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Il nuovo “razzismo scientifico” in Italia, tra reel virali e manipolazione della genetica

Per dare una parvenza di rigore accademico a questa propaganda estremista sui social media, statistiche e studi vengono distorti e travisati

9 ottobre 2026
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La remigrazione viene solitamente presentata dai suoi proponenti come una misura di «buon senso» che ristabilirà l’ordine pubblico nelle città, stimolerà la crescita economica e riporterà l’armonia nazionale in Europa.

Il programma di Futuro Nazionale, ad esempio, dedica parecchio spazio al tema e prevede pure un articolato piano d’applicazione in 22 punti.

Non è un caso: insieme agli estremisti tedeschi di destra di Alternative für Deutschland (AfD), il partito dell’ex generale Roberto Vannacci ha largamente incentrato la propria offerta politica sulla deportazione coatta di migranti e sulla forte restrizione dei diritti civili dei cittadini considerati «non assimilati».

Nella piattaforma programmatica di Futuro Nazionale, in larga parte scritta dall’ideologo vannacciano Lorenzo Gasperini, la remigrazione è infatti l’unico strumento per «invertire» il processo migratorio e spezzare l’assedio di «culture incompatibili con i valori fondamentali della nostra civiltà, ritenute una minaccia sia per la sicurezza che per l’identità del paese».

L’Italia, si legge nel programma, avrebbe un’identità chiara e praticamente granitica, «definitasi sì nel tempo ma tramite un processo di sviluppo organico e omogeneo, non per caotica contaminazione».

Per rafforzare questo assunto – palesemente infondato dal punto di vista storico – e dar credito alla tesi della «sostituzione etnica», Futuro Nazionale sostiene che «l’invasione più impattante della storia italiana fu quella longobarda».

All’epoca però quel flusso migratorio si attestò intorno al 4 per cento, e comunque i longobardi erano già cristiani (seppure nella variante eretica ariana). Oggi, invece, in Italia «circa il 12 per cento dei residenti non è italiano» e non è cristiano. Ci troveremmo dunque alle prese con una situazione ben peggiore di quella dell’Alto Medioevo.

Come hanno spiegato vari storici a Pagella Politica, si tratta però di un paragone improprio per l’entità numerica del fenomeno, per le differenze abissali con il contesto storico dell’epoca, e soprattutto per il fatto che «l’arrivo dei Longobardi cambiò i rapporti di potere nella penisola e portò all’affermazione di un nuovo gruppo dominante».

Il professore di storia medievale Sandro Carocci ha spiegato che «quella dei Longobardi fu un’invasione: conquistarono terre, presero proprietà e fondarono un regno». Non arrivarono dunque «in qualità di lavoratori come oggi, ma come classe dirigente».

Nonostante ciò, l’invasione dei Longobardi è stata citata da diversi esponenti del partito – a partire da Roberto Vannacci. L’ex generale, nel corso della puntata della trasmissione In Onda dello scorso 12 luglio, ha dichiarato che «l’invasione più grande che ha subito l’Italia è stata quella dei Longobardi», ribadendo che ora staremmo subendo «un’invasione» molto più vasta.

I Longobardi ritornano anche in uno reel su Instagram di Emanuele Ajello, referente di Futuro Nazionale per il V Municipio di Milano. «Il popolo straniero che si è mescolato di più sono stati i longobardi al 4 per cento, ovvero una percentuale bassissima», afferma Ajello con tono concitato, mentre «gli islamici sono al 7 per cento ed esigono di imporsi culturalmente». Nella nostra «storia plurimillenaria», prosegue, «mai era accaduta una cosa simile».

Ajello esclama poi che non c’è «niente di più falso e antinazionale» del dire che «l’etnia italiana è frutto di una mescolanza, di culture causate da conquiste e da invasioni». In sostanza, quella italiana sarebbe una popolazione culturalmente e geneticamente immutata da migliaia di anni.

La manipolazione razzista della genetica moderna

Ajello non è il solo che sta provando a rimettere in circolo il mito dell’omogeneità razziale degli italiani. L’ha fatto di recente anche l’attivista e influencer di estrema destra Luca Venier. Giusto per dare un’idea del personaggio, Venier non è il suo vero cognome (perché a suo dire «non suona così bene») né quello della madre, da lui stesso ritenuto «troppo ebreo»; è un riferimento al doge veneziano Sebastiano Venier, che guidò le forze navali della Serenissima nella Battaglia di Lepanto del 1571.

