
Perché ci piace così tanto condividere la nostra posizione in tempo reale?
È un gesto spesso associato a fiducia e sicurezza, ma che può anche rivelare dati personali sensibili
Snapchat, app nota soprattutto per i contenuti foto e video che scompaiono dopo essere stati visualizzati, da anni sta investendo sulla condivisione della localizzazione fra gli utenti. Secondo l’azienda, condividere la posizione con gli amici aumenta la frequenza delle conversazioni e consolida i rapporti nella vita reale. Per questo, a luglio 2026 ha annunciato di star testando una nuova modalità di utilizzo della sua Snap Map, la mappa interattiva lanciata nel 2017 che permette di condividere la posizione in tempo reale e di scoprire luoghi ed eventi segnalati dalla community. La novità permetterà di vedere se persone seguite o Snap Star di spicco hanno visitato o consigliato di recente un luogo, insieme ai contenuti associati.
Nella stessa direzione si sta muovendo Google, che a marzo 2026 ha lanciato la condivisione della posizione in tempo reale in Google Messaggi per Android. Una nuova funzione che si aggiunge alla già disponibile “One-time Location”, che consiste in un link statico su Google Maps che non si aggiorna in caso di spostamenti. Ora, con la nuova modalità, è possibile condividere la propria posizione su una mappa aggiornata in tempo reale, visualizzabile direttamente all’interno della chat.
L’anno scorso, anche Instagram, ad agosto 2025 aveva annunciato il lancio della funzione “Mappa”, arrivata sul mercato italiano a ottobre, permettendo così agli utenti di condividere la propria posizione con i follower e di scoprire contenuti geolocalizzati pubblicati nelle vicinanze.
Novità che suggeriscono come il panorama dei social network sembri voler investire sempre più nella funzione di localizzazione degli utenti, integrandola nelle piattaforme digitali e di conseguenza ridefinendo la comunicazione all’interno delle relazioni personali.
Questa scelta si inserisce in un trend più ampio di crescita dei servizi basati sulla geolocalizzazione e che negli anni hanno contribuito a rendere la condivisione della posizione in tempo reale una pratica sempre più comune, soprattutto fra i più giovani. Si tratta di un gesto spesso associato a fiducia e sicurezza, ma che può anche rivelare dati personali sensibili, alimentando così il mercato dei dati.
E la domanda che ci si pone, dunque, è: quanto ci costa, in termini di privacy e sicurezza, condividere la nostra posizione?
Fra questi casi, quello di Instagram è il più utile per capire cosa succede quando la geolocalizzazione arriva su una piattaforma che non nasce per quello scopo.
Il caso di Instagram Map
La funzione del social di Meta si trova nella parte alta della sezione dei messaggi diretti (DM) di Instagram e permette agli utenti di fare due cose principalmente. La prima è condividere l’ultima posizione attiva, scegliendo se renderla visibile a tutti i follower, agli amici più stretti o solo ad amici selezionati. La seconda è scoprire contenuti geolocalizzati basandosi sui tag di localizzazione inseriti su post, stories e reels.
Cliccando sul riquadro “mappa”, infatti, vengono mostrati questi due tipi di informazione: da un lato le posizioni degli utenti che hanno scelto di condividere la propria geolocalizzazione, aggiornate in base all’ultima volta che hanno aperto l’app; dall’altro i contenuti che altri utenti hanno taggato con un luogo specifico, a prescindere dal fatto che condividano o meno la posizione live.

La condivisione della propria posizione, spiega Meta, è disattivata di default, a meno che non sia l’utente a scegliere di attivarla.
Negli Stati Uniti, dove la funzione è stata lanciata per prima, sono esplose polemiche fin da subito. Alcuni utenti hanno segnalato di vedere le proprie storie geotaggate comparire sulla mappa anche dopo aver disattivato la condivisione della posizione in tempo reale, tanto che il responsabile di Instagram Adam Mosseri è dovuto intervenire pubblicamente per rassicurare gli utenti sul fatto che il tracciamento resta su base opt-in, cioè attivabile solo dietro consenso esplicito dell’utente.
La confusione degli utenti, infatti, derivava da un difetto di progettazione dell’interfaccia piuttosto che da un problema di consenso. Quando un utente taggava un luogo in una storia o in un reel, quel contenuto compariva sulla mappa con la propria foto profilo sovrapposta, lo stesso identico elemento visivo che veniva usato per indicare la posizione live di chi aveva attivato la condivisione in tempo reale. Non esisteva quindi alcun segnale grafico che distinguesse un tag di localizzazione su un post da una “posizione condivisa in questo momento”, ma visivamente, sulla mappa, sembravano la stessa cosa.
