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L’industria del latte artificiale e la lunga storia della disinformazione sull’allattamento al seno

Con un marketing aggressivo, le aziende del settore dipingono i loro prodotti come capaci di aumentare l’intelligenza dei bambini, farli dormire meglio e addirittura farli piangere di meno

10 febbraio 2026
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Anni Settanta. Nelle regioni meno sviluppate del mondo, dall’Africa Sub-Sahariana fino all’Asia, qualcosa cambia per madri e bambini. Diverse pubblicità iniziano a dipingere l’allattamento al seno come una pratica antiquata e del tutto superata. La nuova proposta? Il latte artificiale. Gli ospedali ne ricevono forniture gratuite o a basso costo e iniziano a comparire le cosiddette “infermiere del latte”, che distribuiscono il latte artificiale alle madri negli ospedali, nei centri per la maternità e pure a domicilio. 

La narrazione pubblicitaria puntava sul fatto che il latte in polvere fosse migliore del latte materno per la salute dei bambini e che ci fossero ampie prove scientifiche a sostegno. Ma dietro la pubblicità, il marketing aggressivo e le “infermiere del latte” non c’erano medici e istituzioni sanitarie, c’era Nestlé. L’azienda svizzera alimentare al tempo era il principale produttore di latte artificiale al mondo, posizione che detiene tuttora. Per aumentare le vendite del suo prodotto al di fuori dei paesi industrializzati, Nestlé cercò di espandersi nei Paesi a medio e basso reddito, con un marketing volto a screditare l’allattamento al seno e a dipingere la “baby formula” come il miglior nutrimento per bambini. Le infermiere del latte non erano vere infermiere, ma venditrici che lavoravano per Nestlé e che si fingevano tali per distribuirne i prodotti e per aumentarne la credibilità.

Le conseguenze del marketing aggressivo

Qualche anno più tardi, però, alcuni attivisti denunciarono casi di morte infantile in diversi Paesi a medio o basso reddito, che sembravano essere collegate al latte materno. Le spiegazioni dietro queste morti erano principalmente due. La prima ha a che fare con l’acqua. Quella a cui avevano accesso i cittadini delle nazioni dove Nestlé si stava espandendo, specialmente al tempo, era spesso contaminata. Il latte artificiale veniva venduto in polvere, e doveva essere mischiato con acqua per essere consumato. 

Un recente studio dell’Institute for Business and Social impact dell’Università della California – Berkeley stima che, nei mercati in cui Nestlé aveva introdotto i suoi prodotti in assenza di fonti idriche sicure, la mortalità infantile fosse aumentata del 27 per cento. In numeri assoluti si parla di circa 212 mila decessi infantili in più all’anno. I ricercatori, poi, riportano che l’aumento della mortalità si era verificato solo nelle abitazioni che non avevano accesso ad acqua pulita, «corroborando l’ipotesi che il latte artificiale mischiato con acqua contaminata possa fungere da veicolo di malattie». Il consumo avrebbe causato infezioni batteriche e diarrea, rendendo più probabile che i bambini morissero, per malattia o disidratazione. 

Il secondo fattore è il declino nei tassi di allattamento al seno. Gli autori dello studio chiariscono che, sebbene esistano motivi razionali per usare il latte artificiale, la disinformazione sulla qualità del latte in polvere e la scarsa informazione sull’allattamento hanno influito sulla decisione delle madri di usare il primo a scapito del secondo. Diversi studi dimostrano che più viene usato il latte artificiale, meno si allatta al seno. Inoltre, l’uso di latte in polvere può causare una ridotta produzione di latte materno. È infatti la regolarità della suzione a determinare il rilascio ormonale necessario per sostenere l’allattamento. 

L’allattamento al seno è radicato nella nostra evoluzione per ottimizzare la sopravvivenza sia del figlio che della madre, e rappresenta un tipo di interazione i cui effetti fisiologici sono evidenti. Durante l’allattamento vengono rilasciate diverse sostanze, tra cui ossitocina e prolattina, che riducono lo stress di madre e figlio e che ne migliorano il rapporto. Uno studio, pubblicato su The Lancet nel 2023, sembra non lasciare dubbi. Scrivono gli autori: «Il fatto che le interazioni e i benefici dell’allattamento al seno non possano essere replicati artificialmente è evidente da risultati scientifici passati e recenti».