L’estremista poco più che ventenne è il co-fondatore dell’associazione remigrazionista Generazione. L’altro fondatore è Andrea Ballarati, che collabora con l’identitario austriaco Martin Sellner e ha contribuito all’organizzazione dei vari Remigration Summit in Italia.

Venier è anche un creator di contenuti seguito da 58mila persone su Instagram. Per sua stessa ammissione il modello di riferimento è lo streamer statunitense Nick Fuentes, suprematista bianco apertamente misogino, antisemita, neonazista e razzista, da cui ha preso i toni da troll e l’abbigliamento formale.

Il 18 settembre del 2026 c’è stata la sua prima partecipazione televisiva di rilievo nella trasmissione di La7 Piazzapulita. Venier ha poi sfruttato quell’ospitata – e l’annessa litigata con il giornalista Antonio Caprarica – per «smontare» su Instagram quella che descrive come la «fesseria scientifica della mescolanza degli europei» e degli italiani.

Nel video in questione, che ha raggiunto oltre 300mila visualizzazioni e più di 22mila like, l’attivista di estrema destra sostiene che gli «europei come popolo» hanno un «pool genetico rintracciabile» e sono il risultato di un «incontro concluso ormai 5000 anni fa tra tre componenti fondamentali». L’Italia, continua Venier, non fa eccezione perché «già in età del ferro le popolazioni centro italiche approssimano gli italiani moderni».

Nel vecchio continente ci sarebbe dunque «un continuum plurimillenario che nulla ha a che vedere con i tempi e i volumi dell’ingegneria sociale di cui siamo vittime oggi». Il sottotesto politico non potrebbe essere più chiaro, ed è il medesimo di Futuro Nazionale: gli europei e gli italiani sono sempre gli stessi da millenni. Cambiarli significa operare una «sostituzione etnica», e dunque distruggere questo patrimonio genetico che «generazioni di uomini» hanno difeso, ereditato e trasmesso.

L’insidiosità del video non sta tanto in questa tesi, per nulla inedita, ma nell’utilizzo manipolatorio della genetica moderna per renderla più credibile. Venier cita infatti alcuni studi scientifici come pezze d’appoggio, ma in realtà li travisa per dire tutt’altro.

Come ha detto a Facta il professore Guido Barbujani, uno dei più importanti genetisti italiani ed ex presidente dell’Associazione Genetica Italiana (AGI) che ha scritto diversi libri sul razzismo, «gli articoli citati dicono esattamente il contrario di quello che sostiene Venier».

 

Il primo, ad esempio, è uno studio sulla complessa storia biologica dell’antica Roma, realizzato da Margaret Antonio e collaboratori e pubblicato nel 2019. Gli autori e le autrici, spiega Barbujani, hanno studiato il DNA antico e hanno analizzato le sepolture a partire dal Mesolitico fino all’età contemporanea.

Se davvero si fosse fermato tutto 5000 anni fa, allora nel grafico dello studio – mostrato qualche secondo a schermo da Venier – «dovrebbe esserci un unico colore a partire da un certo momento». E invece, continua il professore, i colori nel grafico si susseguono «perché non sempre le persone sono discendenti di quelli che stavano prima su un determinato territorio».

Nel momento della formazione dell’Impero ci sono un sacco di colori poiché «Roma era un po’ come New York adesso, cioè un posto in cui si confluiva da tutto il mondo; solo che il mondo a quell’epoca era il Mediterraneo, e quindi arrivavano dall’Anatolia, dal vicino Oriente e dal Nord Africa». A riprova di ciò, chiosa Barbujani, la rivista Science ha pubblicato un articolo sullo studio dal titolo eloquente: «Roma è stata plasmata dagli immigrati dal Medio Oriente».

La nuova «Difesa della razza»

Il secondo articolo scientifico citato da Venier risale anch’esso al 2019. È stato pubblicato su Science Advances e a oggi rappresenta il più grande studio realizzato sul quadro genetico degli italiani.

Dalla ricerca, che gli autori stessi hanno spiegato in termini più divulgativi su Scienze in Rete, emerge una grandissima variabilità genetica degli abitanti della penisola dovuta «alla moltitudine di migrazioni che hanno interessato la nostra penisola, susseguendosi in periodi storici e preistorici e che, favorite dalla posizione geografica dell’Italia, hanno introdotto nei genomi degli italiani frammenti di DNA provenienti da altri gruppi, vicini e lontani».

