
Per funzionare, la disinformazione su Google deve durare poche ore
Per aggirare i controlli, le truffe si avvalgono di domini e inserzionisti volatili
A inizio settembre, navigando su un paio di siti di quotidiani online e riviste sportive italiani, la redazione di Facta si è imbattuta in una serie di pop-up – immagini che compare in sovrimpressione – che raccontavano il presunto licenziamento della giornalista Milena Gabanelli a seguito di uno scandalo scoppiato in uno studio televisivo.
I pop-up rimandavano a un presunto articolo di Repubblica su una lite durante una puntata di Porta a Porta tra Gabanelli, il conduttore Bruno Vespa e l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo Carlo Messina. L’argomento della discussione sarebbe stato l’accusa della giornalista contro l’AD della banca di voler nascondere ai cittadini nuove piattaforme di investimento finanziario per guadagnare rapidamente denaro.
Niente di tutto questo, però, è vero. Milena Gabanelli non è stata licenziata, non ha mai sponsorizzato una piattaforma di investimento e non ha discusso duramente con Messina a Porta a Porta – come confermato dalla stessa giornalista. E pure l’articolo di Repubblica è un falso.
Si tratta di una versione della truffa finanziaria – già in passato identificata da Facta – che, in Rete, sfrutta personaggi pubblici per promuovere una piattaforma fasulla di investimento.
Il punto cruciale è che, per funzionare, questa truffa si avvale di inserzionisti Google fittizi creati ad hoc per creare annunci pubblicitari (ads in inglese, da advertising) e pubblicizzare piattaforme finanziarie ingannevoli. Un’operazione su scala industriale che combina la creazione di domini e di account di inserzionisti Google churn and burn, ovvero “usa e getta”, e altre tecniche per eludere i controlli delle piattaforme e non farsi bloccare facilmente.
Come funziona la truffa
I vari annunci pubblicitari identificati da Facta nella prima settimana di settembre – alcuni anche sul vero sito di Repubblica, tra l’altro – erano pressoché identici tra di loro: stessa notizia, stessa grafica e stesso tono sensazionalistico. «M.Gabanelli Licenziata», «Milena Gabanelli, Addio», «Milena licenziata» erano i titoli più frequenti, seguiti da un’altra breve frase che spiegava le motivazioni, uno scandalo durante una diretta televisiva.

Altro elemento in comune è il sito a cui i pop up indirizzano l’utente: un falso articolo di Repubblica, sotto la sezione “Inchiesta”, dal titolo «State saccheggiando le famiglie italiane! – la trasmissione su Rai1 è finita in scandalo: L’AD di Intesa Sanpaolo ha lasciato lo studio furioso». In un altro caso identificato da Facta, il titolo era molto simile: «Mentite a milioni di italiani»: come Milena Gabanelli ha smascherato il CEO di Intesa Sanpaolo in diretta su Porta a Porta».
Entrambi gli articoli, sempre a firma di «Giuseppe Colombo», sono accompagnati da immagini che sembrano provenire da una puntata di Porta a Porta con gli ospiti Gabanelli e Messina. Immagini che però sono generate con l’intelligenza artificiale. Quella puntata di Porta a Porta infatti non esiste.

Nell’articolo falso, Milena Gabanelli se la prende con l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo perché avrebbe truffato i cittadini facendoli investire in fondi poco sicuri, o alzando i tassi di interesse dei mutui. La discussione si conclude con la giornalista che promuove una piattaforma di investimento.
Ai piedi dell’articolo si trova anche il modulo di registrazione per investire con una somma iniziale di 250 euro, invitando l’utente a farlo al più presto perché l’offerta sarebbe scaduta quello stesso giorno.

