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Revisionismo, disinformazione e polemiche: cosa aspettarci da questo 25 aprile

Abbiamo raccolto i principali filoni disinformativi sulla Resistenza, che da anni circolano in Rete, per cercare di disinnescarli sul nascere

24 aprile 2026
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Da decenni le celebrazioni del 25 aprile e l’anniversario stesso della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo sono oggetto di contesa politica, storica e persino terminologica. Negli ultimi anni tuttavia, anche grazie ai social media, il revisionismo sul tema ha compiuto un grosso salto di qualità: i classici miti neofascisti sono definitivamente stati sdoganati nel nostro dibattito pubblico e circolano indisturbati in ambienti decisamente mainstream, normalizzando una riscrittura positiva della dittatura totalitaria di Benito Mussolini e portando avanti al contempo una demonizzazione della Resistenza.

In base all’esperienza accumulata in anni di monitoraggio, abbiamo quindi deciso di raccogliere i principali argomenti della disinformazione sul tema in modo da provare a disinnescare sul nascere le narrazioni infondate di questo tipo che è probabile circolino anche nel 2026 in occasione della festa della Liberazione.

Il trend generale sui social del revisionismo fascista

Con l’arrivo dei social media, il revisionismo storico sul fascismo si è tramutato in un vero e proprio fenomeno pop, che utilizza nuove forme e simboli identitari nel tentativo di conquistare terreno negli spazi digitali e arrivare così anche alle nuove generazioni. 

Puntualmente ogni dicembre sulle piattaforme diventano così virali post e meme, spinti in modo particolare da reti di estrema destra, in cui si sostiene che la tredicesima sarebbe uno strumento introdotto dal “Duce”, dal momento che la mensilità aggiuntiva per dipendenti e pensionati erogata a fine anno sarebbe in realtà una concessione del regime fascista. Si tratta di una tesi priva di qualsiasi veridicità storica. Un altro falso mito ricorrente online è quello secondo cui Mussolini avrebbe «creato le pensioni». Da anni, poi, si ripete che il fascismo avrebbe bonificato le paludi antigeniche presenti in Italia. Il progetto iniziale del regime era sì quello di migliorare 8 milioni di ettari di terreno su tutto il territorio nazionale. Se si analizzano i dati disponibili, però, la porzione di territorio bonificato fu di fatto molto inferiore. Come riportato da Il Post, una stima storicamente accurata dell’estensione dei terreni bonificati dal fascismo si aggira infatti sui 600mila ettari.

È in questo filone revisionista che si inseriscono le teorie storicamente infondate sul 25 aprile, che puntano a sminuire il valore della Resistenza, a stravolgerne il significato o a macchiare il suo valore storico.

La disinformazione sul 25 aprile

È molto probabile che nei giorni precedenti la ricorrenza del prossimo 25 aprile sulle piattaforme possano apparire contenuti che ripetono messaggi revisionisti già smentiti in precedenza. Tra i più ricorrenti ci sono ad esempio quelli che accusano indiscriminatamente tutti i partigiani di odiare la democrazia. Su X nel 2021, nel 2023, nel 2024 e nel 2025 vari account di estrema destra hanno pubblicato post in cui si legge che i partigiani erano tutti comunisti che lottavano contro il regime fascista solo per instaurare un altro totalitarismo, di stampo comunista.

Come spiega però Chiara Colombini, storica e ricercatrice presso l’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea, nel libro “Anche i partigiani però…” (2021) incentrato sulle falsificazioni contro la Liberazione, la Resistenza italiana innanzitutto non va analizzata come un «blocco compatto». I partigiani erano infatti composti da diversi gruppi politici: il 50 per cento apparteneva alle Brigate Garibaldi, legate al Partito Comunista Italiano (PCI); il 20 per cento alle brigate di Giustizia e Libertà, collegate al Partito d’Azione, e il restante alle Formazioni Autonome (di ispirazione militare e monarchica), alle Matteotti (Partito Socialista) e alle brigate cattoliche. Inoltre, non tutti i combattenti di una formazione legata a un partito ne erano membri attivi o militanti. Questo significa che chi aderiva a una brigata non lo faceva necessariamente per fede politica, ma anche per amicizia, rapporti di parentela, appartenenza territoriale o per altri motivi. 

