
Charlie Kirk doveva essere il martire MAGA, e invece è stato trasformato in un macabro meme
Il culmine di questo trend è stato raggiunto nel primo anniversario dell’assassinio dell’attivista conservatore, ribattezzato “Kirkversario”
È il 13 settembre del 2025 quando il senatore repubblicano statunitense Mike Lee lancia una precisa profezia in diretta su Fox News: «Hanno creato un milione, dieci milioni, cento milioni di Charlie Kirk. E il bello deve ancora arrivare».
Lee parla a tre giorni di distanza dal brutale assassinio dell’attivista e influencer conservatore statunitense. Il mondo MAGA – l’acronimo dello slogan trumpiano Make America Great Again – è profondamente scosso: Kirk è una figura di spicco del movimento, ed è difficilmente rimpiazzabile. In molti, tra cui Donald Trump, ipotizzano che sarebbe potuto diventare il presidente degli Stati Uniti.
La responsabilità dell’omicidio viene fatta ricadere immediatamente sui democratici e sulla sinistra radicale, che tuttavia non c’entrano nulla. L’attentatore Tyler Robinson non è un terrorista duro e puro: è piuttosto un giovane brainrottato e senza un’ideologia ben precisa, nonché un gamer imbevuto di un certo tipo di cultura memetica. Non a caso, aveva inciso sui proiettili diversi meme difficilmente decifrabili da chi non è cronicamente online.
Nonostante ciò, dopo il suo assassinio, l’amministrazione Trump impone che la figura di Kirk – che aveva costruito la sua carriera su posizioni divisive e sulla polarizzazione politica – sia pubblicamente celebrata. Chi la critica, invece, rischia grosso.
Il vicepresidente statunitense JD Vance caldeggia esplicitamente le delazioni di chi «celebra la morte» dell’attivista. In rete compaiono liste di proscrizione, alcune delle quali compilate direttamente dall’organizzazione di Kirk, Turning Point USA.
Centinaia di persone perdono il lavoro per una battuta, oppure per aver semplicemente espresso una critica alla retorica incendiaria di Kirk. Il dipartimento di Stato revoca il visto a chi scrive sui social che «Charlie Kirk non sarà ricordato come un eroe». Il caso più clamoroso avviene in Tennessee, dove un uomo viene addirittura arrestato per aver postato su Facebook un meme contro l’attivista.
La santificazione di Kirk prefigura lo scenario ipotizzato da Mike Lee: un mondo in cui tutti vorranno diventare come l’attivista conservatore, per portare avanti la sua opera e mantenere accesa la fiamma MAGA.
In effetti, sui social compaiono davvero «milioni di Charlie Kirk»; ma non nella forma sperata da Lee o dai repubblicani. Il volto di Kirk viene infatti appiccicato ovunque e su chiunque: rapper, celebrità, dittatori, supereroi, cyborg, streamer, musicisti, youtuber, figure storiche, Anna Frank, Jeffrey Epstein, Aldo Moro – e chi più ne ha, più ne metta.
Nasce infatti il filone memetico della Kirkslop, ossia la «sbobbificazione» dell’influencer a colpi di video, immagini e canzoni generate con l’intelligenza artificiale – la più virale è senz’ombra di dubbio We Are Charlie Kirk.
Il fenomeno assume dimensioni spropositate, e sommerge i social network al punto tale che si parla di «Kirkificazione» di Internet. Il culmine di questo trend viene raggiunto il 10 settembre del 2026, ossia nel primo anniversario della morte di Kirk, ribattezzato “Kirkversario”.
Ancora una volta l’immagine dell’attivista appare su tutte le piattaforme, in tutte le forme e tutte le fattezze: un Terminator che combatte ad Agartha, un regno leggendario all’interno della Terra che ospiterebbe degli alieni ariani, insieme al complottista Alex Jones; un personaggio del videogioco Grand Theft Auto; un’anziana signora dell’est Europa; un uomo incinta di Benjamin Netanyahu; persino una motocicletta.
I motivi sociali e politici dietro alla “Kirkificazione”
Stando alle analisi di vari esperti che si occupano di cultura digitale e memetica, era praticamente inevitabile che si formasse una simile tendenza.
Anzitutto, Charlie Kirk era una figura pienamente inserita nell’ecosistema social-mediatico e in particolare nella clipping economy. I video verticali ricavati dai suoi «dibattiti» nei college, dalle sue apparizioni pubbliche e dal suo podcast circolavano abbondantemente sulle piattaforme, contribuendo alla sua ubiquità su Internet.
I memer e i creator si sono così ritrovati con una quantità immensa di materiale da cui attingere e remixare. Molti contenuti su Kirk puntano a sfruttare la sua notorietà, esprimendo il tipico umorismo nichilista internettiano.
Per la ricercatrice Audrey Halversen, intervistata da USA Today, c’è però dell’altro oltre all’umorismo. La «Kirkificazione» riflette una diffusa condizione di precarietà, incertezza e disillusione che riguarda soprattutto la Generazione Z.
I meme su Kirk, spiega Halversen, possono dunque dare ai giovani «un’effimera sensazione di controllo in un sistema politico che altrimenti percepiscono come sostanzialmente fuori dalla loro portata», permettendo di incanalare «sentimenti di ansia, rabbia e disillusione». Questo distacco ironico, chiosa Halversen, è però anche il segno di una «crescente assuefazione alla violenza politica»: alla fine dei conti, si sta comunque scherzando su un omicidio piuttosto efferato.
