
“White Jihad”, la strana fusione tra il neonazismo e lo jihadismo
Si tratta di una nuova minaccia che emerge dall’intersezione tra diverse forme di estremismo violento
Il 2 settembre del 2026 gli agenti della Digos hanno effettuato una perquisizione nella cameretta di un sedicenne della provincia di Monza.
Dentro, come si legge in una nota ufficiale, hanno trovato «un coltello con fodero, una fascia da braccio con una svastica, un passamontagna, oltre a diversi vessilli con simbologia nazionalsocialista e suprematista». Tra quest’ultimi c’era una bandiera con l’ascia bipenne – il simbolo del gruppo terroristico italiano Ordine Nuovo – e dei vessilli con lo Schwarze Sonne, il Sole Nero, usato da vari gruppi neonazisti.
Sul computer del sedicenne era presente propaganda di estrema destra, tra cui il libro Siege («Assedio») dell’autore statunitense James Mason, uno dei principali ideologici dell’accelerazionismo militante. C’erano anche manuali su come fabbricare esplosivi e su come usare le armi bianche o da fuoco. E poi, in apparente contraddizione con tutto il resto, c’era del materiale riconducibile allo Stato Islamico e al jihadismo.
Al termine della perquisizione il sedicenne è stato collocato in una comunità. La misura cautelare è stata disposta al termine di un’indagine scattata grazie al monitoraggio di alcuni canali Telegram estremisti di cui il ragazzo faceva parte. I reati ipotizzati sono autoaddestramento con finalità di terrorismo, istigazione a delinquere e apologia del fascismo.
Tuttavia, non è la prima volta che le forze dell’ordine italiane hanno fermato un minore radicalizzatosi con queste modalità ibride.
Nel giugno del 2026, un altro sedicenne residente nella provincia di Bologna era stato arrestato con l’accusa di detenzione di materiale con finalità di terrorismo. Gli agenti avevano rinvenuto nel suo pc e nel suo cellulare «manuali per l’esecuzione di azioni violente con l’utilizzo di veicoli pesanti», istruzioni per la fabbricazione di armi artigianali e ordigni, nonché un testo tradotto dal russo che conteneva «indicazioni relative a sostanze chimiche aggressive».
C’era poi il video integrale della diretta dell’attentato di Christchurch del 2019, corredato da messaggi elogiativi nei confronti del terrorista neonazista Brenton Tarrant, indicato come un modello da seguire. Infine, proprio come il coetaneo della provincia di Monza, il sedicenne bolognese era in possesso di materiale propagandistico jihadista.
E ancora: nell’aprile del 2026, un diciannovenne di Pavia era finito in custodia cautelare con l’accusa di «aver promosso e diretto un’associazione finalizzata alla propaganda razziale, alla discriminazione religiosa, alla minimizzazione della Shoah e all’apologia del genocidio».
Il diciannovenne aveva redatto un manifesto in cinque punti e gestiva un canale Telegram chiamato «Chat Terza Posizione», che secondo gli inquirenti aveva la funzione di «centro per la propaganda neofascista e antisemita». Lì dentro, ha rilevato l’indagine, la propaganda suprematista – tra cui la santificazione degli attentatori di estrema destra – conviveva tranquillamente con quella jihadista.
Questi casi dimostrano dunque una commistione tra alcune correnti dell’estrema destra contemporanea e il radicalismo islamico, due fenomeni che in teoria non dovrebbero avere a che fare nulla l’uno con l’altro. Da qualche anno a questa parte si possono però trovare apparentati grazie a una sintesi politica ribattezzata White Jihad, la «Jihad bianca».
Che cos’è la White Jihad
Secondo i ricercatori Ariel Koch, Karine Nahon e Assaf Moghadam, autori del paper White Jihad: How White Supremacists Adopt Jihadi Narratives, Aesthetics, and Tactics, la White Jihad consiste nell’«appropriazione, utilizzo o esaltazione, da parte di esponenti suprematisti bianchi, di contenuti, estetiche, terminologia o repertori d’azione generalmente associati agli ambienti jihadisti, e viceversa».
Le radici storiche di questo legame risalgono alla Seconda Guerra Mondiale, e più precisamente nell’alleanza del Gran Mufti di Gerusalemme Amin al-Husseini con Adolf Hitler e Benito Mussolini, in funzione antiebraica e antibritannica.