Nel suo libro, Colombini continua specificando che è vero che una parte dei componenti delle brigate comuniste fosse animata dall’idea che, oltre ai nazisti e ai fascisti, andasse combattuto «il nemico di classe: i padroni – industriali o agrari» che avevano dato man forte al regime e che ne avevano tratto beneficio. Ma di fatto, aggiunge la storica, «dall’aprile del 1944, a seguito del ritorno in Italia di Togliatti dall’Unione Sovietica, i vertici del Partito comunista italiano» adottarono con la cosiddetta “svolta di Salerno” una strategia politica che metteva in secondo piano una simile impostazione. «Da quel momento i comunisti, che fino ad allora come gli altri partiti della sinistra hanno rifiutato ogni compromesso con la monarchia e il governo Badoglio, accettano di collaborare con entrambi, giudicando che prima di ogni altra cosa vada consolidato uno schieramento unitario di tutte le forze politiche e sociali disposte a condurre la guerra contro i nazifascisti. Questa diventa l’obiettivo prioritario, cui subordinare tutto il resto», scrive la storica.

In passato sono poi circolati messaggi social che puntavano a creare una presunta equiparazione tra fascisti, nazisti e partigiani. Secondo queste narrazioni, infatti, le azioni commesse da questi ultimi sarebbero non diverse da quelle dei primi, in quanto sanguinarie, crudeli e ingiuste. Fra gli episodi più comunemente citati online per portare avanti questa tesi c’è l’attacco di via Rasella a Roma, compiuto il 23 marzo del 1944 dai partigiani dei Gruppi d’Azione Patriottica (GAP) delle Brigate Garibaldi, contro una colonna militare tedesca di circa 150 uomini. In quell’occasione vennero uccisi circa 33 militari del Polizeiregiment “Bozen”, un reparto creato in Alto Adige nel 1943 e impiegato nella Roma occupata con compiti di guardia e sorveglianza. Ad esempio su X, tra il 2022 e il 2025, sono stati pubblicati svariati post secondo cui l’azione dei partigiani, definita “vigliacca”, avrebbe portato alla morte in realtà di soldati disarmati perché facevano parte di un’orchestra militare. Queste ricostruzioni sull’attacco di via Rasella sono però prive di fondamento storico. Come ricostruito dai colleghi di Pagella Politica, che hanno contattato diversi storici, a essere attaccati non furono militari di una banda musicale, ma un reggimento di polizia composto da soldati armati dell’esercito nazista, che aveva compiuto operazioni antipartigiane anche piuttosto violente.

In precedenza, inoltre, per alimentare il filone revisionista che punta a dipingere i partigiani come violenti e sanguinari è stata utilizzata anche una tecnica disinformativa che prevedeva l’uso fuorviante di foto d’impatto. Lo scopo in questi casi è quello di viralizzare questo genere di contenuti tramite immagini fortemente emotive. È successo con la storia di Giuseppina Ghersi. Negli anni passati sono stati pubblicati su X, Facebook e Tiktok, infatti numerosi post in cui si leggeva la vicenda di una ragazzina di 13 anni di nome Giuseppina Ghersi «pestata a sangue», «violentata» e uccisa con un colpo di pistola tra il 25 e il 30 aprile 1945 dalla Resistenza perché ritenuta “colpevole” di aver ricevuto una lettera di plauso da Mussolini a seguito di un tema che aveva fatto a scuola. Tutti questi messaggi erano sempre accompagnati da una foto in bianco e nero di una ragazzina con la testa china, la faccia triste e una “M” dipinta sulla fronte, tenuta con le braccia legate da quattro uomini intorno a lei, uno dei quali armato.

La foto che viene sempre allegata a questi post non mostra tuttavia una ragazzina di nome “Giuseppina Ghersi”. Come si legge sul sito dell’agenzia fotografica Getty Images, dove lo scatto è presente, l’immagine ritrae una donna che aveva collaborato con i nazisti mentre viene portata via da un gruppo di insorti, ed era stata scattata a Milano, in Lombardia, il 26 maggio 1945, dopo la liberazione dell’Italia. Giuseppina Ghersi fu invece trovata morta, uccisa da un colpo di pistola, nell’aprile del 1945 a Savona, in Liguria, dove nacque nel 1931. In vista del prossimo 25 aprile è bene quindi sempre verificare il contesto storico reale delle foto che vengono utilizzate per veicolare questo tipo di messaggi.