A questo si aggiungeva un secondo elemento. Aprendo la mappa, ogni utente si vedeva automaticamente posizionato (in quanto autore dei propri contenuti geotaggati), ma non c’era alcun indicatore in cima alla schermata che chiarisse se quella visualizzazione fosse privata (visibile solo a sé) o pubblica (visibile anche ad altri). Questo ha portato molte persone a presumere che se loro si vedevano sulla mappa, allora anche gli altri potessero vederle.
Questa ambiguità ha portato Meta alla revisione della propria interfaccia, aggiungendo un indicatore visibile nella parte superiore della mappa che segnala sempre se si sta condividendo la posizione in tempo reale o se la geolocalizzazione del dispositivo è del tutto disattivata. Per evitare poi che le persone si confondessero tra condivisione della posizione in tempo reale e tag della posizione sui propri contenuti, Instagram ha rimosso le foto del profilo dai contenuti della mappa.
In generale, oltre a possibili attivazioni involontarie della propria geolocalizzazione dovute a interfacce poco trasparenti, l’avvocata Luisa Di Giacomo, nonché Data Protection Officer e portavoce del Centro Nazionale Anti Cyberbullismo, ha individuato altre criticità concrete nella funzione Mappa. Fra queste ci sono il rischio di stalking e uso improprio dei dati, anche quando la condivisione è limitata a una cerchia ristretta di amici, e la possibilità di una profilazione occulta, ottenuta incrociando dati spaziali e comportamentali.
I dati sulla posizione infatti possono essere utilizzati anche in modo violento, soprattutto nel contesto di relazioni controllanti. Chi ha accesso all’account di una vittima, o è un “amico in comune”, può usare la mappa per seguirne gli spostamenti, esponendola a eventuali pericoli senza che se ne accorga, come evidenziato dalla National Network to End Domestic Violence, organizzazione statunitense specializzata in violenza domestica e stalking tecnologico tramite il suo progetto Safety Net.
Negli Stati Uniti poi, la nuova feature di Instagram è arrivata in senato. La senatrice Marsha Blackburn e il senatore Richard Blumenthal hanno chiesto a Meta di disattivare del tutto la funzione, citando un rischio per i minori perché potrebbero condividere involontariamente la propria posizione con sconosciuti, esponendosi «a individui pericolosi, tra cui pedofili e trafficanti». A oggi Meta non ha dato un seguito pubblico formale alla richiesta né ha annunciato modifiche in risposta.
Ma il pericolo, secondo chi si occupa di sicurezza informatica, non è solo teorico. Un’analisi di Check Point Software Technologies firmata da Amit Weigman, ex Cyber Security and AI Expert dell’azienda, racconta che già pochi giorni dopo il lancio della funzione erano comparse discussioni in forum underground su come fare reverse engineering delle API di Instagram – ovvero l’analisi dei canali attraverso cui l’app comunica con i server di Meta per ricostruirne il funzionamento interno – per capire come vengono memorizzati e trasmessi i dati di posizione, insieme a tecniche per raccogliere in massa le coordinate di molti utenti e incrociarle con altre fonti pubbliche (tecniche OSINT) allo scopo di de-anonimizzarli.
Nonostante comunque i rischi già documentati a poche settimane dal lancio, milioni di persone continuano ogni giorno a condividere la propria posizione online, non solo su Instagram.
Per capire perché, occorre guardare a come e perché questa pratica si è diffusa negli anni.
Perché condividiamo la posizione online
La geolocalizzazione social non nasce oggi, ma è il punto di arrivo di un percorso tecnologico partito da lontano. Il GPS nasce come sistema militare statunitense durante la Guerra fredda. Per anni il segnale civile è stato reso volutamente impreciso per motivi di sicurezza, finché nel 2000 l’amministrazione Clinton ha eliminato questa restrizione, portando la precisione da un centinaio a pochi metri e aprendo la strada a decine di applicazioni commerciali. Il salto decisivo è arrivato quando il GPS è entrato nei telefoni. Con l’iPhone 3G e il lancio dell’App Store nel 2008, il GPS è diventato una funzione a cui chiunque sviluppi un’app può accedere, dando il via alla geolocalizzazione integrata in migliaia di applicazioni.
Da qui il mercato delle app con geolocalizzazione è cresciuto negli anni, dando origine a soluzioni pensate per gli scopi più diversi: da app per orientarsi e ricevere indicazioni stradali, come Google Maps, a quelle per la sicurezza familiare come Life360, nata nel 2008 da un’idea del fondatore Chris Hulls dopo l’uragano Katrina del 2005. A queste applicazioni, si sono aggiunte poi quelle sociali, portate avanti dai social network.
