
Ora è il mondo MAGA a credere che l’attentato contro Trump sia stata una messinscena
Dentro al movimento di estrema destra si sono aperte crepe al sostegno del tycoon, tra critiche e teorie del complotto utilizzate contro lo stesso presidente
Nel corso della sua carriera politica, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha più volte dato spazio a narrazioni complottiste e ha spesso integrato teorie completamente infondate – in molti casi discriminatorie e cariche d’odio – nei propri discorsi pubblici, contribuendo alla loro diffusione. Dalle false accuse che attribuivano alla comunità haitiana l’abitudine di mangiare cani e gatti, fino al supporto attivo alla teoria cospirazionista QAnon, secondo la quale una presunta élite globale di pedofili satanisti governerebbe il mondo, questi racconti hanno trovato terreno fertile anche tra i suoi sostenitori, diventando parte del linguaggio politico che ne ha alimentato il consenso.
Di recente, però, tra i suoi sostenitori più fedeli e convinti si è registrato un cambio di direzione, con l’emergere di critiche sempre più feroci nei confronti di Trump. Ad esempio Alex Jones, il re dei complottisti di estrema destra, ha sollevato dubbi sulle sue capacità cognitive affermando che Trump sembrerebbe malato e che il suo cervello «non funzioni al meglio»; Tucker Carlson, ex anchorman di Fox News e successivamente creatore di contenuti di destra estrema, lo ha descritto come uno schiavo di Israele e ha affermato che il modo in cui sta gestendo la guerra contro l’Iran è «terribile da vedere»; o, ancora, l’influencer e podcaster statunitense di destra Candace Owens lo ha criticato per la gestione del “caso Epstein”, una vicenda che ha inciso sul sostegno anche di altri segmenti della sua base. Fino ad arrivare alla creazione e diffusione di una nuova teoria del complotto, questa volta rivolta contro lo stesso Trump.
Una nuova teoria del complotto
Era il 13 luglio 2024 e Donald Trump era in corsa per la rielezione alla presidenza degli Stati Uniti nelle elezioni di novembre. Durante un comizio elettorale a Butler, in Pennsylvania, Trump sopravvisse a un attacco armato quando un ventenne, appostato sul tetto di un edificio nelle vicinanze, aprì il fuoco e un proiettile gli sfiorò l’orecchio. Nell’attacco perse la vita Corey Comperatore, un vigile del fuoco suo sostenitore seduto accanto a Trump, e l’attentatore Thomas Matthew Crooks, che fu ucciso dagli agenti dei servizi segreti. Nelle ore successive, l’episodio alimentò rapidamente disinformazione online, mentre molti sostenitori del presidente interpretarono la sua sopravvivenza come un segno divino.
A due anni di distanza, però, l’influenza di Donald Trump sui suoi sostenitori e soprattutto sul movimento MAGA (“Make America Great Again”) è andata progressivamente calando e una parte dei suoi alleati ha iniziato a mettere in dubbio la versione ufficiale dei fatti, arrivando a sostenere senza fornire alcuna prova che l’attentato del 2024 potrebbe essere stato tutta una messinscena.
Come ricostruito da Wired, la falsa teoria ha iniziato a circolare a novembre 2025 dopo che l’ex commentatore di Fox News Tucker Carlson ha rilanciato l’ipotesi di un coinvolgimento dell’FBI in un tentativo di insabbiamento della sparatoria. In un post su X del 13 novembre, Carlson ha affermato che l’agenzia avrebbe fornito informazioni false riguardo alle attività online dell’attentatore. Il giorno successivo, la commentatrice conservatrice Emerald Robinson si è spinta ancora oltre, scrivendo su X un post in cui attribuiva all’FBI la responsabilità di una serie di avvenimenti, tra cui l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, i «nastri compromettenti di Jeffrey Epstein» e il «raduno di Butler», facendo riferimento al tentato assassinio di Donald Trump del 2024.
Oggi una delle principali divulgatrici di questa teoria è una delle esponenti di punta del trumpismo più radicale ed ex deputata Marjorie Taylor Greene, che ha recentemente preso le distanze dal presidente degli Stati Uniti criticandone la gestione del caso Epstein, tanto da arrivare a dimettersi dalla Camera dei Rappresentanti. Il 18 aprile Taylor Greene scriveva su X che la famiglia di Corey Comperatore, la vittima dell’attacco di Butler del 2024, «merita di conoscere la verità» rispetto all’attentatore, chiedendosi perché il presidente Trump non stia guidando questa battaglia e chi ci sia «dietro tutto questo». Il giorno dopo aveva chiarito, sempre su X, di non star dicendo che «l’omicidio di Butler sia una bufala», ma di ritenere che restino ancora molte domande senza risposta, soprattutto riguardo alla mancata diffusione di informazioni sull’attentatore Thomas Matthew Crooks, ma anche al possibile coinvolgimento di altre persone e a quello che ha descritto come un tentativo di insabbiamento.