Una lettura più politica del fenomeno l’ha fornita la giornalista Katherine Krueger su The Intercept. A suo avviso, la «Kirkificazione» è una reazione al tentativo dei repubblicani di trasformare Kirk in un martire da riverire e seguire.
«La prima regola di Internet è semplice», scrive Kruger, «nel momento in cui ti arrabbi o stabilisci che un certo sentimento non è ammissibile, qualcuno troverà il modo di prenderti in giro fino allo sfinimento».
E soprattutto, continua la giornalista, «se costruisci un movimento politico sulla crudeltà e trasformi la tua presenza online in una gara a infierire sui più vulnerabili, non puoi stupirti se i tuoi avversari finiscono per godere delle tue disgrazie». Senza volerlo, dunque, i repubblicani hanno trasformato la morte di Kirk in un «nervo scoperto che i tuoi avversari non vedono l’ora di colpire».
Per Aidan Walker, un giornalista e creator di contenuti esperto in cultura memetica e digitale, la «Kirkificazione» avrebbe addirittura «salvato l’America dalla guerra civile».
Invece di essere un simbolo che appartiene esclusivamente a una parte politica, e che in quanto tale viene usato per colpire i propri avversari, i memer hanno reso Kirk una sorta di innocuo patrimonio comune. «Tutti hanno avuto il loro Kirk», ha detto Walker in un video virale pubblicato sul suo profilo TikTok, e dunque la sua potenziale carica distruttiva è stata disinnescata.
Una macchia sull’eredità politica di Kirk
Di sicuro, la «Kirkificazione» ha definitivamente compromesso l’eredità politica che Kirk stava costruendo prima della sua morte.
L’attivista si era dipinto come il trait d’union tra la Casa Bianca trumpiana e il pubblico maschile giovanile, un influencer in prima linea sul fronte delle “guerre culturali”, nonché un condottiero della libertà d’espressione impegnato a combattere contro gli eccessi del wokismo.
È un ritratto sostanzialmente identico a quello fatto dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sui propri profili social, nei quali ha scritto che Kirk «era un cristiano convinto, un marito, un padre, un ragazzo capace di parlare a una generazione intera senza sottrarsi mai al dibattito, anche con chi la pensava in modo opposto».
Ecco: questa autorappresentazione – che ovviamente sorvola sulle numerose affermazioni estreme, razziste e suprematiste – è stata completamente stravolta dall’ondata di meme e di sbobba artificiale. Sotto il punto di vista politico, di Kirk non è rimasto pressoché nulla. Per molti giovani, afferma la ricercatrice Eviane Leidig al Guardian, è ormai l’epitome del cringe: qualcuno che prima diceva cose imbarazzanti, e che ora risulta del tutto fuori moda.
Senza il suo fondatore, inoltre, anche Turning Point USA ha perso una buona parte della sua rilevanza all’interno del mondo conservatore. La moglie Eirka Kirk ha preso le redini dell’organizzazione, ma non è riuscita a risultare credibile. Dopotutto, lei e il marito avevano sempre promosso una visione rigidamente tradizionale dei ruoli di genere, fondata sulla subordinazione della donna. Tutto ciò stride – e non poco – con il fatto che ora si trova a capo di una macchina politica presente in tutto il Paese, che fattura milioni di dollari e ha decine di migliaia di iscritti.
Chiaramente il processo di «Kirkificazione» non ha risparmiato nemmeno Erika Kirk, che è stata crudelmente criticata per essere tornata subito sulle scene pubbliche subito dopo la morte del marito, e per aver presenziato a memoriali che assomigliavano a degli spettacoli di wrestling.
La morte di Kirk ha poi creato un vuoto di potere che non è ancora stato colmato a un anno di distanza. Anzi: il movimento MAGA è precipitato in lotte intestine sempre più irrisolvibili, ben esemplificate dai feroci litigi tra le figure più in vista – come Ben Shapiro o Steve Bannon – e quelle che si stanno preparando al dopo Trump – come Tucker Carlson o lo streamer antisemita Nick Fuentes.
All’interno della destra statunitense c’è pure chi ha sfruttato la scomparsa di Kirk per ritagliarsi una nicchia social-mediatica attraverso la diffusione di teorie del complotto a dir poco stravaganti. È il caso di Candace Owens, un’influencer ultraconservatrice che da mesi sostiene che il suo ex amico era un viaggiatore del tempo ucciso dal Mossad, dai servizi segreti egiziani e francesi, o addirittura da sua moglie.
Insomma: i conservatori e i trumpiani si aspettavano che la morte violenta di Kirk producesse un effetto paragonabile all’incendio del Reichstag, diventando un evento capace di compattare il paese contro i loro nemici.
La santificazione dell’influencer imposta dall’alto ha invece prodotto il suo esatto opposto: uno sberleffo virale, irrispettoso e inarrestabile. Alla fine – come ha efficacemente scritto un utente su X – il «martire Kirk» è ormai rinchiuso in un inferno memetico generato dall’intelligenza artificiale, ed è condannato a subire un eterno supplizio nei data center di tutto il mondo.
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