La tecnica del “chum and burm”
Gli annunci pubblicitari visionati erano ospitati su Google Ads, la piattaforma pubblicitaria online di Google che permette di mostrare annunci in vari siti web. Grazie al badge “scegli tu” dell’inserzione – un triangolo blu che fornisce agli utenti trasparenza e controlli sulla loro esperienza pubblicitaria – è stato possibile scoprire che questi annunci erano stati promossi da singoli inserzionisti diversi basati in varie parti del mondo.
Ad esempio, a pubblicizzare questi annunci sono stati «Joyce Nicolas Lescano» con sede nelle Filippine, «Allen Ode Quinn» dalla Norvegia, «Dustin Che» dai Paesi Bassi, «Javokhir Farkhod Ugli Zinatavo» dall’Uzbekistan, per nominarne alcuni. Nessuno di loro aveva però altri annunci nel loro storico. L’ads sul licenziamento (falso) di Gabanelli era quindi il loro primo e unico annuncio pubblicitario su Google Ads.
Questi inserzionisti, poi, hanno tutti vita breve, di pochi giorni se non addirittura uno. Google Ads non permette di visualizzare quando un inserzionista si è registrato sulla piattaforma, ma controllando i profili degli inserzionisti il giorno seguente averli scoperti, risultano tutti cancellati.
Lo stesso vale con la pagina web a cui indirizzava il loro annuncio sponsorizzato. Tramite una ricerca who.is – che fornisce informazioni sul dominio, ovvero l’indirizzo univoco che identifica un sito web – è emerso che le pagine che ospitavano il falso articolo di Repubblica erano state create lo stesso giorno in cui la redazione di Facta le ha visualizzate. Il giorno successivo averle identificate, però, quelle pagine erano già sparite.
Per funzionare, questa truffa finanziaria online si è dunque avvalsa della cosiddetta tecnica “chum and burn”, termine che in italiano si traduce con “usa e getta” e, in questo caso, significa l’uso di domini volatili e account Google Ads rubati o creati con identità fittizie e tecniche per eludere le moderazioni.
Google non permette di controllare in quanti e quali siti questo genere di pubblicità vengano sponsorizzate, quante siano e quanti utenti riescano effettivamente a raggiungere. Nella sua indagine, la redazione di Facta le ha individuate in un paio di siti online per una settimana di fila, ed erano almeno un centinaio.
Come sono state aggirate le normative Google
Come già spiegato su Facta, per evitare di vendere spazi a inserzionisti “malintenzionati”, Google ha creato un meccanismo di moderazione basato su una combinazione di intelligenza artificiale e valutazione umana.
Comparando il caso che stiamo analizzando all’elenco di Google, sembrano diverse le normative infrante e aggirate. Ad esempio, la rappresentazione ingannevole, che vieta di «rubare l’identità di altri brand o altre attività nei tuoi annunci o sul tuo sito web per nascondere la tua identità» (pensiamo alla pagina web che finge di essere Repubblica). Oppure, la regola delle pratiche commerciali scorrette, per cui è vietato omettere informazioni pertinenti sui prodotti e fornire informazioni fuorvianti a riguardo (pensiamo all’ads che parla del licenziamento di Gabanelli, ma nella pratica vuole spingere l’utente a investire). O ancora, Google vieta la sponsorizzazione di prodotti e servizi finanziari non autorizzati dal Paese di riferimento e che non siano completamente trasparenti verso il consumatore finale.
Nonostante queste pubblicità violino diverse normative di Google, riescono ad apparire regolarmente sui siti grazie ad alcune tecniche che eludono i controlli della piattaforma pubblicitaria. La tecnica del cloaking (vietato da Google, tra l’altro) permette infatti di superare i controlli automatici della piattaforma mostrando un sito innocuo al bot di Google che analizza l’annuncio, quando in realtà la vera pagina sponsorizzata a cui viene reindirizzato l’utente è un’altra, quella ingannevole (l’articolo falso di Repubblica, in questo caso). Una pagina che, se mostrata ai controlli, non verrebbe autorizzata.
È stato possibile verificare l’utilizzo di questa tecnica grazie a due fattori. Il primo è un codice lungo e cifrato presente nell’url della pagina web, che è sinonimo dell’impronta digitale dello script di cloaking e ha la funzione di verificare le informazioni del visualizzatore (se è una persona umana o un bot) in modo tale da mostrare la pagina innocua o ingannevole a seconda del bot di verifica o della persona umana.
Inoltre, nel momento in cui si prova ad aprire il link da un browser diverso, in modalità incognito o da un altro computer che non ha già visitato la pagina, questa non si caricherà ma darà come risultato “errore 404”.
Quantificare questo specifico fenomeno non è così immediato. Ma, in generale, il falso trading online è la truffa che genera il profitto più cospicuo tra le frodi informatiche, e mostra un crescente livello di sofisticazione anche grazie agli strumenti di intelligenza artificiale. Nel 2024, in Italia, la Polizia Postale ha stimato che questi falsi investimenti online hanno causato perdite di circa 180 milioni di euro in Italia. Una cifra riconfermata nel rapporto del 2025 delle forze dell’ordine, secondo cui queste truffe hanno rappresentato il 68 per cento del totale delle somme sottratte, circa 183 milioni su un totale di 269 milioni di euro.
Stando al sovrintendente del centro operativo per la sicurezza cibernetica di Bologna Pierluigi Bozzoli, «le truffe legate a finti investimenti online e frodi tramite app di trading, banner pubblicitari sui social media oppure giochi online funzionano perché permettono al cliente di operare da casa, promettendo soldi facili e in breve tempo». Ma, continua Bozzoli, bisogna «diffidare da chi garantisce un guadagno del 300-400 per cento in una settimana: si tratta quasi sempre di frodi ben congegnate dai moderni truffatori di Internet».
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