Come hanno ricostruito Koch, Nahon e Moghadam, durante la Guerra Fredda alcuni neonazisti statunitensi ed europei vedevano con favore i fondamentalisti islamici, con cui condividevano l’ideologia antisemita, antidemocratica, antiamericana e antisovietica. Richard Butler, il fondatore delle Aryan Nations, aveva infatti elogiato i gruppi radicali jihadisti e aveva invocato la «Jihad ariana» contro quello che chiamava il «sistema tirannico giudaico».
Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, diversi esponenti delle Aryan Nations – e in particolare Joshua Caleb Sutter – avevano addirittura lodato il gruppo terroristico Al-Qaeda, sostenendo che i movimenti neonazisti dovevano adottare le stesse tattiche suicide impiegate dalle formazioni jihadiste più estreme.
Un decennio più tardi, la fascinazione per Al-Qaeda è stata espressa dal terrorista norvegese Anders Behring Breivik. Durante il processo per le stragi di Oslo e Utøya, Breivik ha definito il gruppo capeggiato da Osama Bin Laden come «il movimento rivoluzionario di maggior successo al mondo», dicendo di voler creare «una versione europea di Al-Qaeda». Nei suoi piani originari c’era inoltre la decapitazione della ex premier norvegese Gro Harlem Brundtland, che Breivik voleva filmare e diffondere online per trasformarla «in una potente arma psicologica».
Il concetto vero e proprio di White Jihad è stato coniato nei circuiti dell’estrema destra accelerazionista tra il 2014 e il 2015, all’apice dell’espansione territoriale dell’ISIS e della sua campagna terroristica internazionale.

Il primo ad aver usato espressamente quel termine è stato il gruppo neonazista britannico National Action, bandito nel 2016 dal governo del Regno Unito poiché è stata ritenuta un’organizzazione terroristica. In un testo pubblicato nell’agosto del 2015 e intitolato «La necessità della Jihad bianca» si leggeva che «noi siamo la Jihad bianca, perché la nostra generazione ha bisogno di qualcosa per cui combattere. Stiamo portando avanti una lotta sacra per restituire un’anima alla razza bianca europea e ottenere giustizia per il nostro popolo».
Nel febbraio del 2016 era stato diffuso il video di reclutamento Inside the White Jihad («Dentro la Jihad bianca») in cui compariva il volto di Adolf Hitler sovrapposto alla bandiera nera dello Stato Islamico, e in cui si vedevano militanti di National Action che indossavano le skull mask – le maschere con un teschio stilizzato – e facevano il gesto del tawḥīd, che consiste nel sollevare il dito indice della mano destra e simboleggia l’unità e l’unicità di Dio. Chiaramente, i neonazisti britannici non avevano ripreso il tawḥīd dalla tradizione islamica ma dai miliziani dell’ISIS, che lo usavano spesso nel loro materiale propagandistico.
In almeno un caso un membro di National Action ha pianificato un’azione suicida ispirandosi alle organizzazioni jihadiste. Jack Renshaw, che si autodefiniva un «jihadista bianco», voleva uccidere la deputata laburista Rosie Cooper e un’agente di polizia, per farsi poi ammazzare dalle forze dell’ordine durante una sparatoria.
Renshaw aveva detto ai suoi camerati di voler registrare un «video del martirio» da distribuire dopo la sua scomparsa. Gli inquirenti erano però riusciti a sventare l’attentato, arrestandolo grazie alla segnalazione di un infiltrato in National Action. Il neonazista è stato poi condannato all’ergastolo per vari reati – tra cui terrorismo, tentato omicidio e adescamento online di minori.
La minaccia dell’«estremismo sincretico»
Oltre a National Action, la White Jihad è stata promossa sui canali del gruppo paramilitare accelerazionista Atomwaffen Division (AWD). In un articolo apparso su Siege Culture, un sito legato al movimento, e significativamente intitolato «L’esempio islamico», si appoggiava esplicitamente l’idea di martirio.
«Una cosa che mi ha stupito e per la quale nutro un enorme rispetto è la mentalità dei fondamentalisti islamici», scriveva l’autore anonimo, aggiungendo che «il loro modo di pensare – “i nostri nemici amano la vita, noi amiamo la morte” – è qualcosa da cui dobbiamo trarre ispirazione». Il pezzo si concludeva così: «voglio dei giovani disposti a sacrificare la propria vita per le nostre idee, a qualunque costo».
