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Sessualizzare le atlete donne, ma con l’IA

Le atlete generate con l’IA sono diventate virali, tra ritorno economico e sessualizzazione dei corpi

31 luglio 2026
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A metà luglio 2026 sono state introdotte delle linee guida a livello europeo per prevenire la sessualizzazione delle atlete attraverso le angolazioni delle riprese, promosse dalla European Athletics e dall’Unione europea di radiodiffusione (EBU). Se a livello mediatico si stanno quindi facendo dei passi avanti, la storia è un po’ diversa sui social media, dove spopolano account di atlete, tutte rigorosamente generate con l’IA, i cui corpi vengono sessualizzati all’interno del contesto della pratica sportiva. 

L’utilizzo dell’IA per sessualizzare le donne (atlete, politiche o persone comuni) non è una novità; dal boom dell’IA generativa, infatti, i contenuti artificiali che rappresentano le donne in maniera sessualizzata o esplicita sono aumentati esponenzialmente sui social media e sulle piattaforme di contenuti espliciti e pornografici, come OnlyFans. In alcuni casi si tratta di donne reali che si trovano protagoniste di una rete pornografica senza il loro consenso (è il caso dei cosiddetti deepnude), in altri casi invece i soggetti sono inesistenti e interamente generati con l’IA. Il loro successo, comunque, va spesso a braccetto con il ritorno economico che garantiscono reindirizzando gli utenti a siti terzi dove è possibile accedere a contenuti pornografici a pagamento

L’IA utilizzata per generare contenuti sessisti

Uno degli account più virali e prolifici di questo trend  è @aiko.asiaa, presente sia su Instagram sia su TikTok, dove arriva a 3,2 milioni di follower. I video, che mostrano una donna mentre pratica il taekwondo, sono estremamente realistici ed è necessario soffermarsi con attenzione per poter capire che sono falsi. Nelle varie scene sono comunque presenti errori che ne indicano la natura artificiale: ad esempio, le scritte sulle maglie sono spesso segni incomprensibili. 

Stando alla bio dell’account, la protagonista (generata con IA) sarebbe “un’appassionata di arti marziali”. Ma ciò che attira l’attenzione della maggior parte degli utenti sull’account, come si può dedurre dai commenti sotto i video, non sembrano tanto essere la prestazione atletica quanto il fisico dell’atleta; un seno e un sedere molto grandi, resi ben visibili dal design della tuta bianca che indossa.

Esempi di video condivisi sugli account di atlete “artificiali”

La stessa donna, però, è la protagonista dei video di un altro account,  questa volta presentata con il nome di “Seema Yamali”. Scorrendo tra i video di questa presunta atleta, si nota che fino a inizio giugno 2026 sullo stesso account venivano pubblicati video di un’altra donna che gioca a basket, a pallavolo, o pratica surf.    

La variazione delle protagoniste dei filmati dell’account suggerisce che la priorità è rendere virale ogni singolo video (un contenuto pubblicato da @aiko.asiaa è arrivato fino a 13 milioni di visualizzazioni) e scollegarlo dal resto del profilo. La stessa cosa infatti succede per l’account TikTok @yarifashiotap, che pubblica contenuti in italiano e mostra una giovane donna pallavolista: fino a qualche mese fa, l’account pubblicava contenuti che non avevano a che fare con la pallavolo o lo sport, ma mostrava prima la vita quotidiana di due presunte gemelle, e poi contenuti clickbait con protagonista solo una di loro.  

Oltre a questi, su Tiktok si trovano altri account di donne mentre giocano a basket, pallavolo e calcio. In tutti questi video, la fisionomia delle atlete è molto simile: come nel caso di @aiko.asiaa, il seno e il sedere sono molto grandi, la vita è stretta e il viso longilineo. Nei casi analizzati da Facta, le atlete generate con l’IA sono sempre bianche, per lo più di etnia caucasica.  

