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La malattia non è una guerra

Il modo in cui parliamo della malattia non è neutro: le metafore che scegliamo possono influenzare anche negativamente l’esperienza di chi la vive

10 aprile 2026
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Quando una persona si ammala, spesso le prime parole che si sente rivolgere non riguardano unicamente la diagnosi o la terapia. Riguardano quello che dovrebbe fare: “combattere”, “non arrendersi”, “essere forte”. Nel giro di poco tempo, la malattia prende forma anche nel linguaggio. Diventa qualcosa contro cui lottare, un nemico da sconfiggere, una battaglia da vincere. È un linguaggio così diffuso da sembrare naturale e innocente. Ma non lo è.

Da anni linguisti, medici e psicologi mettono in discussione l’uso delle metafore della guerra per descrivere le malattie, poiché può influenzare negativamente il modo in cui le persone interpretano e vivono la propria esperienza.

Non solo un modo di dire

Una delle conseguenze più evidenti dell’uso del lessico militare è la divisione tra vincitori e vinti, tra chi guarisce e chi peggiora. Ma la medicina non funziona così: l’esito di una malattia dipende da molti fattori biologici, sociali e ambientali, non dalla forza di volontà.

L’uso del lessico militare può risultare colpevolizzante e frustrante nei confronti del paziente. La metafora della “lotta” suggerisce una relazione implicita, e infondata, tra il successo delle terapie e l’impegno individuale, quanto si è “combattuto”, quanto si è stati “forti” o “coraggiosi”. Questa rappresentazione può essere motivante, soprattutto nelle fasi iniziali, ma rischia anche di generare aspettative fuorvianti. Le parole che scegliamo per parlare della malattia – spesso colpevolizzanti o prese in prestito da immagini di guerra – possono aggravare il suo peso, invece che alleggerirlo. 

La rappresentazione del paziente come “guerriero” ha effetti anche sul rapporto con i medici. Può rendere più difficile affrontare alcuni passaggi della cura, perché introduce l’idea che “andare avanti”, “combattere” e anche “migliorare” siano l’unica opzione legittima. In questo quadro, scelte come il ricorso alle cure palliative rischiano di essere percepite come una resa, anziché come decisioni orientate alla qualità della vita.

Questo approccio è limitante soprattutto quando la malattia diventa cronica. In molti casi “vincere” non significa guarire, ma convivere con la malattia, mantenere una buona qualità della vita e continuare a coltivare relazioni e interessi. Ridurre tutto a una logica di vittoria o sconfitta rende meno visibili queste forme di adattamento, che sono invece centrali nell’esperienza di molti pazienti.

Questo linguaggio, quindi, non è neutro: può incidere concretamente sull’esperienza della malattia. Anche per questo, nel 2021 una rete di fondazioni e associazioni, tra cui l’Associazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma (AIL), ha promosso il progetto “Il senso delle parole”, coinvolgendo oncologi, pazienti e caregiver per promuovere un uso più consapevole del linguaggio nelle relazioni di cura.

Oltre la “vittoria”: cosa significa vivere con una malattia

Ma a cosa servono quindi le metafore, se in casi come questi rischiano di fare più danni che benefici? Principalmente a rendere comprensibili esperienze complesse, traducendo ciò che è difficile da esprimere in immagini più immediate. La malattia è un’esperienza difficile da raccontare e spesso faticosa da accettare: per questo si ricorre a immagini più concrete e comprensibili. Ma non sono solo uno strumento di semplificazione: amplificano anche la dimensione emotiva dell’esperienza, influenzando il modo in cui viene vissuta.

Uno studio dell’Università di Torino del 2022, le descrive come un vero e proprio “pharmakon”, un termine greco che contiene in sé un paradosso dal momento che indica nello stesso tempo sia rimedio che veleno: le metafore sarebbero quindi uno strumento che può essere insieme utile e dannoso, a seconda del contesto e di come viene usato. Le metafore orientano il modo in cui pensiamo e agiamo, e proprio per questo sono così diffuse anche nel linguaggio pubblico e nei media. 

La metafora della guerra ha una lunga storia ed è particolarmente efficace dal punto di vista comunicativo: offre uno schema immediato, in cui c’è qualcosa da sconfiggere e qualcuno che deve farlo. Ma richiama anche un immaginario fatto di disciplina, mobilitazione e sacrificio, che può estendersi oltre l’ambito sanitario e influenzare il modo in cui si interpretano i comportamenti individuali e collettivi. 

 Spesso i pazienti descrivono la malattia come un “cammino” o una “fase da attraversare”, una “maratona” in cui dosare le energie, un equilibrio da ricostruire, una condizione con cui convivere oppure un peso da portare – il linguaggio giornalistico tende a essere più ristretto e a ruotare attorno alla guerra.

Non tutti, quindi, si riconoscono nell’idea di una battaglia. Il calciatore  e allenatore Gianluca Vialli, raccontando la propria esperienza prima di morire, aveva definito la sua malattia una “compagna di viaggio, che spero prima o poi si stanchi”: un’immagine lontana da quella dello scontro, e più vicina a una relazione con cui fare i conti nel tempo. Nonostante questo, il linguaggio giornalistico spesso tende a essere più ristretto e a ruotare attorno al concetto di  guerra. 

Le critiche all’uso del linguaggio bellico nella malattia non sono nuove. Già nel 1978, nel libro Malattia come metafora, la filosofa statunitense Susan Sontag definì queste immagini «fantasie punitive o sentimentali», osservando che riflettono sempre il contesto culturale e politico. Per Sontag, però, il problema è ancora più radicale: la malattia non dovrebbe essere una metafora. Il modo più corretto e più “sano” di affrontarla sarebbe quello di liberarla il più possibile da questi significati simbolici.

Liberare la malattia dalle metafore è, per la filosofa, un atto di giustizia e dignità. Un modo per tornare a guardare chi soffre come una persona, non come un simbolo. Sontag riconosceva però che è difficile sottrarsi del tutto alle metafore dominanti. Per questo propose un’immagine alternativa, quella della “cittadinanza”: ogni persona appartiene sia al “paese dei sani” che a quello dei malati.

Non esiste una metafora neutra

Oggi esistono molte metafore diverse usate dai pazienti per raccontare la malattia: il viaggio, il percorso, l’equilibrio, la trasformazione. Ma nessuna funziona allo stesso modo per tutti. Alcune aiutano, altre no. Molto dipende dall’esperienza individuale. Il punto, quindi, non è vietare certe parole, ma capirne gli effetti.

Quando una metafora diventa dominante, finisce per stabilire cosa è considerato normale. Se la malattia è una battaglia, il paziente ideale è forte, combattivo, resiliente. Chi non si riconosce in questo modello può sentirsi fuori posto.

Le narrazioni mediatiche contribuiscono a rafforzare questo schema, privilegiando storie di “vittoria” che non rappresentano tutta la varietà delle esperienze. Allo stesso tempo, questo linguaggio tende a lasciare in ombra aspetti meno raccontabili della malattia, come la fragilità, la dipendenza dagli altri e l’incertezza.

In questo senso, scegliere una metafora non è mai un atto neutro: significa decidere quali aspetti dell’esperienza rendere visibili e quali lasciare sullo sfondo.

Dire che qualcuno “combatte contro una malattia” non è solo una descrizione motivazionale, ma un modo di attribuire significati, responsabilità e aspettative.

E proprio per questo, una metafora troppo semplice rischia di semplificare anche l’esperienza che dovrebbe raccontare – con effetti concreti su chi la vive.

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