Non tutte le donne possono allattare, ma l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) raccomanda alle madri che ne hanno la possibilità l’allattamento esclusivo al seno per i primi sei mesi di vita del bambino. Nonostante le linee guida e le raccomandazioni da parte dell’OMS e di altre istituzioni sanitarie, questo obiettivo non viene raggiunto, specialmente nei Paesi a medio o bassi reddito. Si stima che a livello mondiale vengano persi 341.3 miliardi di dollari all’anno a causa dei livelli bassi di allattamento al seno, che hanno ricadute ampie sulla salute e sullo sviluppo umano. Uno studio del 2023 pubblicato su The Lancet riporta come meno del 50 per cento dei bambini a livello mondiale venga allattato secondo le linee guida dell’OMS.  

Le regole esistono, ma non bastano

Negli ultimi 40 anni il mercato del latte artificiale è cresciuto da 1.5 miliardi di dollari nel 1978 ai 55.6 miliardi del 2023. Gran parte di questo incremento è dovuto alla diversificazione delle strategie di marketing da parte dei maggiori produttori. Nel 2022 un rapporto dell’OMS ha definito la portata del marketing speculativo del latte artificiale «sconvolgente», denunciando come spesso la pubblicità non sia nemmeno riconoscibile come tale. 

Il rapporto continua spiegando che gli utenti sono soggetti al cosiddetto “microtargeting”, ovvero annunci personalizzati sulla base dei loro dati anagrafici e personali. Non è una sorpresa che il destinatario principale di questa pratica siano giovani madri, spesso in gravidanza, che vengono prese di mira dagli annunci al fine di creare “brand loyalty” prima ancora della nascita dei figli. Sui social media i post da parte delle compagnie del latte artificiale raggiungono 229 milioni di utenti al giorno, il triplo rispetto ai post informativi sui benefici dell’allattamento al seno da parte di enti senza fini promozionali. Le aziende pagano influencer e content creator per consigliare i loro prodotti sulle piattaforme.

Nonostante le modalità di marketing dei tempi odierni sia differente rispetto agli anni settanta, ciò che resta similare è il contenuto dei messaggi e gli aspetti su cui fanno leva. Oggi come allora, le aziende del latte artificiale dipingono l’allattamento al seno come di inferiore qualità rispetto ai loro prodotti, che sarebbero capaci di aumentare l’intelligenza dei bambini, farli dormire meglio, ridurre problemi di digestione e addirittura farli piangere di meno. Nomi come “Neuro Pro” e scritte come “brain building”, posti sulle etichette a fianco di immagini di bambini che leggono o scrivono, hanno l’obiettivo di dare legittimità e una parvenza scientifica a queste affermazioni. Ma non esiste alcuna prova scientifica di tutto ciò. 

Nel 1981, a seguito di quanto accaduto con Nestlé, l’OMS aveva emanato un codice contro il marketing del latte artificiale, chiamato “International Code of Marketing of Breast-milk Substitutes”. Il suo scopo è di regolamentare come questi prodotti vengono pubblicizzati. Il codice esplicita, per esempio, che le etichette del latte artificiale devono includere una dichiarazione che indica l’allattamento come superiore alle alternative commerciali, oltre a delle chiare istruzioni per l’uso e alle conseguenze sulla salute in caso di preparazione impropria del prodotto. Sono da evitare invece immagini di bambini sulla confezione e «immagini o testi che possano idealizzare l’uso del latte artificiale». 

Un rapporto del 2024 della stessa organizzazione riporta come 3 nazioni su 4 abbiano adottato delle normative sulla base delle disposizioni del codice, ma solo 33 nazioni nel mondo dispongono di un quadro normativo pienamente in linea con le direttive. Il rapporto conclude che la mancata aderenza al codice nella sua completezza lascia troppa libertà d’azione alle aziende per continuare il loro marketing del latte artificiale. 

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