In uno dei suoi post, Marjorie Taylor Greene aveva ripreso un lungo intervento pubblicato su X il 12 aprile da Trisha Hope, delegata nazionale repubblicana del Texas e ormai ex sostenitrice di Trump. Nel testo venivano sollevati diversi dubbi sulla gestione dell’attentato, fino a concludere con una frase molto perentoria: «Se non riuscite ad analizzare questa storia usando il pensiero critico e ponendovi almeno qualche domanda, il problema siete voi e dovete darvi una svegliata». Il post di Hope citato da Greene aveva già generato numerose reazioni, tra cui quella di un noto sostenitore di QAnon conosciuto online come “MJ Truth”. Quest’ultimo aveva chiesto ai suoi circa 100 mila follower su Telegram cosa ne pensassero di quella ricostruzione, e la grande maggioranza delle risposte, provenienti quasi tutte da sostenitori di Trump, indicava la convinzione che l’episodio fosse stato inscenato e che la verità potesse non emergere mai.
Negli stessi giorni, Tim Dillon, comico, podcaster e attore statunitense, aveva dichiarato nel suo programma “Tim Dillon Show” di ritenere che quella di Butler sia stata «una messa in scena», arrivando a suggerire che il presidente americano dovrebbe ammettere di aver orchestrato l’attentato «per mostrare agli americani quanto sia e quanto fosse importante votare per lui e fin dove fosse disposto a spingersi per loro».
Il rapporto tra USA e Israele
Dopo l’attacco militare congiunto del 28 febbraio tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, una parte della destra americana ha iniziato a mettere in discussione il sostegno incondizionato a Donald Trump. A guidare questo cambiamento è stato Joe Kent, allora direttore del Centro nazionale antiterrorismo dimessosi perché non può «in coscienza» sostenere il conflitto in corso, ritenendo che Teheran non rappresentasse una minaccia imminente per gli Stati Uniti. La sua presa di posizione si inserisce in un percorso politico segnato da precedenti legami con ambienti complottisti di estrema destra, in cui non sono mancate derive antisemite, contribuendo ad alimentare e radicalizzare le critiche all’intervento.
Sulla linea di questa spaccatura, alcune delle narrazioni complottiste legate all’attentato di Butler hanno iniziato a includere anche accuse sul peso che il governo israeliano eserciterebbe sulle decisioni di Washington. In un monologo diffuso il 9 aprile sul suo canale, l’opinionista politico Tucker Carlson si è interrogato (dal minuto 20:19) pubblicamente sull’ampiezza dell’influenza di Israele sull’amministrazione statunitense, suggerendo che un elemento rivelatore sarebbe proprio la sparatoria di Butler e che la mancanza di un’indagine approfondita da parte dell’amministrazione di Donald Trump ne sarebbe un’ulteriore prova indiretta.
La stessa linea di accusa è stata rilanciata anche da Candace Owens. La podcaster complottista ha ipotizzato che la donatrice politico-finanziaria israelo-americana Miriam Adelson potesse essere la vera regista dietro il presunto tentato assassinio. Owens ha sostenuto, in episodio del suo podcast pubblicato il 10 aprile, che Donald Trump avrebbe ricevuto da lei circa 100 milioni di dollari in contributi elettorali, senza però rispettare l’impegno di appoggiare l’annessione della Cisgiordania da parte di Israele, interpretando questa presunta rottura come possibile movente dell’attacco. Ha inoltre lasciato intendere che la stessa dinamica potrebbe spiegare perché, una volta alla presidenza, il presidente non avrebbe mai promosso un’indagine approfondita sull’episodio.
Da presidente scelto da Dio all’Anticristo
Le crescenti frizioni tra Donald Trump e una parte del suo stesso elettorato hanno prodotto un’evoluzione sorprendente anche sul piano simbolico e retorico. Se per anni il presidente era stato celebrato da molti sostenitori come una sorta di prescelto da Dio, investito di una missione quasi provvidenziale, oggi in alcuni ambienti della galassia MAGA si sta affermando una narrazione opposta e radicalmente critica.
In questi circuiti Trump viene sempre più spesso descritto non come un salvatore, ma come una figura ingannevole, fino ad arrivare a essere associato all’Anticristo, figura della tradizione cristiana associata all’opposizione a Cristo e ai presagi della fine dei tempi. Le accuse hanno raggiunto l’apice quando Trump ha pubblicato un’immagine generata con intelligenza artificiale in cui appariva vestito come una figura sacra, mentre emanava una luce dorata su un uomo in un letto d’ospedale. Il contenuto, rimosso dopo alcune ore e oggi non più disponibile, richiamava l’iconografia di Gesù Cristo e ha suscitato forti critiche anche tra i suoi sostenitori.

