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Come l’Iran sta provando a vincere la guerra dell’informazione usando l’IA

Dall’inizio della guerra, i social sono stati inondati di contenuti artificiali per dimostrare la superiorità e la sofisticatezza bellica del regime

17 marzo 2026
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«Habibi, come to Iran». È lo stesso identico invito che centinaia di soldatesse iraniane stanno lanciando sui propri account TikTok. Militari che però, nella realtà, non esistono perché sono soltanto un prodotto social creato con l’intelligenza artificiale.

Sulla piattaforma da giorni si possono trovare centinaia e centinaia di queste brevi clip in cui ragazze in divisa militare, spesso che camminano tra le basi aeronautiche o sono alla guida di aerei da caccia, rassicurano sulla potenza militare dell’Iran e sulla sua sicurezza. Dal 28 febbraio 2026 il Paese è sotto l’attacco di Stati Uniti e Israele, una guerra iniziata dopo che il presidente USA Donald Trump aveva minacciato il regime iraniano di azioni militari se non avesse accettato un nuovo accordo sul suo programma nucleare. 

Tutti questi filmati hanno un formato e un copione pressoché identico: giovani militari che mandano messaggi apertamente filo-iraniani. Ma questo non è l’unico elemento che fa pensare a un’azione coordinata: i nomi di alcuni account sono simili tra loro (ad esempio fatima_07651 e fatimah_8292), le immagini profilo sono tutte quasi identiche (un primo piano delle soldatesse) e la loro creazione è avvenuta ello stesso periodo di tempo, tra la metà e la fine di febbraio. Anche la descrizione, in inglese, che accompagna i contenuti video è la stessa, con tanto di hashtag tutti uguali: «Iran 🇮🇷🚀 people of iran raise their voices for freedom, Justice and human rights ‎#iranprotest #ramdanmubarak #freeiran #iranwar #iran».

Screenshot di deepfake di soldatesse iraniane virali su TikTok.

In alcuni di questi video compare l’etichetta di TikTok per avvisare gli utenti che il filmato è stato creato con l’intelligenza artificiale, ma non in tutti. In casi più rari, direttamente sui video è presente il watermark dei software di IA con cui sono stati generati, come VEO. Ma la natura artificiale di questi contenuti è confermata anche da alcuni elementi chiave, prima fra tutti la divisa militare, che spesso è adornata da patch con scritte confuse o addirittura in inglese. E poi, sono sempre diverse da un filmato all’altro, nessuna soldatessa ha la divisa uguale alla collega. 

Quello che salta all’occhio da questi video, poi, è che le militari parlano spesso in inglese, e non in persiano. Il target è infatti un’audience internazionale. L’obiettivo finale, spiega alla BBC McKenzie Sadeghi, esperta di social media e propaganda, «è quello di mostrare al pubblico uno Stato, l’Iran, forte, con risorse militari importanti e un’uguaglianza di genere». 

Considerando che in Iran Internet è bloccato per volontà del regime, la propaganda iraniana sembra dunque concentrarsi maggiormente nell’influenzare l’opinione pubblica internazionale. Sempre la BBC racconta che alcuni di questi account e video sono stati rimossi da TikTok dopo che la piattaforma ha ricevuto segnalazioni per violazione delle linee guida, tra cui spam, fake engagement e contenuti IA. Secondo la piattaforma social, tuttavia, più che una campagna coordinata, quei video sarebbero stati creati da alcuni user che volevano guadagnare dalle visualizzazioni e dai like ricevuti. In alcuni filmati, infatti, le soldatesse IA cercano di creare engagement chiedendo agli utenti da dove vengono e di scriverlo nei commenti, o di seguire i loro profili. 

