
Dall’Italia alle Filippine, le scuole nel mirino dell’estremismo nichilista violento
Si tratta di un pericoloso fenomeno decentralizzato e in rapida evoluzione
Il 18 settembre del 2026 uno studente tredicenne della scuola media Giovanni Verga di Roma, nel quartiere Centocelle, fa partire una diretta in un gruppo chiuso su Telegram.
La telecamera del cellulare, incollata a un caschetto da softair, mostra i preparativi in un bagno dell’istituto. Dallo zaino poggiato per terra il ragazzo estrae due coltelli che infila nei pantaloni neri. Poi indossa dei guanti militari, si mette in tasca uno spray al peperoncino, inforca degli occhiali protettivi trasparenti e apre la porta.
Lo studente percorre il corridoio ed entra nella sua classe. Nella mano sinistra ha lo spray, in quella destra impugna un coltello. Si dirige deciso verso la docente di storia e italiano Isabella Marsilio, a cui spruzza in faccia la sostanza al peperoncino. Subito dopo tenta di assestare tre fendenti che la feriscono superficialmente. Solo il coraggioso intervento di un compagno di classe evita il peggio.
Alle nove e un quarto, circa tre quarti d’ora prima dell’aggressione, il ragazzo aveva scritto in una chat chiusa frequentata da una ventina di persone: «ragazzi, guardate il tg dopo». Prima ancora, alle 3 e mezza di notte, il tredicenne aveva pubblicato sul suo profilo TikTok la scritta «-5 hours», un conto alla rovescia all’attacco.
Sempre sul profilo c’erano diversi selfie in cui il ragazzo indossava il caschetto pieno di scritte bianche – presumibilmente slogan suprematisti e nomi di attentatori scolastici e neonazisti – e faceva il saluto fascista. In altri post mostrava l’attrezzatura e l’abbigliamento che avrebbe utilizzato il giorno dell’attacco, tra cui una maglietta bianca con la scritta «TMD», l’acronimo dello slogan razzista e suprematista «Total Muslim Death» (“morte totale ai musulmani”).
Non mancavano poi riferimenti a terroristi come Brenton Tarrant o a stragisti scolastici come lo statunitense Adam Lanza – il responsabile dell’eccidio alla scuola elementare Sandy Hook del 2012 – e il russo Timofey Kulyamov, che nel dicembre del 2025 ha ucciso un bambino di dieci anni in una scuola vicino a Mosca.
Nei post del tredicenne romano campeggiava inoltre l’hashtag #TCC, che rimanda alla cosiddetta True Crime Community. Secondo l’Institute for Strategic Dialogue, un centro di ricerca britannico che si occupa di estremismo, si tratta di «una sottocultura online che ruota attorno ai contenuti di true crime», cioè di cronaca nera. La frangia più estrema di questo fandom non solo idolatra serial killer e stragisti, ma li vuole attivamente emulare.
Il tredicenne romano aderiva pertanto a un’estetica, un vocabolario, un immaginario e una serie di pratiche ben precise. E nonostante la giovanissima età, non ha lasciato nulla al caso.
Ha preparato meticolosamente l’aggressione, l’ha annunciata con una specie di teaser, l’ha trasmessa in diretta sapendo che qualcuno l’avrebbe salvata e pubblicata online – com’è effettivamente successo – e ha lasciato abbastanza materiale perché altri facessero degli edit su TikTok, ossia delle brevissime clip celebrative fatte principalmente con Viggle AI, un generatore di video con l’intelligenza artificiale.
Si tratta dello stesso modus operandi seguito anche dal tredicenne di Trescore Balneario e dal dodicenne di San Vito Lo Capo, che hanno rispettivamente aggredito con un coltello la docente di francese Chiara Mocchi e il professore di tecnologia Sergio Falbo.
Anche in quei casi i minorenni avevano pianificato l’azione, l’avevano anticipata su TikTok e Telegram, avevano fatto una diretta riservata a poche persone e avevano scritto su magliette, elmetti e coltelli slogan suprematisti e nomi di altri stragisti – una pratica inaugurata da Tarrant e copiata da vari attentatori.
Il tredicenne di Trescore Balneario aveva inoltre pubblicato un manifesto in inglese intitolato «Soluzione finale», in cui scriveva di non poter «più vivere una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità» e di non riconoscersi in «nessuna ideologia ben definita, perché l’unica cosa che conta sono io, nessuna vita ha importanza al di fuori della mia».