Alcune figure di spicco dell’universo MAGA sono intervenute immediatamente per commentare il post. Ad esempio Marjorie Taylor Greene ha scritto su X: «È più che blasfemia. È uno spirito dell’Anticristo». Nel giro di poco tempo, anche altre voci dell’area conservatrice e complottista hanno iniziato a esprimere posizioni sempre più radicali. Clint Russell, conduttore del podcast di destra Liberty Lockdown, ha affermato: «In 18 mesi sono passato dal votare Trump con una certa esitazione al pensare che ci siano buone probabilità che sia l’anticristo». Mentre ancora più esplicito è stato il pastore texano di estrema destra Joel Webbon, che sempre su X ha dichiarato di credere sinceramente che «Trump sia attualmente posseduto dal demonio», ospitando poche ore dopo una diretta intitolata “Is Donald Trump the Anti-Christ?” (in italiano: “Donald Trump è l’Anticristo?”).
Secondo alcuni, l’attentato del luglio 2024 a Butler sarebbe un’ulteriore prova del fatto che Trump sia l’Anticristo. In questa direzione si inserisce, ad esempio, la posizione dell’attivista di estrema destra Ali Alexander, noto per aver organizzato la campagna “Stop the Steal” (in italiano “Stop al furto”) dopo le elezioni presidenziali del novembre 2020 il cui obiettivo era sostenere, senza prove, che le elezioni fossero state truccate per negare la vittoria a Trump a favore di Joe Biden. Alexander ha interpretato l’episodio proprio come conferma di questa lettura apocalittica in cui Donald Trump sarebbe l’Anticristo e .il 14 aprile ha pubblicato un documento di cinque pagine sul suo canale Telegram (@alialexander) in cui scriveva che «se Donald Trump non ha ricevuto un miracolo, allora si è trattato di un inganno oppure di un segno oscuro».

Nello stesso documento Alexander ha aggiunto anche un riferimento alla Bibbia, affermando che «Nel libro dell’Apocalisse 13:3 c’è una profezia biblica che sembra parlare dell’Anticristo colpito alla testa», interpretando questo passaggio come una possibile conferma simbolica del legame tra Trump, l’attentato di Butler e la sua presunta identificazione con la figura di opposizione a Cristo.
Una nuova fase del movimento MAGA?
Questa nuova teoria del complotto, in tutte le sue sfaccettature, si inserisce in un contesto più ampio di forti frizioni all’interno del movimento MAGA.
Già dopo l’assassinio di Charlie Kirk, avvenuto il 10 settembre 2025, era esplosa una vera e propria “guerra civile” dentro il movimento trumpiano MAGA scatenata dal vuoto di potere lasciato dall’attivista ultraconservatore, che più influencer estremisti hanno iniziato a contendersi a colpi di accuse incrociate e teorie del complotto.
In più, negli ultimi mesi, questa dinamica di frammentazione interna si è ulteriormente accentuata, con l’impressione che quasi ogni giorno una nuova componente del mondo MAGA entri in rotta di collisione con Donald Trump per ciò che dice o per le scelte che compie, arrivando a diffondere addirittura teorie del complotto contro di lui.
Secondo Wired si tratta di una delle fratture più significative all’interno del Partito Repubblicano degli ultimi anni, nonostante sia difficile stabilire se si tratti di un reale distacco di una parte dell’elettorato da Trump oppure di una fase passeggera destinata a rientrare. In altre parole, resta aperta la possibilità che le tensioni e le critiche emerse negli ultimi mesi rappresentino solo una deviazione temporanea all’interno di un sostegno ancora sostanzialmente solido.
Il movimento MAGA, infatti, si è imposto come una delle forze politiche più influenti della politica statunitense recente, ma più che un’ideologia strutturata appare spesso come un movimento fortemente centrato sulla figura del suo leader, in cui la lealtà personale ha storicamente prevalso su molte delle contraddizioni interne. Nonostante le tensioni, una parte consistente della base continua infatti a difendere Trump con decisione. L’11 aprile, ad esempio, il suo ex consigliere Steve Bannon lo ha paragonato a figure come Abraham Lincoln e George Washington, sostenendo che Trump sarebbe destinato a «far tornare l’America alla sua grandezza». Posizioni analoghe sono emerse anche da altri sostenitori, a conferma di un sostegno che, pur attraversato da crepe evidenti, non appare ancora del tutto dissolto.
Resta ancora incerto quanto e in che misura le critiche provenienti da figure influenti come Tucker Carlson, Candace Owens o Alex Jones riusciranno a erodere davvero il nucleo più fedele del sostegno a Donald Trump e al movimento MAGA. Eppure disillusione, cospirazione e risentimento, tre elementi già profondamente radicati nello stesso universo politico che Trump ha contribuito a consolidare, sembrano oggi rivolgersi sempre più spesso anche contro di lui, alimentando una frattura interna che appare meno episodica e sempre più strutturale. Lo stesso Trump ha risposto duramente con un post su Truth Social, attaccando Carlson, Megyn Kelly, Owens e Jones e sostenendo che avessero in comune «un basso quoziente intellettivo», definendoli «persone stupide» e accusandoli di essere consapevoli della propria inadeguatezza.
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