Ma perché, di fatto, condividiamo online con gli altri dove siamo? Uno studio pubblicato nell’aprile 2026 sul Journal of Social and Personal Relationships, condotto dall’Università dell’Illinois Urbana-Champaign su un campione ristretto di 203 adulti tra Stati Uniti e Regno Unito, ha rilevato che gli intervistati condividono la propria posizione con partner, amici, familiari e coinquilini.
Le motivazioni si dividono in quattro categorie: sicurezza (prevalente con familiari stretti, genitori e figli), praticità organizzativa (la più comune tra partner e amici), uso casuale (senza un vero scopo, per divertimento o curiosità) e gestione della relazione, quando la condivisione serve a esprimere fiducia o onestà.
A utilizzare di più questo tipo di tecnologia sono in particolare le generazioni più giovani. Secondo uno studio pubblicato a dicembre 2025 sulla rivista Universal Access in the Information Society, condotto su un campione di 485 giovani utenti di app di geolocalizzazione, ciò che spinge alla condivisione sono soprattutto le motivazioni legate ai suoi effetti positivi. Sentirsi parte di un gruppo o mantenere vive le relazioni, per esempio. Mentre le preoccupazioni relative alla privacy, pur se presenti, incidono meno sul modo di stare online.
Sul piano emotivo, Pamela Rutledge, psicologa dei media e direttrice del Media Psychology Research Center, evidenzia come la condivisione della posizione tra amici genera un senso di vicinanza e conforto e crea un senso di intimità «che rafforza i legami anche quando non c’è una reale necessità pratica». D’altro canto, sempre secondo Rutledge, la stessa visibilità può generare nuove forme di confronto sociale e FOMO (dall’inglese, “fear of missing out”, la paura di essere esclusi da qualcosa). Vedere gli amici insieme senza di sé può scatenare esclusione e inadeguatezza, mentre disattivare la condivisione è un gesto che può causare sospetto e conflitto tra pari. «I giovani – scrive Rutledge – potrebbero sentirsi costretti a concedere un accesso costante per mantenere le proprie relazioni sociali, barattando di fatto la privacy con un senso di appartenenza».
Xinru Page, docente alla Brigham Young University nello Utah, intervistata da CBC News, fa notare che la posizione è un dato diverso da una foto o un post. A differenza di un contenuto social, qui manca del tutto «la capacità di curare il modo in cui ti presenti». Infatti, i dati sulla localizzazione sono per loro natura privi di filtri rispetto ai normali contenuti social sui quali esercitiamo un controllo sulla nostra immagine, scegliendo cosa mostrare e cosa nascondere. Al contrario, la condivisione della posizione in tempo reale o la cronologia degli spostamenti non permettono alcuna mediazione, rivelando abitudini, routine e dettagli personali in modo grezzo e continuo.
Per questo motivo Pamela Wisniewski, ricercatrice e dirigente del Sociotechnical Interaction Research Lab, invita le persone a valutare caso per caso i rischi e i benefici prima di condividere i dati sulla propria posizione, perché alcuni pericoli restano sconosciuti nel momento stesso in cui si preme “condividi” e un’informazione resa pubblica non sempre può essere cancellata.
Dove finiscono i nostri dati
La fiducia riposta nella propria cerchia di amici e confidenti, però, vale solo finché il dato resta all’interno del perimetro con i pochi selezionati. Il problema è che la posizione, una volta condivisa, può essere visibile a più persone contemporaneamente. Motivo per cui la nuova funzione “Mappe” di Instagram, social generalista e non nato per condividere informazioni con pochi intimi, sembra non aver riscontrato il successo desiderato.
Come sottolinea il giornalista tech Thomas Germain sulla BBC, le informazioni sulla posizione sono dati personali che possono rivelare informazioni sensibili su dove le persone vivono, lavorano, con chi passano il tempo. Per esempio, recarsi in uno studio medico può rivelare condizioni di salute, partecipare a una manifestazione può far trapelare le proprie convinzioni politiche e frequentare locali della comunità gay può dare indicazioni sul proprio orientamento sessuale, scrive Germain.
Oltre alle preoccupazioni legate alla sorveglianza sociale, i social media possono diventare il mezzo per commettere atti criminali, favorendo lo stalking, il controllo coercitivo e la violenza. Uno studio pubblicato a marzo 2026 sulla rivista Security Journal dal titolo «Snapchat victimization: an exploratory study» (in italiano, «Vittimizzazione su Snapchat: uno studio esplorativo»), ha rivelato come la funzione di condivisione della posizione Snap Map è stata associata a un aumento di paura e ansia legati a chi possa vedere o monitorare i propri dati di localizzazione.
