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L’Egitto ha lanciato un “chatbot IA di fact-checking” basato su informazioni approvate dallo stesso governo

Questo mentre la repressione nel Paese contro il giornalismo indipendente si fa sempre più dura

30 ottobre 2026
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Nel corso dell’“Egypt Forum 2026” – indetto dal presidente egiziano Al-Sīsī e svoltosi dal 19 al 24 ottobre in Egitto – è stata presentata dal Media Center, l’organo ufficiale di comunicazione e diffusione delle informazioni del governo egiziano, “Chat Egypt”. 

Si tratta di un strumento che utilizza l’intelligenza artificiale per monitorare, verificare e contrastare le voci che circolano online con informazioni provenienti da «fonti ufficiali», ha dichiarato lo stesso centro. Per “fonti ufficiali”, tuttavia, non si intende contenuti verificati in modo indipendente e affidabili. 

Come ha comunicato infatti sempre il Media Center, il sistema di “Chat Egypt” si basa sul coordinamento tra ministeri, organi governativi e governatorati che, nell’ambito delle proprie competenze, inseriranno nella piattaforma dati e informazioni approvati per smentire sul nascere contenuti fuorvianti e manipolazioni ritenute «minacce per la pace e la sicurezza del Paese». L’obiettivo, si legge ancora, è quello di «analizzare testi, immagini e video» diffusi in Rete e «collocarli nella loro corretta cronologia e nel loro contesto fattuale». Che però, come abbiamo visto, si inserisce nell’ottica di una “verità” fornita dallo stesso governo egiziano.

Come ha scritto sui propri social Mai El-Sadany, avvocata egiziana specializzata in diritti umani e direttrice esecutiva del Tahrir Institute for Middle East Policy (TIMEP), think tank indipendente con sede negli Stato Uniti che promuove società trasparenti, responsabili e giuste in Medio Oriente e Nord Africa, il lancio da parte del governo egiziano di questa presunta piattaforma per la verifica dei fatti basata sull’IA è avvenuto paradossalmente meno di tre settimane dopo l’arresto in Egitto di un’intera redazione di 6 fact-checker: Mohamed Ashraf Abu Emeira, Abdallah Qadry, Islam Barakat, Omar Helal, Mohamed Mahmoud e Mohamed Adel. 

Tra il 28 e il 29 settembre le forze di sicurezza egiziane hanno infatti arrestato i giornalisti investigativi di Matsadaash, che dal 2018, anno della sua fondazione, aveva costruito una solida reputazione grazie a un accurato lavoro di fact-checking indipendente su temi di pubblico interesse in Egitto e altri Paesi arabi. La procura egiziana li ha accusati di reati legati al terrorismo, sostenendo che lavorassero per i Fratelli Musulmani, un’organizzazione islamista fuorilegge nel Paese dal 2013, e che ricevessero finanziamenti esteri per diffondere «notizie false». Gli arresti sono stati condannati da decine di organizzazioni per i diritti umani e la libertà di stampa da tutto il mondo, che hanno chiesto il rilascio immediato dei giornalisti. Lo scorso 16 ottobre Amnesty International ha scritto di aver appreso che i sei giornalisti, durante il periodo di isolamento a cui sono stati sottoposti dopo l’arresto, hanno subìto torture e altri maltrattamenti per costringerli a registrare video-dichiarazioni autoincriminanti.

Gli errori e le omissioni di “Chat Egypt”

Alcuni giorni dopo il lancio di “Chat Egypt” diversi progetti di giornalismo indipendenti egiziani hanno riscontrato che la piattaforma governativa presentata come contrasto alla disinformazione aveva fornito risposte errate e omissioni. 

Un’analisi condotta da FactCheckar, progetto di fact-checking con sede a Il Cairo, ha dimostrato che la funzione di “Chat Egypt” per la verifica di immagini e video non dava risultati corretti. I giornalisti hanno chiesto di verificare una foto modificata digitalmente di un evento pubblico, in cui era presente anche Al-Sīsī: nella platea infatti era stato inserito il noto personaggio della Pantera Rosa. Il chatbot non è riuscito a individuare la manipolazione e ha considerato lo scatto autentico.

Dopo che FactCheckar ha fatto notare pubblicamente la problematica, questa funzione di “Chat Egypt” è stata disabilitata. Ad oggi, tuttavia, è lo stesso sito della piattaforma (https://chategypt.idsc.gov.eg/) a non risultare raggiungibile dall’Italia.

Al Manassa, altro sito egiziano di giornalismo indipendente, ha poi testato la funzionalità della piattaforma governativa ponendo una serie di domande su questioni economiche e politiche. I giornalisti riportano che alla piattaforma era stato chiesto se il dollaro si fosse apprezzato rispetto alla sterlina egiziana. Nella risposta, arrivata dopo pochi secondi, il chatbot ha scritto di aver verificato l’informazione tramite fonti di notizie non ufficiali e che il dollaro era effettivamente salito a 51 sterline il 31 agosto. Tuttavia, specifica sempre Al Manassa, un rapporto di ottobre 2026 pubblicato dal sito di notizie egiziano Sada El-Balad «affermava che il dollaro si stava avvicinando a 54,50 sterline egiziane. Chat Egypt non l’ha menzionato». 

I giornalisti hanno poi domandato se le notizie secondo cui l’Egitto è collocato quasi in fondo alla classifica dell’indice di libertà di stampa fossero accurate. La piattaforma governativa, dopo pochi secondi, ha risposto che non poteva né confermare né smentire l’affermazione perché non aveva informazioni disponibili sull’argomento. Secondo l’indice della libertà di stampa redatto da Reporter senza frontiere (RSF), tuttavia, l’Egitto si colloca al 169esimo posto su 180 Paesi, con una repressione sistematica del giornalismo indipendente. RSF afferma che l’Egitto continua a essere uno dei Paesi al mondo con il maggior numero di giornalisti incarcerati e minacciati regolarmente dal regime di Al-Sīsī. I dati del Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ), organizzazione non profit indipendente con sede a New York, dicono che attualmente nel Paese nordafricano sono 25 i giornalisti dietro le sbarre.

Lo scorso 27 ottobre la giornalista egiziana Lina Attalah, fondatrice e caporedattrice del sito di informazione indipendente Mada Masr, al termine di un’udienza in tribunale, è stata arrestata dopo essere stata condannata al pagamento di una multa di tre milioni di sterline egiziane (circa 48mila euro) per aver gestito il sito web senza licenza – la pena massima prevista per il reato contestato. Attalah è stata poi rilasciata dopo il pagamento della multa. Il tribunale ha anche ordinato la chiusura del sito. Secondo decine di organizzazioni per i diritti umani il processo contro la giornalista egiziana è stato caratterizzato da gravi violazioni del suo diritto a un processo equo. 

L’Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR), organizzazione non governativa egiziana per la difesa dei diritti umani, ha scritto che questo è solo «l’ultimo episodio di una nuova e crescente repressione contro i media indipendenti egiziani».

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