiedo di farmi delle domande. Così capisco se ho studiato bene”.

“Ottimo!”, ha risposto il giornalista.

Forse è proprio da qui che vale la pena cominciare: non chiedersi se usare o no l’intelligenza artificiale, ma come usarla senza smettere di pensare.

Esperti e organizzazioni che si occupano di infanzia avvertono che affidarsi troppo alle risposte automatiche può ridurre il pensiero critico e la capacità di sbagliare, che è una parte fondamentale dell’apprendimento.

Per questo alcuni paesi stanno sperimentando soluzioni caute. In Estonia, un piccolo paese del Nord Europa, i chatbot usati a scuola sono stati adattati per fare domande invece di dare risposte pronte, così da stimolare il ragionamento. In Islanda, invece, l’intelligenza artificiale è usata soprattutto dagli insegnanti, mentre ricercatori e ricercatrici studiano gli effetti di questi strumenti sull’apprendimento.

Anche nelle emozioni

Ma l’intelligenza artificiale non si usa solo per studiare. Un articolo del giornale spagnolo Junior Report racconta che molti adolescenti usano i chatbot anche per parlare di emozioni difficili: tristezza, solitudine, ansia, paure.

Secondo Junior Report, l’intelligenza artificiale può sembrare un interlocutore rassicurante: risponde subito, è sempre disponibile e non giudica. Proprio per questo, però, può diventare rischiosa. I chatbot non provano emozioni, non capiscono davvero cosa sente una persona e non possono prendersi cura di qualcuno come farebbe un genitore, un amico o uno psicologo.

Gli esperti citati nell’articolo spiegano che interagire a lungo con un’IA può influenzare il modo in cui i ragazzi imparano a riconoscere e gestire le emozioni. Se ci si abitua a parlare solo con un sistema che risponde sempre nel modo “giusto”, le relazioni reali – più complicate, imperfette e a volte faticose – possono sembrare meno attraenti.

Il rischio di affidare tutto a una macchina

Un’inchiesta del Guardian spinge la riflessione ancora più avanti. In diversi paesi europei molti adolescenti usano chatbot e assistenti virtuali come se fossero confidenti emotivi. Per alcuni, l’intelligenza artificiale sembra più facile da avvicinare rispetto a un adulto: non fa domande scomode, non interrompe, non mette in difficoltà.

Ma psicologi e psicoterapeuti avvertono che una macchina non può sostituire una relazione umana. Il rischio è che, nei momenti difficili, ragazze e ragazzi si affidino a strumenti che non sono in grado di riconoscere situazioni di pericolo o di indirizzare verso un aiuto adeguato. Un chatbot può sembrare empatico, ma non lo è davvero.

Risposte imperfette

In Europa sempre più ragazze e ragazzi usano l’intelligenza artificiale ogni giorno. Lo fanno soprattutto per studiare, ma sempre di più anche per risolvere dubbi o chiedere consigli. Secondo le organizzazioni che si occupano dei diritti dell’infanzia, tante e tanti adolescenti si rivolgono all’ia anche quando si sentono tristi, soli o preoccupati.

Crescere non è sempre facile, e fare domande (sulla scuola, le amicizie o la vita in generale) fa parte del percorso. Ma non tutte le domande hanno risposte veloci, e non tutte le preoccupazioni possono essere risolte da una macchina.

L’intelligenza artificiale può essere utile: può spiegare alcune cose, aiutarti a studiare o darti idee. Ma non ti conosce davvero. Non vede la tua faccia, non sente la tua voce, non si accorge se qualcosa non va.

A volte, dopo aver chiuso un quaderno o uno schermo, la cosa migliore è parlare con qualcuno vicino a te: un’amica, un compagno di classe, un’insegnante o un genitore. Qualcuno che sappia ascoltare, non abbia sempre la risposta pronta e faccia domande a sua volta.

Perché alcune domande non hanno bisogno di una risposta perfetta. Hanno bisogno di tempo e di una persona vera dall’altra parte.

LE FONTI

Are students cheating when they use A.I. for their schoolwork?, The New York Times

As schools embrace A.I. tools, skeptics raise concerns, The New York Times

Cómo impacta la inteligencia artificial en la salud mental de los adolescentes?, Junior Report

“I feel it’s a friend”: quarter of teenagers turn to AI chatbots for mental health support, The Guardian

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