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La prevedibile disinformazione contro la comunità LGBT+ che tornerà con il Pride month

Nel mese dedicato alla sua celebrazione, la comunità LGBT+ viene bersagliata dalla disinformazione ancora più di quanto già non avvenga normalmente durante l’anno

29 maggio 2026
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Dalla fine degli anni ‘70 in molti Paesi del mondo a giugno si celebra il “Pride month”. Un mese dedicato alla rivendicazione e alla promozione dei diritti della comunità LGBT+, che include persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, asessuali, non-binarie e queer.

Questa ricorrenza è nata a seguito dei moti di Stonewall del giugno 1969, quando iniziò a farsi strada un movimento organizzato per i diritti delle persone queer. A distanza di più di cinquant’anni, sottolineano le Nazioni Unite, quella LGBT+ è una comunità discriminata e vittima di violenze e persecuzioni in molte parti del mondo.

Nel mese dedicato alla sua celebrazione, la comunità LGBT+ viene regolarmente bersagliata dalla disinformazione in misura ancora maggiore di quanto già non avvenga normalmente durante l’anno. La disinformazione è infatti un fenomeno quasi sempre ancillare rispetto all’informazione: parla di quello di cui parlano i mass media. La maggiore esposizione mediatica del movimento LGBT+ durante il Pride month, insomma, scatena – sulle piattaforme social ma non solo – una più intensa circolazione di notizie, commenti e contenuti in generale falsi o fuorvianti, oltre che di stereotipi e luoghi comuni che prendono di mira omosessuali, transgender, queer e via dicendo.

In questo articolo abbiamo raccolto i principali filoni disinformativi che, in base a ciò che abbiamo osservato negli anni passati, è probabile tornino a circolare anche a giugno 2026.

L’accusa infondata di pedofilia

Uno dei contenuti di disinformazione che più spesso abbiamo incontrato, quando ci sono ricorrenze come il Pride month, riguarda la sua associazione con la pedofilia.

La sigla LGBTP

Sono anni che, ad esempio, circola la storia che la comunità LGBT+ avrebbe esteso la sua sigla aggiungendo la lettera “P” per evidenziare, per l’appunto, il supporto alla pedofilia. Una notizia del tutto falsa, condivisa online inizialmente in inglese quasi 10 anni fa, nel 2017, e che da allora ha fatto presa nei gruppi omofobi di tutta Europa, che spesso rilanciano l’inesistente sigla nei loro post online.

Rilanciare questa bufala in varie forme è diventa ormai una pratica abitudinaria, e potenzialmente pericolosa, per prendere di mira persone gay e lesbiche. A Facta la abbiamo riscontrata più volte su X e su Facebook negli anni passati, dal 2021 a oggi, e ipotizziamo di rilevarla anche nei prossimi giorni e settimane.

La bandiera “pedofila”

Possiamo poi immaginare che tornino a diffondersi altre due storie false che fanno parte dello stesso filone. La prima sostiene che la comunità LGBT+ abbia ideato una bandiera ad hoc per rappresentare la parte “pedofila” della comunità, mentre la seconda fa intendere che la comunità queer abbia scelto i colori dell’arcobaleno della propria bandiera – ovvero rosso, arancione, giallo, verde, turchese, blu e viola – per “attirare i bambini”. 

Questi sono claim che abbiamo incontrato sia su X che su Threads nel 2023 e 2024, e con molta probabilità faranno ritorno anche a giugno 2026, considerando che in molte piazze italiane (e più in generale di tutto il mondo) sventoleranno le varie bandiere queer durante i Pride e manifestazioni analoghe. 

Anche queste due affermazioni sono del tutto false. Nessun colore delle varie bandiere adottate dalla comunità LGBT+ simboleggia la pedofilia; i colori arcobaleno sono stati scelti nel 1978 dall’artista Gilbert Baker perché cercava un simbolo di orgoglio della comunità gay e per lui l’arcobaleno era la bandiera naturale del cielo. Negli anni sono state create nuove versioni della bandiera arcobaleno che includono la comunità nera, le persone malate di HIV, le persone transessuali e intersessuali. Ad esempio, la Progress Pride Flag, bandiera creata nel 2018 dall’artista statunitense Daniel Quasar, oltre alle classiche sei strisce arcobaleno comprende anche i colori della comunità transgender (azzurro, bianco e rosa) e delle minoranze etniche all’interno della comunità queer (marrone e nero). Ma le bandiere della comunità LGBT+ non sono legate in alcun modo ai bambini o alla pedofilia.

I pedofili sono in maggioranza omosessuali?

È insomma probabile che questo filone disinformativo circolerà nei feed dei principali social, anche se, per l’appunto, nessuna organizzazione LGBT+ ha mai legittimato la pedofilia o sostenuto l’aggiunta di una “P” all’acronimo come sostegno alla pedofilia. 

Queste false narrazioni si agganciano al diffuso stereotipo secondo cui pedofili e molestatori di bambini sarebbero per la maggior parte persone omosessuali. Ma una serie di studi sulla tematica non ha mai trovato alcuna evidenza che confermi questo dato.