Una minaccia in costante evoluzione
Da marzo a oggi, in Italia ci sono state tre aggressioni con un’arma bianca commesse in altrettante scuole. E il bilancio poteva essere ancora più pesante, perché altri piani sono stati sventati in tempo dalle forze dell’ordine.
Il 23 settembre un 14enne che frequenta l’istituto Nicotera-Costabile di Lamezia Terme è stato fermato dai carabinieri perché voleva accoltellare la sua docente di italiano. Aveva parlato del suo progetto in un gruppo Telegram chiuso, ed era arrivato a nascondere un coltello nel bagno della scuola.
Lo scorso marzo la polizia aveva fermato un 17enne di Umbertide che stava progettando una strage in un liceo di Pescara – la sua città natale – sul modello del massacro di Columbine del 1999, che ancora adesso influenza aspiranti attentatori in tutto il mondo.
Tutte le vicende menzionate finora hanno caratteristiche comuni che le fanno rientrare in una specifica categoria: quella dell’estremismo nichilista violento (NVE, Nihilistic Violent Extremism).
L’espressione, scrivono i ricercatori Marc-André Argentino e Mackenzie B. Hart in un recente paper pubblicato sulla rivista Behavioral Sciences of Terrorism and Political Aggression, descrive un fenomeno decentralizzato e in rapida evoluzione.
Il NVE è composto da una serie di reti fluide – la più importante è la Com, abbreviazione di The Community, che a sua volta incorpora gruppi come 764, Eterssa, No Lives Matter, Maniac Murder Cult e tanti altri – nonché da un «caleidoscopio di pratiche violente». Tra queste figurano «la violenza autodiretta (come l’autolesionismo o l’abuso di sostanze stupefacenti), quella interpersonale (come aggressioni o lesioni), lo sfruttamento sessuale, gli abusi sugli animali, la criminalità informatica, i reati contro il patrimonio e il terrorismo». Questa nuova forma di estremismo, annotano i ricercatori, si colloca «a cavallo tra la giustizia penale e la sicurezza nazionale».
Uno dei suoi elementi distintivi è la gamification della violenza e dei comportamenti dannosi. È attraverso quest’ultimi che i partecipanti alle varie reti «acquisiscono status e capitale sociale». Un’altra caratteristica cruciale è proprio «la ricerca di visibilità»: la principale valuta all’interno delle reti del NVE è il clout, una parola inglese traducibile in questo contesto come «prestigio» o «peso sociale».
E il clout, sottolineano Argentino e Hart, si conquista in base alla gravità e all’impatto delle azioni compiute. «Quanto più estrema è un’azione, o quanto maggiore è la capacità di costringere altri a compierne una», scrivono i due, «tanto più un individuo accumula attenzione e reputazione all’interno della rete». L’omicidio è quello che permette di raggiungere il massimo livello di clout.
Nell’estremismo nichilista non c’è una vera e propria ideologia dominante. Si tratta piuttosto di un complesso bricolage di ideologie estreme che vanno dall’accelerazionismo militante di gruppi come la Atomwaffen Division fino al neonazismo satanista dell’Ordine dei Nove Angoli, passando per la santificazione degli stragisti scolastici, l’esaltazione di subculture misogine come quella degli incel e la fascinazione per lo jihadismo islamico.
A differenza dell’accelerazionismo, tuttavia, il NVE non ha un progetto collettivo finale; non vuole, ad esempio, innescare una «guerra razziale» o arrivare alla proclamazione di un etno-stato bianco. In tal senso, evidenziano i due ricercatori, «la violenza non è il mezzo per raggiungere lo stato di cose auspicato: è lo stato di cose». La perpetuazione della violenza è essa stessa l’ordine desiderato, perché nega alla radice la validità delle vite umane e le rende tutte quante inutili e sacrificabili.
Sebbene non ci sia una vera e propria organizzazione gerarchica con una leadership definita, negli ultimi mesi esperti e forze dell’ordine di vari paesi stanno registrando un maggiore coordinamento e una direzione strategica più univoca. Ad aprile del 2026 alcuni gruppi della Com si sono federati in un’«Alleanza» che, si legge in un rapporto dell’Institute for Strategic Dialogue, «ha sviluppato molto velocemente un livello di coordinamento, un’infrastruttura digitale e delle capacità operative insolite per il più ampio ecosistema della violenza nichilista».
I gruppi russofoni dell’Alliance sembrano essere quelli più attivi e sofisticati. Oltre a produrre manuali su come fabbricare esplosivi o veleni, mettono a disposizione risorse informative e operative relative alle armi, all’hacking e ad altre pratiche criminali.
