Logo

Il problema di Giorgia Meloni con gli audio deepfake è decisamente reale

La presidente del Consiglio ha presentato una domanda all’Ufficio dell’UE per la proprietà intellettuale per tutelarsi contro la clonazione artificiale della sua voce

8 ottobre 2026
Condividi

Lo scorso 5 ottobre Giorgia Meloni ha depositato una domanda all’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (EUIPO) per tutelarsi da casi di clonazione della sua voce realizzati con sistemi di intelligenza artificiale generativa. Per farlo la presidente del Consiglio ha registrato un audio di quattro secondi in cui ripete due volte la frase «Io sono Giorgia Meloni». Si tratta di una mossa legale portata avanti in precedenza da vari artisti, come la pop star statunitense Taylor Swift e la cantante italiana Giusy Ferreri. 

La domanda è stata presentata dalla presidente del Consiglio tramite MpmLegal, uno studio legale romano, e Praxi Intellectual Property, una società marchigiana specializzata nella tutela della proprietà intellettuale, e sul sito dell’EUIPO risulta ancora in “fase di esame”.

Come abbiamo documentato in più occasioni su Facta, Giorgia Meloni negli ultimi anni è infatti finita spesso al centro di casi di disinformazione e truffe con video e audio manipolati con l’intelligenza artificiale per farle dichiarare cose mai dette. 

Ad esempio nel 2024 sui social media era stato diffuso un deepfake in cui la presidente del Consiglio sponsorizzava una fantomatica app per ottenere guadagni facili e immediati. L’anno successivo era comparso online un contenuto simile: una falsa intervista video in RAI in cui la leader di Fratelli d’Italia consigliava l’utilizzo di una presunta piattaforma di trading che garantiva un guadagno fino a 30mila euro al mese con un investimento iniziale di 250 euro. Ad aprile 2026 invece era apparso un falso video IA di un discorso di Meloni, «censurato dalle TV», contro Donald Trump e la sua gestione della guerra contro l’Iran. Questa estate, invece, su X è circolato un video generato con l’intelligenza artificiale (che ha raggiunto ad oggi quasi 1 milione di visualizzazioni) in cui Giorgia Meloni dichiarava in inglese, durante un evento pubblico, «non permetteremo che la legge della Sharia venga applicata in Italia». Una frase mai pronunciata.

Intervistato dal Corriere Adriatico Gianluca Statti, responsabile uffici Praxi Intellectual Property di Civitanova e Falconara che ha curato in prima persona dal punto di vista tecnico-giuridico il procedimento all’EUIPO per conto della presidente del Consiglio, ha precisato che «registrare come marchio un timbro vocale non ci mette al sicuro dal deepfake, non è lo strumento per impedire truffe e contraffazioni ma è uno degli strumenti. Ne servono altri che le istituzioni devono mettere a punto», ma che «sicuramente, però, […] agisce come deterrente». 

Il Post riporta che diversi esperti di marchi concordano sul punto che la registrazione del marchio sonoro non è l’unico e neppure il più appropriato strumento di tutela giuridica della voce. «Intesa come un attributo distintivo dell’identità e della riconoscibilità di una persona, la voce umana è infatti tutelata innanzitutto dall’articolo 10 del Codice Civile, sui diritti dell’immagine, e dalla legge sul diritto d’autore. E in quanto dato biometrico personale è tutelata dal Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR)», scrive la testata online. Inoltre, nel 2025 è stato introdotto un reato (il 612 quater) che prevede fino a 5 anni di carcere per «chiunque cagiona un danno ingiusto ad una persona, cedendo, pubblicando o altrimenti diffondendo, senza il suo consenso, immagini, video o voci falsificati o alterati mediante l’impiego di sistemi di intelligenza artificiale e idonei a indurre in inganno sulla loro genuinità». Secondo Carlo Blengino, avvocato penalista esperto di diritto delle nuove tecnologie e copyright, «avrebbe più senso appellarsi a questa fattispecie di reato anziché alla presunta violazione di un marchio sonoro, per sollecitare un’eventuale azione di urgenza, come per esempio la rimozione (takedown) del deepfake da una piattaforma», specifica ancora il Post. 

Sentito dal Financial Times, Guido Scorza, avvocato e docente in materia di diritto delle nuove tecnologie, ha argomentato che la registrazione del marchio della voce fornirebbe a Meloni in ogni caso strumenti più efficaci per combattere i deepfake che circolano sui social media, visto che – afferma l’esperto – le piattaforme sono più propense a rispondere alle denunce di violazione del marchio rispetto ad altri tipi di reclami.

A dicembre 2025 Facta e Pagella Politica avevano presentato un appello intitolato “Deepfake e politica: insieme per dire basta” per chiedere a tutte le forze politiche presenti in Parlamento di impegnarsi a non utilizzare contro i propri avversari politici questo tipo di contenuti generati con l’intelligenza artificiale. All’epoca l’appello era stato firmato da tutte le forze politiche, fatta eccezione per la Lega. A settembre 2026 Pagella Politica ha chiesto a Futuro Nazionale se volesse sottoscrivere il patto. Il partito di Roberto Vannacci – che nelle propria propaganda social utilizza l’intelligenza artificiale per attaccare gli altri partiti –, tuttavia, non ha risposto a questa richiesta.

Potrebbero interessarti
Segnala su Whatsapp