
Il problema scientifico dietro l’analfabetismo funzionale
Si tratta di un acceso dibattito accademico che ha ricadute sulla scuola e sul modo in cui guardiamo alla nostra stessa intelligenza
L’8 settembre di ogni anno si celebra la Giornata Mondiale dell’Alfabetizzazione, istituita dall’UNESCO per ricordare quanto saper leggere e scrivere sia un diritto fondamentale per una società giusta e funzionante e per il suo progresso culturale, scientifico e sociale. In questa occasione giornali e istituti pubblici tentano di fare il punto della situazione sullo stato dell’alfabetizzazione del proprio Paese di riferimento. Veniamo informati del fatto che sempre più persone stanno diventando “analfabeti funzionali”, un’espressione a prima vista intuitiva che indicherebbe un individuo con scarse capacità di comprensione, ma che è più complicato di così.
Dietro questo significato superficiale, infatti, c’è un acceso dibattito accademico su cosa significhi davvero, dal punto di vista scientifico e educativo, essere analfabeti funzionali. Un dibattito che non interessa solo il mondo universitario, ma che ha ricadute concrete sul mondo della scuola e sul modo in cui guardiamo alla nostra stessa intelligenza.
Analfabetismo funzionale: l’origine del concetto
Nel 1900 in Italia, quando l’istruzione era per lo più appannaggio delle classi sociali più elitarie, solo la metà della popolazione sapeva leggere e scrivere una frase riguardo la propria vita quotidiana. All’epoca, si distingueva semplicemente tra chi era analfabeta e chi no. Nella seconda metà del Novecento nasce poi il concetto di “analfabetismo funzionale”, in un contesto di grande crescita economica e industriale dove è diventato necessario non solo distinguere tra chi sapeva leggere e scrivere e chi no, ma anche creare delle categorie per coloro che si trovavano nel mezzo.
È così che l’UNESCO, nel 1978, offrì delle definizioni che provassero a distinguere tra persone con diversi livelli di alfabetismo. Si affermò che gli “alfabetizzati” fossero coloro capaci di leggere e scrivere un semplice testo riguardante la propria vita di tutti i giorni, comprendendone il significato. Al contrario, con l’“analfabetismo” queste capacità di base mancavano del tutto. Nel mezzo di questi due estremi, poi, si distinse tra chi era funzionalmente alfabetizzato e chi funzionalmente analfabetizzato. I primi possedevano gli strumenti necessari per prendere parte attivamente alla vita sociale ed economica del proprio gruppo e della propria comunità, e servirsi di lettura, scrittura e calcolo come mezzi di crescita personale e collettiva. I secondi, invece, sapevano leggere e scrivere ma non erano capaci di partecipare pienamente alle attività in cui tali abilità sono indispensabili, sia per sé sia per il gruppo o la comunità di appartenenza.
Se distinguere alfabetizzati e analfabeti è semplice, farlo con le due categorie intermedie lo è molto meno. Le definizioni dell’UNESCO sono state un primo passo verso il riconoscimento del fenomeno degli analfabeti funzionali, anche se mancano di quello che in scienza si chiama “operazionalizzazione”, ovvero tradurre un concetto astratto in un dato concreto e misurabile.
Il significato di “analfabeta” è chiaro (o sai leggere una frase o non la sai leggere), mentre quello di “analfabeta funzionale” lascia molto spazio di interpretazione. Cosa si intende per “funzionamento efficace”? Chi sono “il proprio gruppo e la propria comunità”? Il concetto cambierebbe se misurato in altre culture che vivono diversamente?
L’analfabetismo funzionale nella ricerca scientifica
Uno dei primi passi per studiare un fenomeno è la sua definizione. Senza un accordo su cosa sia nella pratica il fenomeno analizzato, si rischia di confrontare numeri e conclusioni convinti di parlare tutti della stessa cosa, quando in realtà ogni ricerca sta misurando qualcosa di diverso.
Diversi studiosi hanno lamentato la mancanza di una definizione standardizzata per l’analfabetismo funzionale, notando che «definizioni discordanti e criteri diagnostici dissimili tra loro conducono a stime epistemologiche fondamentalmente diverse», con la conseguenza che tali misure «non possano essere considerate idonee per la misurazione e identificazione degli analfabeti funzionali sulla base dei dati al momento disponibili».