Nel concreto vengono citati due casi in cui gli utenti hanno usato la funzione per scovare le proprie vittime. Negli Stati Uniti un uomo ha usato la mappa di Snapchat per rintracciare e aggredire con un’arma da fuoco due persone; nel Regno Unito, invece, un gruppo di adolescenti ha usato la stessa funzione per localizzare e accoltellare due coetanei su un autobus a Glasgow.
Un secondo livello, potenzialmente problematico, riguarda poi gli interessi delle aziende nel raccogliere dati relativi alla posizione degli utenti. I motivi della raccolta possono essere molteplici e non riguardano solo social network o app pensate per la condivisione della posizione tra amici o familiari, ma anche applicazioni apparentemente estranee al tema, come quelle meteo, di fitness o persino semplici giochi.
In tutti questi casi, l’utente per poter accedere ai servizi offerti acconsente formalmente all’utilizzo dei propri dati accettando i termini di servizio e prendendo visione dell’informativa sulla privacy.
Una volta ottenuto questo consenso, le aziende possono utilizzare le informazioni di localizzazione per finalità diverse (riportate nei documenti informativi): migliorare il funzionamento del servizio offerto, ma anche costruire un profilo dettagliato delle abitudini dell’utente da impiegare per scelte di marketing mirate, o da cedere, in forma aggregata o meno, a soggetti terzi come i data broker, aziende o organizzazioni specializzate nella raccolta e rivendita di dati personali a chiunque sia disposto a pagarli, come agenzie pubblicitarie e compagnie assicurative. Cosa succede effettivamente a questi dati, però, dipende molto dall’azienda in questione.
Per esempio, nel caso della Mappa di Instagram, la funzione fa parte dell’ecosistema di Meta, e la condivisione dei dati con terzi è regolata dall’informativa sulla privacy dell’azienda. Oltre alla posizione GPS, il documento specifica che Meta raccoglie informazioni di localizzazione generica anche quando le impostazioni sono disattivate, tramite l’indirizzo IP e le attività su Facebook e Instagram (come check-in ed eventi), e le combina con il resto dei dati raccolti sui propri Prodotti. Inoltre, dichiara esplicitamente di non vendere le informazioni a terzi e di usare la posizione per fornire, personalizzare e migliorare i propri prodotti, comprese le inserzioni pubblicitarie. Agli inserzionisti vengono forniti solo report aggregati senza informazioni che permettano di identificare o contattare direttamente l’utente.
Non tutte le aziende, però, adottano policy altrettanto restrittive.
In particolare Life360, app utilizzata da 102,4 milioni di persone nel mondo che consente di visualizzare la posizione precisa e in tempo reale di amici o familiari, è stata al centro di un’inchiesta di The Markup nel 2021. La testata ha documentato che l’azienda Life360 vendeva dati di posizione a circa una dozzina di data broker che a loro volta avevano rivenduto quei dati a chiunque fosse interessato ad acquistarli, fra cui ad agenzie governative statunitensi allo scopo di monitorare gli spostamenti durante la pandemia da COVID-19.
Pur dichiarando di anonimizzare i dati, due ex dipendenti dell’azienda hanno dichiarato a The Markup che l’azienda non adottava le precauzioni necessarie per impedire che le cronologie di posizione potessero essere ricondotte a singoli individui.
Allo stesso modo un’inchiesta di L’Echo in collaborazione con Le Monde, le emittenti pubbliche tedesche BR/ARD, Netzpolitik.org e BNR nieuwsradio, ha mostrato come centinaia di milioni di dati di geolocalizzazione provenienti da telefoni cellulari in Belgio, acquistati tramite alcuni data broker, abbiano permesso di risalire all’identità di almeno cinque persone legate alle istituzioni europee, tre delle quali ricoprivano posizioni di alto livello.
Le informazioni rivendute come “anonime” – cioè private di nomi, cognomi e numeri di telefono – in realtà contenevano un identificativo univoco collegato al sistema operativo del telefono. Interpellata dai giornalisti nel corso dell’inchiesta, Nviso, società belga specializzata in sicurezza informatica, ha spiegato che questo identificativo, se incrociato con altri dati, può sollevare seri problemi di privacy. Il rischio nasce infatti quando gli intermediari raccolgono dati da una dozzina di applicazioni diverse e li correlano tra loro, rendendo possibile la reidentificazione e la profilazione di un individuo.
Il problema dunque non è tanto la geolocalizzazione in sé – che resta, per molti, uno strumento di sicurezza reale e non solo percepita – ma la distanza che si è aperta tra quella promessa iniziale e il modo in cui i dati vengono trattati una volta condivisi.
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