L’ISD ha inoltre individuato «diversi elementi che implicano un possibile sostegno all’Alleanza da parte dello Stato russo», tra cui «incentivi economici per la commissione di atti violenti, incarichi operativi affidati per procura, infrastrutture tecniche avanzate e sforzi propagandistici coordinati».
Ovviamente, questo non significa che la Russia eterodiriga l’estremismo nichilista violento; c’è però il rischio, sostiene il rapporto dell’ISD, che «Stati ostili sfruttino un bacino di reclutamento già esistente composto da persone interessate a commettere atti di violenza».
Le scuole come bersaglio della violenza nichilista
Per l’ISD l’estremismo nichilista violento rimane comunque un fenomeno autonomo e organico, alimentato da giovani e giovanissimi che sempre più spesso cercano di aumentare il proprio clout attaccando l’unica istituzione pubblica con cui hanno a che fare tutti i giorni: la scuola.
Soltanto tra giugno e settembre ci sono stati decine di attentati scolastici in vari Paesi che, in un modo o nell’altro, rientrano nel modello del NVE. Il 22 settembre uno studente quindicenne di una scuola superiore di Turgutlu, in Turchia, ha aperto il fuoco contro i propri compagni, ferendone undici. Due sono in gravi condizioni. Per il Paese si tratta del terzo attentato scolastico in un anno: i due precedenti avevano causato dieci vittime e una trentina di feriti.
Il 18 settembre uno studente sedicenne ha sparato con la pistola del padre in una scuola superiore di Banga, nelle Filippine, uccidendo due compagni e ferendone otto. Il primo settembre, in Russia, una studentessa tredicenne ha accoltellato sette persone tra insegnanti e compagni in una scuola a Kansk, nella regione di Krasnoyarsk.
Il 21 agosto un 18enne ha fatto irruzione in un liceo di Fagersta, in Svezia, uccidendo uno studente e ferendone altre tre con una spada. L’uomo aveva annunciato su TikTok l’intenzione di colpire la scuola superiore di cui era un ex alunno. Sul suo profilo comparivano video elogiativi del terrorista norvegese Anders Behring Breivik e di Anton Lundin Pettersson, il 21enne svedese che nel 2015 ha compiuto una strage scolastica a Trollhättan utilizzando una spada.
Il 18 agosto uno studente quindicenne ha sparato contro professori e compagni in un liceo privato di Zamboanga, una città nel sud delle Filippine, causando una vittima e due feriti. L’attentatore aveva trasmesso il tutto in una diretta su Facebook e poi si era suicidato in un’aula del quinto piano dello stabile.
E ancora: il 7 agosto uno studente quattordicenne ha ucciso tre professori e quattro compagni in una scuola superiore a Bang Kruai, alla periferia di Bangkok in Thailandia. Il 22 giugno due studenti di 14 e 15 anni hanno aperto il fuoco in un liceo a Tacloban, sempre nelle Filippine, uccidendo tre compagni e ferendone sette. Secondo il CICC, l’agenzia governativa che si occupa di cybercrimine, i ragazzi erano stati adescati, reclutati e istigati da membri della rete 764.
Non a caso, come dimostra un articolo pubblicato sul sito del Global Network on Extremism and Technology (GNET), l’attacco di Tacloban «è stato rapidamente inglobato nell’immaginario e negli ambienti online del NVE, sia a livello regionale che transazionale».
La vicenda del tredicenne di Roma si inserisce dunque in un’ondata globale di violenza nichilista, contro la quale non esiste un singolo rimedio efficace.
Nel dibattito italiano, ma non solo, ci si è concentrati sull’introduzione dei metal detector o sul divieto dei social network ai minori di 16 anni. Entrambe le misure, e lo dimostrano le ricerche e le esperienze di altri Paesi, non sono però sufficienti a scongiurare gli attentati scolastici. Secondo un esperto come Bjørn Ihler, sopravvissuto alla strage di Utøya e fondatore del centro anti-estremismo Revontulet, servono strumenti preventivi di più ampio respiro, tra cui interventi legislativi mirati (soprattutto sull’accesso alle armi), la cura della salute mentale, la responsabilizzazione delle piattaforme social, la formazione delle forze dell’ordine e la promozione dell’educazione digitale – anche e soprattutto dei genitori.
Quando un adolescente tira fuori un’arma dallo zainetto, infatti, solitamente è già troppo tardi per intervenire.
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