Un altro gruppo di ricercatori che ha revisionato la letteratura scientifica in materia ha scoperto che, su 33 studi, il 41 per cento non citava una definizione operativa del concetto e il 74 per cento non usava nemmeno un criterio di misurazione, derivando il livello di alfabetizzazione dei partecipanti dal massimo livello di istruzione raggiunto. Ovvero, più un individuo aveva studiato, e più veniva considerato intellettualmente competente. Questa metodologia, seppur vantaggiosa in termini di praticità, risulta poco informativa e precisa: un elevato livello di istruzione non garantisce necessariamente maggiori competenze intellettuali, così come una minore scolarizzazione non implica automaticamente una ridotta capacità cognitiva.
Data la mancanza di una metodologia efficace in materia, alcuni ricercatori hanno provato a sviluppare definizioni e misurazioni più efficaci. Un modo comune per definire più precisamente degli individui in psicologia è quello di usare dei criteri di esclusione. Si evita cioè di studiare soggetti la cui condizione o patologia potrebbe essere interamente spiegabile da altri fattori. Una persona dislessica può fare fatica nella comprensione del testo anche se possiede un’intelligenza nella norma e le competenze necessarie. Allo stesso modo, un individuo potrebbe aver avuto grandi competenze intellettuali per tutta la sua vita, e poi in un test risultare analfabeta funzionale dopo aver subito una lesione cerebrale.
Per comprendere l’importanza dei criteri di esclusione, facciamo un esempio. In uno studio sull’analfabetismo funzionale vengono reclutate senza criteri di esclusione tre persone: hanno tutte e tre la stessa età e livello di scolarizzazione, solo che la prima è dislessica e la seconda ha una lesione cerebrale. La terza, invece, non presenta condizioni o patologie che potrebbero influenzare le sue competenze. Queste tre persone vengono poi sottoposte a un test per valutare la loro comprensione del testo. Immaginiamo che tutte e tre abbiano un punteggio insufficiente: quanti sono gli analfabeti funzionali nel gruppo? Senza usare criteri di esclusione, tutti e tre vengono etichettati come analfabeti funzionali, ovvero il 100 per cento dei partecipanti.
Rifacciamo ora lo stesso esperimento mentale con gli stessi partecipanti, ma con una metodologia diversa; quella di Réka Vágvölgyi, dell’Università RPTU Kaiserslautern-Landau in Germania, che ha proposto insieme ai suoi colleghi una nuova definizione di analfabetismo funzionale con chiari criteri di esclusione. La definizione è la seguente: «un analfabeta funzionale è incapace di comprendere testi complessi nonostante scolarizzazione, età, competenze linguistiche, capacità di lettura elementare e QI adeguati, un’incapacità non spiegabile con disturbi sensoriali, cognitivi generali, neurologici o psichiatrici».
Gli autori dell’esperimento aggiungono criteri di esclusione concreti: non possono essere valutati per l’analfabetismo funzionale soggetti di età minore di 16 anni, con meno di 6-8 anni di scuola completati, con un QI di 70 o inferiore, e con un disturbo neurologico o psichiatrico. In poche parole, un analfabeta funzionale farebbe fatica nella comprensione del testo anche se avesse tutti gli strumenti per farlo e nessuno ostacolo a impedirlo. Quanti sono gli analfabeti funzionali nel nostro gruppo immaginario se usiamo questa metodologia? Uno su tre, il 33 per cento, poiché la persona dislessica e quella con lesione cerebrale vengono escluse, in quanto esibiscono condizioni che potrebbero, da sole, spiegarne le basse performance nel test. Trattare tutti e tre gli individui allo stesso modo sarebbe uno spreco di tempo e risorse, in quanto la loro situazione è causata da motivi diversi.
Il caso della Francia
Se da un lato il dibattito sulla definizione di analfabetismo funzionale può sembrare teorico e irrilevante, ne si capisce immediatamente l’importanza pratica quando si analizza il problema con numeri assoluti e su una popolazione vera e propria.
Lo stato dell’istruzione è fondamentale per un Paese, in quanto impatta direttamente l’economia, la produttività e il funzionamento democratico. Ad esempio, uno studio del 2018 ha stimato che, in Canada, a ogni aumento di un punto percentuale nelle competenze di alfabetizzazione della popolazione adulta corrisponderebbe una crescita del prodotto interno lordo (PIL) compresa tra 40 e 60 miliardi di dollari all’anno. È quindi naturale che i governi abbiano interesse a misurare le competenze intellettuali dei propri cittadini per attuare interventi che le migliorino.
Al momento, l’indagine internazionale più ampia di cui disponiamo è condotta dal Programma per la Valutazione Internazionale delle Competenze degli Adulti (PIAAC) promosso dall’OCSE – l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico –, che raccoglie dati in 31 Paesi, permettendo di confrontare gli stati sulla base di competenze che vengono misurate uniformemente tra tutte le nazioni partecipanti.