Una campagna per glorificare la supremazia militare iraniana

Dall’inizio del conflitto, in ogni caso, sono tanti i filmati e le immagini creati con l’intelligenza artificiale filo iraniani che hanno inondato i social, non solo TikTok. Questo genere di contenuti è diventato una potente arma informativa per Teheran, che cerca di guadagnare sostegno dell’opinione pubblica internazionale mostrando soprattutto scene di devastazione e distruzione nei Paesi nemici, come analizzato da Cyabra, una società con sede negli Stati Uniti specializzata nell’analisi dei social media. La maggior parte dei video generati artificialmente sulla guerra promuove l’Iran, spiega lo studio, con l’intento di dimostrare la superiorità e la sofisticatezza militare del regime.

Come spiega al New York Times Marc Owen Jones, professore associato di analisi dei media presso la Northwestern University in Qatar «l’uso di immagini generate dall’intelligenza artificiale di luoghi nel Golfo – in fiamme o danneggiati – assume maggiore importanza nella strategia dell’Iran perché permette loro di dare l’impressione che questa guerra sia più distruttiva e forse più costosa per gli alleati dell’America di quanto possa essere in realtà». Diffondendo immagini ingannevoli che ritraggono la superiorità aerea e il successo sul campo di battaglia, si legge sul report di Cyabra, «questa campagna mira a ottenere un più ampio sostegno internazionale a favore dell’Iran, creando l’impressione che sia la parte vincente nel conflitto».

Secondo la propaganda social di Teheran, i missili iraniani hanno devastato Tel Aviv e altre città israeliane, i suoi aerei da combattimento hanno decimato una portaerei americana, centinaia di soldati USA sono stati catturati e l’ambasciata degli Stati Uniti in Arabia Saudita è andata completamente in fiamme dopo un attacco di un drone iraniano. Le prove di queste vittorie militari (false, o quantomeno esagerate), però, non sono altro che contenuti generati artificialmente. E che talvolta sono stati condivisi anche dai media iraniani. Ad esempio PressTV, una delle emittenti statali iraniane che trasmette in inglese e francese, aveva pubblicato su X un video IA (poi cancellato) che mostrava un grattacielo in Bahrain in fiamme a seguito di attacchi aerei iraniani.

Contenuti sul conflitto in Medio Oriente creati con l'intelligenza artificiale.

Già a giugno dello scorso anno, durante la guerra dei 12 giorni tra Iran e Israele, il conflitto era stato fortemente segnato dal ricorso all’intelligenza artificiale per fini propagandistici, anche da parte di funzionari statali e media iraniani. Nonostante questa non sia quindi una novità, «il ricorso a falsificazioni create dall’IA da parte dei principali media statali, anche di quelli che non brillano proprio per la loro fedeltà alla verità, è sorprendente», commenta alla BBC Brett Schafer, direttore senior del think tank britannico Institute of Strategic Dialogue.

Come TikTok, anche X è dell’idea che la quasi totalità degli account che diffondono video generati dall’intelligenza artificiale come questi sta cercando di monetizzare pubblicando contenuti in grado di generare un elevato livello di coinvolgimento in cambio di un compenso tramite il programma “Creator Revenue Sharing” della piattaforma. 

Non è noto quanti account facciano parte del programma, né quanto denaro possano guadagnare. Secondo la stima di Timothy Graham, esperto di media digitali presso la Queensland University of Technology, X potrebbe pagare circa da 8 a 12 dollari per ogni milione di impressioni verificate degli utenti.

La piattaforma, a pochi giorni dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, ha annunciato la sospensione dal programma dei creator che pubblicano «video generati dall’intelligenza artificiale che ritraggono un conflitto armato, senza l’aggiunta di un’indicazione che precisino che sono stati realizzati con l’intelligenza artificiale».

Dall’analisi di Cyabra – focalizzata principalmente su TikTok, poi Facebook, X e in minima parte su Instagram –, tuttavia, molti degli account che hanno condiviso questi contenuti IA sembravano però molto più interessati a diffondere i propri messaggi che a guadagnare denaro, scrive il New York Times.

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