La monetizzazione e il rinvio a contenuti pornografici 

Il traffico generato dalla viralizzazione di questi contenuti non è casuale. Tra i casi rilevati da Facta, è risultato evidente che alcuni account rimandano a siti esterni dove gli utenti possono accedere a contenuti pornografici a pagamento. In particolare, nella bio di @aiko.asiaa si trova proprio un link di collegamento ad OnlyFans, dove si possono visualizzare i contenuti pubblicati previo pagamento. 

Nella bio di @yarifashiotap, invece, abbiamo trovato un link che reindirizza ad altri account social della presunta atleta. Un’immagine che la mostra in lingerie invita invece ad entrare in un gruppo Telegram privato (Facta ha richiesto l’accesso, ma al momento non è stato concesso) dove vengono condivisi contenuti esclusivi per la community. 

Il male gaze e le atlete donne

Oltre a distorcere ulteriormente l’immaginario estetico della bellezza femminile e incentivare la tendenza a vedere i corpi delle donne attraverso uno sguardo sessista e oggettificante, questo trend reitera un altro problema già presente nella nostra società: quello della sessualizzazione delle atlete e, più in generale, delle donne.

Le sportive vengono tuttora raccontate attraverso una lente sessista dalle loro stesse società sportive e dai media: è il male gaze, ossia lo “sguardo maschile eterosessuale” che si impone sul modo di rappresentare le donne nei media, nello spettacolo e nello sport. «La sessualizzazione delle atlete donne attraverso angoli di ripresa selettivi e scelte di editing continua ad essere un problema significativo in vari broadcast di sport», ha spiegato Glen Killane, direttore esecutivo della sezione di Eurovision Sport di EBU, una delle organizzazioni che si è fatta promotrice delle nuove linee guida che pongono dei limiti a come possono essere riprese le atlete.

Episodi di questo tipo nel mondo dello sport risalgono a ben prima del boom dell’intelligenza artificiale generativa. Nel 2012, la Badminton World Federation cercò di forzare le atlete (senza riuscirci) a mettere le gonne per poter apparire “femminili”. Nel 2021, la squadra norvegese di pallamano da spiaggia si era opposta al regolamento che prevedeva di indossare bikini. Dato che le autorità competenti si erano mostrate indifferenti rispetto alle loro lamentale, le atlete decisero di indossare i pantaloncini e furono multate 150 euro per persona.

Più recentemente, nel 2025, le squadre di camogie di Kilkenny e di Dublino, in Irlanda, erano state forzate a cambiarsi nella tradizionale divisa a gonna-pantaloncino prima che potesse avere inizio la semifinale del Campionato di Leinster: l’arbitro aveva comunicato loro che se non l’avessero fatto, la partita sarebbe stata sospesa. La decisione di indossare pantaloncini era stata presa dalle giocatrici dopo la pubblicazione di un sondaggio della Gaelic Players Association (GPA), dal quale era emerso che il 70 per cento delle giocatrici intervistate aveva provato disagio indossando una gonna-pantaloncino, mentre l’83 per cento ha affermato che preferirebbe i pantaloncini o che si dovrebbe poter scegliere tra gonna-pantaloncino e pantaloncini.

Anche le aziende di abbigliamento sportivo hanno ricevuto critiche in questo senso: nel 2024, all’alba delle Olimpiadi estive di Parigi, Nike era stata duramente criticata per le divise da atletica leggera femminili. L’ex atleta statunitense Lauren Fleshman aveva pubblicato una foto delle divise sul suo account Instagram, e aveva commentato: «Le atlete professioniste dovrebbero poter gareggiare senza dover dedicare energie mentali alla costante preoccupazione per i peli pubici o alle acrobazie mentali necessarie per gestire il fatto di avere ogni parte vulnerabile del proprio corpo in bella vista». Secondo Fleshman, «l’abbigliamento femminile dovrebbe essere al servizio delle prestazioni, sia dal punto di vista mentale che fisico», cosa che non veniva soddisfatta dal design di Nike. E aveva aggiunto: «Se questo abbigliamento fosse davvero vantaggioso per le prestazioni fisiche, lo indosserebbero anche gli uomini». 

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