La questione genitoriale

L’infondata associazione tra comunità LGBT+ e pedofilia è la cornice dentro cui prospera anche un’altra teoria del complotto, che fa leva sugli istinti protettivi che gli esseri umani sentono nei confronti dei bambini. Specialmente su X, il social di Elon Musk diventato il megafono dell’estrema destra online, tornano ciclicamente storie infondate secondo cui le coppie omosessuali adotterebbero i bambini solo per poi abusarne. In alcuni casi, la narrazione falsa afferma che i bambini delle coppie eterosessuali vengono tolti dalle proprie famiglie per darli in adozione alle coppie omosessuali. Nonostante casi simili non siano mai stati segnalati alle autorità, la disinformazione sul tema è stata spesso virale in passato ed è quindi lecito aspettarsi che torni a circolare in misura rilevante in occasione del Pride month 2026. 

La comunità queer vuole “indottrinare” i bambini verso l’omosessualità 

Durante il mese del Pride con molta probabilità circoleranno nuovamente anche tutta una serie di contenuti falsi o fuorvianti secondo cui la comunità queer sarebbe dietro a importanti fondazioni come il World Economic forum (WEF) – da tempo al centro di numerose teorie del complotto – per portare avanti segretamente piani per indottrinare le famiglie e i bambini. Un filone disinformativo che si ripercuote soprattutto su progetti e laboratori scolastici e educativi in cui si affronta il tema della sessualità e dell’educazione all’affettività, e che a Facta abbiamo incontrato spesso, sia su X che su Facebook, nel 2023.

Questa narrazione disinformativa spesso si richiama alla cosiddettaideologia gender”. Si tratta di un argomento fantoccio, una teoria ipotizzata negli anni ‘90 in ambiti conservatori e ultracattolici per attaccare la comunità queer e descrivere un presunto progetto volto a sovvertire la famiglia tradizionale e i valori morali. Nella retorica degli «anti-gender», si fa spesso riferimento a un’onnipotente «lobby gay» che tramerebbe nell’ombra per scardinare la «famiglia naturale», negare le differenze biologiche tra uomini e donne, sdoganare pratiche sessuali estreme, legalizzare la pedofilia e plagiare bambini e bambine per renderli gay o transgender. La circolazione di contenuti che fanno riferimento a questa “ideologia gender” durante il Pride month è molto probabile.

I personaggi famosi contro la comunità LGBT+

Negli ultimi mesi, specie su Facebook, è nato un nuovo filone disinformativo caratterizzato da presunti frasi o gesti compiuti da personaggi famosi contro la comunità la LGBT+. Sono tutte notizie false diffuse da content farm innanzitutto per creare engagement e sfruttare la monetizzazione social, ma con il risultato finale di alimentare una retorica violenta verso le persone queer. Questi post vengono poi talvolta rilanciati da account e influencer di estrema destra, come l’ex senatore della Lega Simone Pillon.

Ad esempio, secondo questi post, celebrità come il tennista Jannik Sinner o il cantante degli Aerosmith Steven Tyler si sarebbero ritirati da eventi a sostegno della comunità LGBT+ o si sarebbero rifiutati di indossare simboli queer. Altri, invece, come l’attore Keanu Reeves e il rapper 50 Cent, si sarebbero scagliati contro “l’indottrinamento gender” affermando che i bambini «non dovrebbero essere esposti a cartoni animati che trattano temi LGBT+».

Tutte queste notizie, che si somigliano nel formato, non hanno niente di vero. Le stesse identiche notizie sono inoltre circolate nello stesso periodo anche con altri personaggi dello sport e dello spettacolo come protagonisti. Nel futuro, anche prossimo, ci aspettiamo la stessa cosa.

Persone trans e stragi di massa

Secondo un altro filone disinformativo simile, i principali colpevoli delle stragi con armi da fuoco – specie nel continente nord americano – avvenute negli ultimi 10 anni sono persone transgender. A febbraio 2026, dopo la strage a Tumbler Ridge, nella Columbia Britannica (in Canada) su X era tornata a circolare una vecchia tabella a sostegno di questo dato.

In quel caso, l’autrice della sparatoria era una ragazza trans, ma secondo i dati raccolti da diverse fonti ufficiali, tra cui polizia, media ed enti governativi, la percentuale di persone trans responsabili delle sparatorie di massa negli Stati Uniti e in Canada è irrisoria. Come spiega il professore di psichiatria clinica ed esperto di omicidi di massa Ragy Girgis, essere transgender «non è un fattore causale nelle sparatorie di massa. Quindi, quando si verifica, è del tutto casuale: i dati sono chiari al riguardo». 

Tra l’altro, in questi casi la disinformazione si avvale di una specifica tecnica disinformativa per propugnare questa falsa teoria: quando capita una strage vengono diffuse foto di incolpevoli persone trans che vengono spacciate, ingiustamente, come le autrici delle sparatorie.

A giugno 2026, anche in assenza di eventi scatenanti (ad esempio una sparatoria negli Stati Uniti), è comunque possibile, come detto, che dati e informazioni false su questo argomento vengano messi in circolazione.

These materials were developed in 2026 for the Prebunking at Scale project, with support from the European Fact checking Standards Network.

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