Gli «italiani», concludono gli autori e le autrici dello studio, sono «un cocktail genetico e culturale in continua evoluzione».

Anche in questo caso siamo di fronte a una conclusione diametralmente opposta a quella di Venier, che implica una sorta di immutabilità genetica degli italiani dall’età del ferro a oggi.

Una delle autrici che ha fatto parte del gruppo di ricerca, la genetista Serena Aneli, ha detto a Facta di essere molto dispiaciuta che «i risultati dei nostri lavori scientifici vengano utilizzati per sostenere tesi del genere: facciamo scienza per tutti, indistintamente dalla posizione politica».

Ad avviso di Aneli, Venier incappa in due errori fondamentali: «il primo è dire che siamo geneticamente omogenei nel tempo, il secondo è dire che siamo geneticamente omogenei nello spazio». Anzitutto, non è vero che siamo gli stessi da 5000 anni a questa parte. «Diciamo che gli effetti che le migrazioni successive hanno avuto sul nostro background genetico sono semplicemente minori rispetto a quelli precedenti», precisa Aneli.

E ancora: nello studio si dice che «dopo l’età del ferro le popolazioni sono più simili a noi di quanto lo fossero i cacciatori raccoglitori del passato, ma non sono uguali; si avvicinano, per l’appunto». La ricercatrice ribadisce comunque che «non siamo affatto omogenei: la variabilità genetica nella popolazione italiana è tra le più ampie se si confrontano, per esempio, anche le altre popolazioni europee».

Sul punto, il professor Barbujani aggiunge che ormai da decenni – ossia da quando si è sviluppato lo studio del DNA antico – «nessuno sostiene più che ci siano delle identità genetiche delle popolazioni: siamo tutti quanti diversi». E se c’è un territorio in Europa in cui «questa cosa proprio non è vera è l’Italia, che è il paese più variabile di tutti quanti».

Insomma: le argomentazioni di Venier e di Futuro Nazionale sull’omogeneità genetica degli italiani rientrano appieno nel revival del cosiddetto «razzismo scientifico», di cui avevamo parlato in questo articolo del 2024. Questa corrente estremista, annotano i giornalisti Harry Shukman e Patrik Hermansson dell’ONG antirazzista Hope Not Hate, nasconde le idee razziste «sotto strati di numeri, statistiche ed espressioni che servono a dare la parvenza di un rigore accademico, mentre in realtà sono distorsioni, travisamenti e manipolazioni della scienza».

Guido Barbujani afferma che «non essendoci niente di nuovo e spendibile in questo dibattito, si va a raschiare il fondo del barile del pensiero ottocentesco razziale». Per lui, inoltre, questi interventi rievocano La difesa della razza, il quindicinale fascista diretto da Telesio Interlandi che cercò di elaborare una dottrina «scientifica» della presunta «razza ario-romana».

Come ha ricostruito la semiologa Valentina Pisanty in un saggio del 2006, l’obiettivo dei redattori della rivista – tra cui figurava il fondatore del Movimento Sociale Italiano (MSI) Giorgio Almirante – era quello di «dare un’identità forte a quell’incerta razza (o stirpe) italica che, secondo loro, andava potenziata eugeneticamente e protetta da ogni contaminazione esterna».

Il Manifesto degli scienziati razzisti, del resto, sosteneva che «dopo l’invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della Nazione». Di conseguenza, proseguiva il testo, «la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa».

Tuttavia, sottolinea Pisanty, i razzisti fascisti si trovarono di fronte a un ostacolo insormontabile: «l’enorme varietà dei tipi somatici che popolavano la penisola per effetto di secoli di innesti e mescolanze», che rendeva «quantomeno ardita» la tesi dell’unità biologica degli italiani.

Il tentativo di “arianizzare” gli italiani fallì del tutto, ma gli effetti della propaganda razzista e antisemita della Difesa della razza furono drammaticamente concreti: crearono infatti il clima propizio per l’apartheid nelle colonie e per la persecuzione degli ebrei italiani. 

E purtroppo, i velenosi effetti della rivista continuano a farsi sentire a più di ottant’anni di distanza. Quella stessa propaganda «scientifica» è tornata a fare capolino nel dibattito pubblico, sospinta sulle moderne piattaforme social dai nuovi difensori di vecchie e screditate idee antiscientifiche.

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