L’esaltazione del martirio pervadeva anche la propaganda del Terrorgram, la rete informale di canali e gruppi che si rifanno all’accelerazionismo militante di estrema destra. Nella rivista online Militant Accelerationism figurava un poster con la scritta «YOU’RE JIHADI JOHN NOW» («Ora sei Jihadi John»), un riferimento a Mohammad Emzawi, il terrorista britannico dell’ISIS che ha decapitato il giornalista statunitense James Foley davanti a una telecamera.
Un manifesto realizzato con il tipico stile grafico accelerazionista – toni rossi e neri, font stencil e immagini contrastate e stilizzate – conteneva invece un ritratto di Hitler e una scritta che ricalca la shahāda, la professione di fede islamica: «Non c’è altro Dio all’infuori di Hitler e noi siamo i suoi profeti».
In un altro manifesto, sempre diffuso sui canali del Terrogram, un militante neonazista con la skull mask è di fianco a un miliziano jihadista; sotto di loro c’è la frase «INSIEME / Condividiamo la stessa lotta!» L’opportunità di un’alleanza tra gli estremisti di destra e i fondamentalistici islamici è caldeggiata anche da alcuni gruppuscoli affiliati all’Ordine dei Nove Angoli, una rete nazi-satanista fondata negli anni Settanta dal britannico David Myatt, che negli ultimi tempi è stata riscoperta dai gruppi nichilisti online.
Anche se può apparire controintuitivo, tra alcune frange dell’estrema destra contemporanea e il jihadismo tipico di formazioni come lo Stato Islamico ci sono in realtà diverse analogie.
Entrambi, ha spiegato il ricercatore dell’ISPI Francesco Marone a Fanpage, «condividono una feroce contrarietà alla democrazia liberale, l’ostilità radicale nei confronti degli omosessuali e della comunità LGBTQ+, e la visione di una società rigidamente basata su gerarchie tradizionali». Il vero trait d’union, secondo Marone, è l’antisemitismo «esasperato dopo lo scoppio della guerra a Gaza».
Per gli autori del paper White Jihad già citato, la fantasia suprematista della «guerra razziale» contro il cosiddetto «governo di occupazione sionista» riecheggia gli appelli di Al-Qaeda alla Jihad contro la «coalizione sionista-crociata». Anche la suggestione della creazione di un «etno-stato bianco», portata avanti dalla Aryan Nations e da altri gruppi neonazisti statunitensi, presenta delle affinità con l’istituzione di un nuovo Califfato.
Un altro punto di incontro è la misoginia. Alcuni suprematisti bianchi – sottolineano i ricercatori Koch, Nahon e Moghadam – invocano la «sharia bianca» per «proteggere» (cioè sottomettere) le donne bianche, prendendo come modello il regime talebano in Afghanistan.
L’accelerazionismo militante e il jihadismo si rifanno inoltre a «una visione apocalittica che prevede una punizione divina per peccatori e traditori». Nel discorso jihadista, che travia e distorce il Corano, la purga finale dei nemici avverrà nel Giorno del Giudizio (Yawm al-Qiyamah); in quello estremista si verificherà nel «giorno del cappio», un’espressione mutuata dal romanzo distopico razzista I diari di Turner.
Infine, entra in gioco pure una dinamica emulativa. «Alcuni suprematisti bianchi hanno fatto propri metodi resi celebri dal jihadismo», ha detto Marone, «come gli accoltellamenti casuali o l’uso di veicoli pesanti scagliati contro la folla».
Le convergenze ideologiche, operative e simboliche fanno rientrare la White Jihad in quello che il ricercatore Ariel Koch definisce fused extremism, ossia «l’estremismo sincretico». Quest’ultimo, annota Koch, riguarda i membri di un gruppo estremista violento che «traggono ispirazione da una o più forme di estremismo violento appartenenti a gruppi esterni», che integrano «la terminologia e il simbolismo» e promuovono la propaganda di altri estremisti, e che «legittimano la collaborazione sulla base di interessi condivisi e al fine di combattere un nemico comune».
Non siamo dunque di fronte al «semplice incontro tra ideologia differenti», afferma Koch, ma a una «nuova minaccia che emerge dall’intersezione tra diverse forme di estremismo violento». Una minaccia che negli ultimi tempi è arrivata anche in Italia, e che sta facendo proseliti tra ragazzi minorenni o poco più che maggiorenni.
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