Alcuni Paesi, però, conducono indagini proprie sul territorio nazionale, come la Francia, che ha un’agenzia dedicata, l’Agenzia nazionale per la lotta contro l’analfabetismo (ANLCI). Il fatto che la popolazione francese venga esaminata da due indagini diverse ci permette di confrontarne i risultati, che in teoria dovrebbero essere più o meno simili, dato che si valuta la stessa condizione nella stessa popolazione in momenti simili. E invece le due indagini forniscono un quadro della situazione completamente diverso.
Secondo l’indagine PIAAC, nel 2023 in Francia il 28 per cento degli adulti aveva forti difficoltà nella lettura e comprensione del testo, tali da considerarli analfabeti funzionali, mentre secondo l’ANLCI, nello stesso anno, i francesi in questione erano il 4 per cento. Le due ricerche non sono d’accordo neanche sull’andamento generale. Mentre secondo PIAAC l’analfabetismo funzionale è in aumento (l’OCSE stima che i francesi con gravi problemi nella comprensione del testo fossero il 21.6 per cento nel 2012 e il 28 per cento nel 2023), per l’ANLCI questo starebbe scendendo nel tempo (l’ANLCI ha rilevato un 9 per cento nel 2004, un 7 per cento nel 2011 e un 4 per cento nel 2023).
Ma quindi, l’analfabetismo funzionale in Francia sta salendo o è in calo? La differenza tra le due misurazioni diventa ancora più evidente quando compariamo i dati assoluti: il 4 per cento a cui si riferisce l’ANLCI corrisponde a 1,5 milioni di francesi, mentre il 28 per cento della ricerca PIAAC indica quasi 12 milioni di persone. Immaginate di dover stanziare dei fondi per degli interventi educativi che migliorino le performance scolastiche di chi ha più difficoltà. Pensate a quanto cambia chiedere fondi per 1,5 milioni di persone o invece per 12 milioni, si parla di milioni di euro di differenza.
Come mai le due indagini giungono a conclusioni così diverse? La spiegazione sta nel metodo utilizzato per rilevare e analizzare i loro dati. Entrambe le indagini si basavano su domande di difficoltà crescente in cui l’individuo deve estrapolare l’informazione rilevante in mezzo a quelle fornite. PIAAC però valuta soggetti dai 16 ai 65 anni tramite un test online, indipendentemente da dove sono stati scolarizzati, mentre ANLCI valuta, tramite un intervistatore che conduce il test a domicilio, persone con età compresa tra 18 e 64 anni (escludendo quindi i giovani tra i 16 e i 18 anni) solo se sono state scolarizzate in Francia. Questa condizione esclude tutti coloro che hanno studiato altrove per poi spostarsi nel territorio francese. È quindi probabile che nel campione PIAAC ci siano persone per cui il francese è la seconda o terza lingua, che hanno studiato in Paesi dove l’istruzione è più scarsa, avendo così un minore risultato nel test. In aggiunta, è altamente probabile che ANLCI sia interessata a valutare i soggetti con i deficit in comprensione del testo più gravi, mentre PIAAC tenga uno standard più elevato, dove avere punteggi bassi è più facile.
Un’altra possibilità è che le persone che si trovano un intervistatore in carne ed ossa a casa propria siano più concentrate di quelle che svolgono il tutto da computer, oltre ad avere la possibilità di poter chiedere chiarimenti qualora qualcosa sia ambiguo. Infine, è da notare che nessuna delle due indagini ha criteri di esclusione per scartare individui con difficoltà di apprendimento o disturbi neurologici. Tutte queste scelte metodologiche sono da tenere a mente anche quando si leggono i dati PIAAC sull’Italia, i quali indicano che circa il 35 per cento degli abitanti è considerato analfabeta funzionale.
La scelta di una definizione, di una metodologia, significa decidere quanti fondi stanziare, chi ha diritto a un intervento e quanto allarme sociale sia giusto creare. La scienza è il modo migliore che abbiamo di conoscere la realtà intorno a noi, ma è fondamentale comprenderne i meccanismi e i processi, in modo da capire da dove arriva quel risultato che leggiamo sulle pagine dei giornali. I numeri sull’analfabetismo funzionale sono utili nel fornirci una prospettiva sull’entità del problema, ma non possono, per loro natura, misurare il contesto culturale e sociale in cui usiamo la nostra intelligenza. E oltre a ciò, i numeri sono spesso il risultato delle scelte metodologiche di chi li produce.
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