Anche la vicenda narrata contenuta in questi post presenta elementi disinformativi. Come ricostruito tramite documenti d’archivio da Nicoletta Bourbaki,  gruppo di lavoro sul revisionismo storiografico, la tredicenne apparteneva a una famiglia che si era attivata a favore della Repubblica sociale italiana e lei stessa era nota come spia fascista. Il processo per la sua morte, nel quale furono indagati alcuni partigiani savonesi, terminò con l’applicazione dell’amnistia Togliatti e in nessun documento ufficiale del tribunale e in nessuna testimonianza dei genitori di Giuseppina Ghersi si trova scritto che i partigiani abbiano ucciso la ragazza. Inoltre, non esistono riscontri di uno stupro ai suoi danni e non c’è nemmano traccia di un tema scolastico su Benito Mussolini che Giuseppina Ghersi avrebbe scritto. 

Negli anni passati, poi, un’altra tipologia disinformativa si è molto concentrata molto sul negare il legame tra la Resistenza e “Bella ciao”. Almeno dal 2020, ad esempio, circola su Facebook, TikTok e X un meme che pretende di raccontare «la vera storia» della canzone italiana divenuta nel tempo uno degli inni più cantati e tradotti nel mondo per simboleggiare libertà, resistenza e protesta. Secondo questo contenuto, infatti, nessun partigiano avrebbe mai cantato né conosciuto questa canzone. È probabile che anche quest’anno possano circolare contenuti simili. È quindi importante sapere che si tratta di una tesi storicamente infondata. Sul sito dell’Enciclopedia Treccani si legge che anche se «durante la Resistenza la sua diffusione è stata limitata», Bella ciao «era nota in alcuni reparti combattenti di Reggio Emilia e del Modenese, nella leggendaria Brigata Maiella e in altri gruppi partigiani delle Langhe». Una ricostruzione confermata anche da diversi storici ed esperti.

Polemiche e disinformazione sulla “Brigata ebraica”

Annualmente durante le celebrazioni del 25 aprile, tornano tensioni e polemiche sulla “Brigata ebraica”, che collaborò alla liberazione in Italia dal 3 marzo al 25 aprile 1945, alimentate spesso da gruppi di sinistra e filo-palestinesi. Di pari passo in passato sono circolati su diverse piattaforme social contenuti che puntavano a negare l’esistenza stessa della Brigata ebraica. 

Ad esempio tra il 2024 e il 2025 su X e Facebook sono stati pubblicati post in cui si sosteneva che la tesi che la Brigata ebraica sarebbe stato un «falso storico» alimentato da «un’operazione mediatica costruita a tavolino […] dagli ambienti più oltranzisti del sionismo atlantista». Se anche quest’anno sui social circoleranno simili messaggi è importante quindi sapere che si tratta di una falsa tesi diffusa da ambienti complottisti. 

Come si legge sul sito dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia (ANPI) la Brigata Ebraica Combattente (la “Jewish Brigade Group”) venne istituita nel settembre del 1944 dal governo britannico: si trattava «di un’unità militare indipendente dell’esercito britannico con una propria bandiera (ndr, bianca ed azzurra con la stella di David azzurra al centro) e un proprio emblema. Nella Brigata furono arruolati 5.000 volontari che dopo un periodo di addestramento a Fiuggi, furono trasferiti sul Senio (Ravenna) dove, nell’aprile del 1945 combatterono contro i nazisti guadagnando il passaggio del fiume». Nello specifico, scrive la sezione di Ravenna dell’ANPI, «la Brigata Ebraica contribuì a liberare gran parte dell’Emilia-Romagna dai nazifascisti; in modo particolare fu impegnata in furiosi e sanguinosi combattimenti in terra di Romagna». Nel 2017 fu conferita dalla Presidenza della Repubblica la medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza alla Brigata ebraica.

These materials were developed in 2026 for the Prebunking at Scale project, with support from the European Fact-Checking Standards Network.
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